LA vent’anni dalla morte di Oriana Fallaci, la pubblicazione di queste lettere - scritte fra l’estate del 2005 e il maggio del 2006 e rimaste fino ad oggi private - ci consegna qualcosa di più di un documento personale. Ci restituisce la storia di un’amicizia nata quasi per caso e diventata, nel giro di poco più di un anno, una delle relazioni più profonde e significative dell’ultima stagione della vita della grande giornalista e scrittrice.
L’INTERVISTA
A mettere in contatto monsignor rino Fisichella e Oriana Fallaci era stata un’intervista: Fisichella aveva parlato pubblicamente di lei e del Papa, e la Fallaci gli aveva scritto per ringraziarlo: «Ho rischiato la lacrima e mi sono sentita meno sola». Era la primavera del 2005 e lei stava già molto male, ma da lì nacquero le telefonate, le visite e le lettere. Fu sempre Fisichella a organizzare l’incontro che allora fece discutere: l’udienza privata che Benedetto XVI le concesse nell’agosto 2005. Un incontro che non rappresentava la ricerca di una consacrazione, ma il desiderio di conoscere personalmente quell'uomo che aveva studiato e che considerava un interlocutore intellettuale di straordinario livello. È un carteggio che sorprende innanzitutto perché ci obbliga a guardare Oriana Fallaci al di là del personaggio pubblico. Siamo abituati a ricordarla come una delle voci più potenti e controverse della nostra epoca: la donna delle grandi battaglie, della polemica, della denuncia, della parola affilata; la giornalista che entrava nella storia non da spettatrice ma da protagonista, che aveva attraversato le guerre, intervistato e sfidato potenti e dittatori, difeso con una forza straordinaria le proprie idee; l'intellettuale che non amava le convenzioni e che considerava la libertà di pensiero una forma irrinunciabile di dignità.
IL PAMPHLET
Negli ultimi anni era diventata soprattutto la voce di La rabbia e l’orgoglio, il pamphlet scritto dopo l’11 settembre 2001 che aveva diviso l’opinione pubblica, non solo italiana, con le durissime prese di posizione sulla minaccia islamica e sulla crisi di un Occidente che considerava sempre più smarrito. Di questi temi, mi sarei trovato a parlare qualche tempo dopo proprio con lei, quando la ospitai sull’aereo di Stato nel tragitto New York-Roma rientrante da una missione all’Onu. Oriana era ormai indebolita dalla malattia (la morte l’avrebbe raggiunta pochi giorni dopo) ma il suo spirito non sembrava certo infiacchito, così come la sua vis polemica: «L’Occidente si deve risvegliare, state mandando a rotoli il mondo», mi disse. Parole su cui, al netto dell’estremismo verbale, mi sono trovato a riflettere spesso negli anni successivi. E aggiunse «Mi dispiace non poter leggere i “coccodrilli”, gli articoli sulla mia scomparsa. Descriveranno come io non ero…». Forse è proprio in queste parole che ritroviamo uno dei tratti più autentici di Oriana: il suo desiderio di essere raccontata per ciò che è stata davvero e non per ciò che gli altri, dopo di lei, decideranno di raccontare. Queste lettere ci restituiscono quella Fallaci. Una donna che resta orgogliosa, combattiva, lucidissima, capace ancora di ironia e di indignazione e che, anche davanti alla malattia, non rinuncia alla propria voce. Chiama il tumore «l’Alieno», continua a scrivere, a progettare, a preoccuparsi dei propri libri e delle proprie ultime volontà.
LA FATICA
In una lettera del maggio 2006 confida persino quanto le costi ormai scrivere: la vista che si affievolisce, la fatica, il respiro che manca («Ormai è diventata un’impresa straziante anche cambiare il nastro di questa macchina. Tutto fluttua dentro la nebbia e in più, a stare seduta, mi manca il respiro, soffoco. Quasi ciò non bastasse, ogni giorno succede qualcosa che mi ruba a me stessa e quando emergo dal nuovo trauma crollo sul letto come un bove al mattatoio»). Eppure, nella stessa lettera, trova ancora la forza di raccontare di un albero che sta fiorendo e della vita che continua a manifestarsi, mentre il corpo si avvicina alla fine. Così, quando la sofferenza fisica aumenta, la sua parola non perde forza ma improvvisamente lascia intravedere ciò che normalmente teneva nascosto: la paura, la solitudine, la sofferenza, la fragilità, il bisogno di essere ascoltata e, soprattutto, il bisogno di non essere sola di fronte al mistero della morte. Ed è proprio qui che questo scambio di lettere assume un significato straordinario. Perché la Fallaci che si definiva “atea cristiana”, rivendicando le radici culturali dell’Europa pur senza credere in Dio e che aveva fatto della ragione uno dei cardini della propria identità intellettuale, non smette di interrogarsi sulla fede con la stessa radicalità con cui aveva interrogato la politica, la storia e gli uomini. La investiga, la sfida e la guarda con gli occhi di una donna che ha sempre voluto capire prima di accettare. Nasce così uno spazio raro: quello del dialogo. Un dialogo che non nasce dalla cancellazione delle differenze, ma dal loro riconoscimento e nel quale la fede non è imposta e la ragione non è utilizzata come un’arma. È una lezione che va ben oltre la loro vicenda personale. Lo riassume lo stesso Fisichella in una lettera del maggio 2006: «Le nostre strade si sono incontrate in maniera del tutto casuale e per nulla ricercate, ma io credo che Dio abbia i suoi piani su te e su me e, quindi, questo incontro deve avere un senso e un significato». Senza imporle la fede, le chiedeva solo di cercarne il senso. Lei scrive a Fisichella con confidenza, lo chiama “my darling”, gli racconta la propria condizione, le proprie paure, le proprie speranze. E soprattutto gli affida la propria vulnerabilità. In una delle lettere più intense, nel maggio del 2006, quando la malattia è ormai avanzata, Fallaci gli scrive: «Con le tue lettere e le tue telefonate mi tenesti viva fino all’estate. E poi fino all’autunno. E poi fino all’inverno. E poi fino a questa primavera». E poi: «No, io non devo nulla alle radioterapie e alle chemioterapie. Devo tutto alla tua bontà. Sei tu che mi hai aiutato a vivere. E ora, dopo avermi aiutato a vivere, mi aiuti a morire».
LA DOMANDA
L’uomo che riceveva quelle pagine le risponde: «Sei una donna forte, intelligente, determinata, ma alla fine rimani una bambina indifesa che ha solo il desiderio che qualcuno le tenga la mano». Quella mano, gliela strinse davvero quando andò a trovarla il giorno prima della sua morte. In fondo, la grande domanda che attraversa queste lettere è: che cosa accade alla ragione quando incontra il limite? Fallaci e Fisichella ci mostrano che è sempre possibile la strada dell'ascolto. E questa è una lezione profondamente civile. E forse qui è il valore del carteggio: nella sua dimensione pubblica, pur nascendo da una relazione privata. © RIPRODUZIONE RISERVATA
© RIPRODUZIONE RISERVATA
>> Home