On the Road di Kerouac, le tappe per chi vuole rifarlo davvero

2026/09/05

Categories: lifestyle

«Nothing behind me, everything ahead of me, as is ever so on the road.»

Niente dietro di me, tutto davanti a me, come sempre sulla strada.

Ogni volta che atterro in un aeroporto statunitense sento il cuore fremere. In quel momento non ho in mente i monumenti, la Storia, le città, gli odori o i sapori. Sono solo in attesa di una sensazione precisa. Il corpo, trascinato dalla frenesia di uscire dal gate, mi catapulta senza indugiare verso uno dei posti meno poetici ed evocativi, l'autonoleggio.

La scarica elettrica di sedersi in auto, sentire la radio accendersi sulla frequenza dell'ultimo guidatore e abbandonare lentamente l'area aeroportuale, gettandosi sulle highway americane. Una delle sensazioni più pure ed esaltanti che io conosca. E una delle poche che ancora oggi, se chiudo gli occhi, riesco a rivivere senza alcuna difficoltà.

E On The Road di Jack Kerouac, uscito il 5 settembre 1957, è uno dei grandi colpevoli per questa sorta di dipendenza emotiva a cui soccombo sempre.

Non ascoltate chi dice che quel tipo di esperienza "on the road" sia morta e sepolta.

Che la tecnologia, la comodità e il traffico dati l'abbiano uccisa senza pietà.

I viaggi di Sal Paradise e Dean Moriarty sono ancora tutti replicabili.

Magari ecco, non in autostop come loro: nel 2026 nessuno sale più sul retro di un camion o balza su una Cadillac convertibile di uno sconosciuto incontrato nel bel mezzo del nulla del Midwest americano. Quel fenomeno di massa si è concluso da un pezzo.

O meglio, dire "nessuno" non è proprio corretto: una cosa che s'impara in fretta viaggiando da una costa all'altra dell'America è che è una nazione talmente vasta e con talmente tanta gente che qualcuno che faccia qualcosa di matto o coraggioso o insensato la troverai sempre. A me sono capitate.

Ma se voleste rimanere fedeli al romanzo simbolo della Beat Generation e alle tappe fondamentali che Kerouac trasportò dai suoi viaggi reali al libro, allora questo è il miglior itinerario possibile, con un bivio narrativo e geografico in cui scegliere nel mezzo.

Prosegui diritto, e arriva fino alle spiagge dorate della California.

Gira verso sud, e oltrepassa il confine messicano.

A voi la scelta.

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PATRICK T. FALLON//Getty Images

New York-Denver solo andata, prima di scegliere

«L.A. è la più deprimente e brutale città d'America; a New York fa un freddo cane d'inverno, ma in certi posti, in certe strade, si respira un'aria di stravagante cameratismo.»

New York City è il punto zero. L'inizio e la fine della storia.

Noi da fuori non lo diremmo mai, ma per Kerouac e il suo alter ego protagonista del romanzo, Sal, la Big Apple è il simbolo della "vita normale" da cui fuggire. Il lavoro, la casa della zia, il blocco creativo post-divorzio. L'ambiente pseudo-intellettuale.

Manhattan, Times Square, la fine della Settima Strada rimangono però la casa a cui ritornare ogni volta, al termine di ogni viaggio. Ma ogni ritorno è più amaro del precedente. Non è un porto sicuro consolatorio: è dove Sal si confronta con quello che ha vissuto, spesso in solitudine, spesso deluso.

Il finale del libro, triste, nostalgico, commovente, assomiglia molto al rovescio dell'elegia che Woody Allen fa di Manhattan nelle battute iniziali del suo celebre film del 1979.

I posti, oggi, sono pressoché gli stessi di quel tempo: solo, è tutto più caro, più inaccessibile, più patinato, più folle. Più, ahimè, instagrammabile (vero Bryant Park lovers?).

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Henny Ray Abrams//Getty Images

Attraversato il New Jersey, con la Statua della Libertà ormai invisibile e lontana, arriva presto il tempo di fare i conti con Washington DC, la capitale dell'impero. Sal e i suoi tre scapestrati compagni di viaggio non ne sono affascinati, tutt'altro: il Potere ufficiale americano è un'entità quasi sovrannaturale di cui è meglio dimenticarsi al più presto, lasciandoselo alle spalle, sperando non ritorni all'improvviso con i suoi lunghi tentacoli.

St. Louis invece, nel duro, crudo e profondo Midwest, è una tappa che merita tutto il nostro rispetto.

Non per chissà quale attrazione turistica o vibe frizzantina, anzi. La città più famosa dello stato del Missouri - che lì pronunciano "Mizzzzouri" - è fondamentale più per l'anima che per l'occhio, sia per Sal che per il sottoscritto quando ci passai un paio di notti: St. Louis significa soprattutto Grande Padre Mississippi, il primo grande confine, il primo guado esistenziale.

Il fiume che divide l'Est dall'Ovest, con tre quarti d'America sconfinata davanti e le grandi città operaie della East Coast dietro di noi. Per Sal è la linea di demarcazione tra la "vecchia" vita, quella newyorkese e la ricerca più profonda di sè, della libertà assoluta, ovviamente effimera (e in fondo in fondo lo sa anche lui).

Io, oltre all'enorme arco bianco simbolo della città, mi ricordo soprattutto l'idea ingenua di toccare con mano sulle rive del Mississippi i luoghi dei miei due eroi dell'infanzia.

Tom Sawyer e Huckleberry Finn, Mark Twain e la loro isola dei Pirati nel bel mezzo dell'enorme corso d'acqua: nessuno mi aveva detto che la spiaggia non esisteva, e che la melma profonda mi avrebbe risucchiato una ciabatta per sempre, un regalo non cercato finito nella pancia del fiume.

A pensarci bene anche loro, seppur in una narrazione giocoforza meno profonda e adatta ai ragazzini, erano in cerca della libertà, della fuga dal "vecchio" mondo, della scoperta.

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UCG//Getty Images

In qualunque modo lo si voglia interpretare, il fiume Mississippi rimane un formidabile spartiacque, un propulsore naturale verso territori ancor più lontani. Un'iniezione di aria pura, capace di riempire i polmoni e proiettarti verso la prossima tappa col sorriso sulle labbra e i capelli al vento, mentre la macchina riprende l'autostrada rombando.

E poi, ecco arrivare il bivio. Geografico, e vitale.

Denver e il Colorado, oltre ad essere delle meraviglie estetiche che non a caso lo stesso protagonista chiama "la Terra Promessa", sono il luogo delle decisioni, dell'amicizia che diventa all'improvviso qualcosa di serio - con l'amico Dean e l'alter ego di Allen Ginsberg, Carlo Marx - e del mito, sempre Dean, che inizia a mostrare le prime crepe.

Se arrivate da Est, il miglior suggerimento è di fare realmente come Sal: di tutte le strade che potrebbero portarvi dentro Denver, scegliete quella più vicina alle montagne. Il miracolo di Madre Natura non potrà sembrarvi più reale di così.

A Denver però bisogna anche fare una scelta.

Continuare verso la West Coast significherebbe entrare nello stato della California, l'oceano Pacifico scintillante, San Francisco, Los Angeles, l'ultima frontiera.

Virare verso sud vorrebbe dire attraversare il Texas, verde, infinito, più di mille miglia del posto più "pazzo" d'America, così era già definito da Kerouac allora e le cose oggi non sono cambiate molto, francamente.

E poi, oltre il Texas e oltre i confini nazionali, il Messico.

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AaronP/Bauer-Griffin//Getty Images

Dove finire il viaggio, tra California e Città del Messico

«Avevamo finalmente trovato la terra magica alla fine della strada»

La scelta "facile" è chiaramente la conclusione del più classico dei coast-to-coast: da Denver alla California il viaggio è ancora molto lungo ma le meraviglie naturali lungo il cammino, dal Grand Canyon in giù, fanno dimenticare le grandi distanze.

Il protagonista di On The Road non può però arrivarci senza fermarsi prima nello Utah, a Salt Lake City, la città dove l'amico fraterno Dean è nato. Il regno dei mormoni è descritto da Sal come "The City of Sprinklers", la città degli irrigatori, con file sterminate di giardini verdi perfetti, ordinati e tutti uguali, bagnati dall'acqua degli impianti d'irrigazione.

Un bel contrasto con il carattere caotico, irrequieto e vagabondo dell'amico che, infatti, lì non vuol restare e lo spinge per andare sempre oltre, senza mai fermarsi.

In realtà un posto dove provare a mettere a freno questo infinito turbamento interiore Dean l'avrebbe trovato, ed è San Francisco, non a caso l'unica tappa della costa occidentale citata in praticamente tutti i viaggi raccontati nel libro.

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Anadolu//Getty Images

"Frisco", così come la chiamano loro, è il malriuscito tentativo di normalità fatto da Dean nel costruirsi una vita come tutti gli altri, così come un maldestro esperimento di Sal nel provare a "ri-costruirsi" dall'altra parte della nazione, agli antipodi da New York City.

Ovviamente falliranno entrambi, e solo il costante fraseggio del sassofono nei locali notturni di San Francisco e le vibrazioni jazz vissute come litania religiosa durante quei giorni ammorbidiranno l'esperienza dei due amici. Costretti prima o poi a ritornare sempre verso Manhattan, dove il libro si chiuderà definitivamente.

Tutt'altro significato avrebbero invece il Texas e il Messico, perlomeno nelle prime battute dei passaggi a loro dedicati in On The Road.

Se la California rappresenta il fallimento del sogno dentro la cornice americana — il capitalismo, il lavoro, la famiglia che non funzionano — il Messico rappresenta il tentativo di uscire del tutto da quella cornice.

Non è più una questione di successo o fallimento nel sistema: è la ricerca di un mondo percepito come pre-moderno, non ancora "corrotto". Il libro lo definisce esplicitamente come «la terra magica alla fine della strada», un'espressione quasi messianica, l'apice assoluto dell'euforia del romanzo.

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HECTOR MATA//Getty Images

Laredo, Nuevo Laredo, Ciudad Victoria, Città del Messico. Quello che inizialmente sembra un nuovo inizio, un'illuminazione, un percorso che riesce a dare un senso ultimo alle cose, si trasforma rapidamente e drammaticamente in un'autostrada verso l'Inferno, verso il fallimento catastrofico, fisico e relazionale.

Il risultato non è molto dissimile da quello californiano: ogni "altrove" che Sal insegue promette una risoluzione che non arriva mai, perché il vuoto che cerca di colmare non è geografico. E quindi, come sappiamo, il prezzo da pagare è ritornare sempre al punto-zero, a New York City.

A proposito di ritornare. Dicevamo della sensazione iniziale di entusiasmo all'autonoleggio: ecco, il contraltare agrodolce a cui prima o poi si è sempre obbligati è l'atto esattamente opposto, la riconsegna dell'auto, la fine dei giochi, la conclusione del viaggio.

Come l'ultima pagina di On The Road di Jack Kerouac, sai che è l'ultima, ma ne vorresti altre cento.

Post Credits

Non ci siamo dimenticati di New Orleans, naturalmente. Ma deviare verso The Big Easy vi costringerebbe a saltare tutte le tappe del Midwest, e pure di Denver, scegliendo invece gli Stati Uniti più meridionali, la Bible Belt più pura e radicale, passando dalla Georgia, l'Alabama, la Louisiana... affascinante, certo, ma non se volete rivivere l'essenza di Sulla Strada.

On the road. Il «rotolo» del 1951

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