Paolo Jannacci ha impiegato 6 anni per pubblicare un nuovo disco. E per lui, quel tempo è stato prezioso perché gli ha permesso di trovare il modo giusto per raccontare in musica non solo il mondo che ci circonda (dai femminicidi a Gaza) ma anche quello che vive dentro di sé, i suoi riflessi.
Lui le chiama ‘le scimmie’. Da qui il titolo del disco ‘Scimmie Ovunque’. 11 brani, quasi tutti con sonorità ritmate (ma c'è una eccezione bellissima), pronti a uscire venerdì 16 ottobre. Con la sua cifra stilistica unica, sospesa tra ironia e poesia, Paolo Jannacci (figlio del grande Enzo Jannacci) firma un progetto discografico che esplora le fragilità e le contraddizioni del nostro tempo, bilanciando sapientemente momenti di profonda riflessione e tocchi di leggerezza.
Cosa sono queste ‘scimmie’?
“Per me sono le mie paure, le mie debolezze di essere umano, però ognuno ovviamente può traslare il significato sulle proprie esperienze. Sono contento di questo disco soprattutto per il risultato sui testi, abbiamo lavorato tanto. Non mi stanco di ascoltarlo".
Certo che oggi 6 anni di attesa per un disco sembrano tantissimi...
“Sì è vero, ma non avevo alcuna fretta. Basti pensare che chiunque potrebbe fare un album in una settimana, con una serie di tool, di strumenti dell'intelligenza artificiale. Ma questo fa male perché genera solo rumore. Sarebbe sbagliato, bisognerebbe trovare una regolamentazione a tutte queste uscite musicali al giorno. Ma potrebbe essere un errore anche questo: regolamentare un flusso artistico non sarebbe corretto”.
In ‘Politically Topless' con Elio citi Gaza. Come nasce questo brano?
“Sì, ci sono delle citazioni e una critica al politamente corretto. Siamo riusciti a far sì che ogni parola possa essere criticata inutilmente o fraintesa. E non capisco quale sia il beneficio di tutto questo”.
La 'Faccenda dell'Ammazzo', invece, affronta temi molto delicati con un ritmo allegro. Temi ormai spesso affrontati, come il femminicidio, a volte anche in modo sbagliato.
“Sì, c'è chi dà uno strappo e via. Penso che questo sia il problema del lavoro dei giovanissimi sui brani. Si accontentano di una sola frase e poi non vanno avanti. Questo è stato il primo brano del disco. Era il 2020 ed e stato triste vedere che le cose che avevo messo, purtroppo, spesso si sono avverate. Ricordo quando, anni fa, dei giovanissimi hanno cercato di bruciare un senzatetto: a me questo colpì tantissimo”.
Qual è oggi la tua paura più grande?
“Quella di vedere questa fiammata di negatività mondiale dove ognuno di noi si dimentica del lato positivo e di quello umano, dando spazio solo al lato animalesco e violento, legato alle sue paure”.
Tu hai una figlia di 18 anni. Da padre, come vivi queste tematiche che canti?
“Con preoccupazione. Nel senso che io sono tranquillo per la sua forza e il suo modo di vedere in maniera intelligente la vita, ma c'è sempre un'incognita che quando esce mi perseguita. Finché non torna a casa è lì… penso all'incidente, all'incontro sbagliato. Tutte le sere è così”.
È vero che in passato chiacchieravi a lungo con tuo papà all'autolavaggio?
“Assolutamente. Era un'oretta per tutti noi, molto intima. Ridevamo dei guai, dei nostri disastri combinati. In quei momenti nascevano delle idee, delle canzoni. Facevamo critica a noi stessi. Era un momento di relax".
E forse anche di catarsi? "
"Sì, è vero. Era anche quello. Che poi è quello che accade anche con i brani di un disco, possono essere catartici e ti stimolano a migliorare”.
Dipende anche da che concezione si ha della musica, no?
“Esattamente. Per me non può essere considerata un mero mezzo di guadagno o rivalutazione sociale, così si perde tutta la magia”.
Nel disco c'è anche spazio per i sentimenti, come in ‘Il giorno prima’, ballad super romantica...
“Nasce da Emiliano Bassi. Ci abbiamo messo dentro un po' tutte le nostre insicurezze, tutto ciò che non sarebbe successo magari il giorno prima”.
A proposito di città: tre anni fa hai detto che Milano è spaccata in due tra futuro e deumanizzazione. Oggi la situazione è cambiata?
“La vedo confusionaria. Milano sta crescendo molto e ciò comporta inevitabilmente delle difficoltà. Adesso si fa fatica a viverci, ma non è colpa di nessuno”.
Questo disco lo porterai in tour?
“Sì, almeno la metà dei brani convoglieranno nello spettacolo 'Jannacci arrenditi, la città racconta'. Le città siamo noi, siamo noi che le creiamo e le distruggiamo. Racconto le storie che ci coinvolgono”.
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