Ci sono incarichi che si ricevono. E ce ne sono altri che, prima ancora di essere accettati, si avvertono come una responsabilità. Diventare direttore del Gazzettino appartiene alla seconda categoria. Perché questo non è soltanto un giornale. È parte della storia civile del Nordest. Da Venezia, a partire dal 1887, ha accompagnato il cammino di una terra che ha cambiato volto all'Italia, raccontandone le trasformazioni, le ambizioni e le contraddizioni, senza mai smettere di interrogarsi su ciò che l'Italia avrebbe potuto diventare.
Arrivo dunque con rispetto. Ma senza timidezze. Un giornale, se vuole essere davvero grande, non può vivere di memoria. Può però avere memoria per non diventare prigioniero del presente. E nella memoria del Gazzettino c'è una stagione che ha lasciato un segno indelebile: quella di Giorgio Lago. Non soltanto per la qualità della sua scrittura, ma per l'idea stessa di giornalismo che seppe incarnare: libero, laico, curioso, anticentralista, insofferente alle burocrazie e alle ideologie, capace di guardare al Veneto non come a una periferia, ma come a un laboratorio del Paese. Lucido anticipatore delle svolte politiche e sociali che hanno animato gli anni '80 e '90 del secolo scorso, Lago aveva compreso prima di altri che raccontare il Nordest significava raccontare una trasformazione. E che un giornale non deve limitarsi a registrare la realtà: deve anche avere il coraggio di interpretarla, di coglierne in anticipo i segnali e, attraverso il confronto delle idee, persino di contribuire a orientarla.
È un'attitudine che, in fondo, appartiene alla stessa terra che Lago aveva scelto di raccontare: un Veneto capace di anticipare il Paese anche sulle grandi questioni civili, come dimostra il voto sul fine vita di ieri: la conferma di una terra che non aspetta semplicemente il futuro, ma talvolta ha il coraggio di interrogarsi prima degli altri e di indicargli una possibile strada. È questa, per me, la più alta eredità da raccogliere. Non una linea politica da conservare, ma un metodo: la libertà di pensiero, il primato dei fatti, il dubbio come antidoto al conformismo, l'indipendenza come forma più alta di rispetto per il lettore e la difesa dei valori più alti dell'Occidente democratico. In questa terra, non arrivo da forestiero. Le mie origini sono venete. Non lo considero un fregio da esibire, ma parte della mia storia personale. Da giornalista economico, ho avuto negli anni un altro privilegio: quello di conoscere questa terra attraverso ciò che produce, attraverso le sue imprese, il lavoro, il risparmio, l'innovazione, i distretti, le sue università e le sue capacità di esportare nel mondo. Ho imparato così a guardare al Veneto non soltanto come a una realtà geografica o amministrativa, ma come a una delle grandi piattaforme economiche e civili del Paese: un territorio che ha costruito ricchezza senza smarrire la cultura del lavoro, che ha saputo trasformare la piccola impresa in vocazione internazionale, che spesso ha corso più velocemente delle istituzioni chiamate a governarlo. Raccontarlo sarà dunque anche raccontare l'Italia che cambia. Con le sue eccellenze, certo. Ma anche con le sue contraddizioni, le sue fragilità, le domande che pone al futuro. Perché voler bene a una terra non significa celebrarla: significa avere il coraggio di guardarla per quella che è.
In questo senso sento di succedere a Roberto Papetti nel segno della continuità. Per vent'anni Papetti, degno erede di Lago, ha guidato il Gazzettino con equilibrio, professionalità, autorevolezza e conoscenza autentica del territorio. A lui va il mio riconoscimento, insieme al profondo rispetto per ciò che lascia a chi viene dopo. E a chi viene dopo, oggi, tocca una responsabilità semplice da descrivere e difficile da assolvere: fare un giornale che non abbia paura di essere libero. L'aver accettato di continuare insieme questo percorso quale direttore editoriale, è per me motivo di sincera gratitudine. Ringrazio l'editore Francesco Gaetano Caltagirone e la presidente del Gazzettino, Azzurra Caltagirone, per la fiducia che mi hanno accordato. È una fiducia che intendo onorare con il lavoro, non con le promesse. E ringrazio sin d'ora la redazione. Un giornale è una macchina complessa soltanto per chi lo guarda da fuori. Per chi lo fa, è una comunità di intelligenze, passioni, competenze, discussioni, errori corretti all'ultimo minuto e notti che finiscono quando per il lettore comincia il nuovo giorno. Il Gazzettino vanta un corpo giornalistico dei più completi e professionalmente attrezzati nel panorama italiano. A questa squadra chiedo di non perdere mai la curiosità. Perché il nostro mestiere comincia sempre con una domanda e finisce con una responsabilità: quella di mettere un giornale nelle mani di una persona che ogni mattina trova una ragione per volerlo leggere. Perché quella curiosità è anche il modo per accompagnare il lettore lungo tutta la giornata attraverso le molteplici piattaforme che fanno di questa testata una delle più formidabili fonti di informazione.
Il Gazzettino continuerà dunque ad avere nel Nordest le proprie radici, nell'Italia il proprio orizzonte e nell'Europa la propria dimensione senza perdere la propria identità. E continuerà ad essere liberale nel senso più esigente del termine: libero dai padroni delle verità, dalle conventicole del potere, dalle mode del momento. La libertà di un giornale non si proclama. Si pratica. Ogni mattina. Con una notizia, con un titolo, con un'inchiesta, con un'opinione, con una critica. E soprattutto con il coraggio di dire ai lettori ciò che pensiamo, lasciando a loro - sempre a loro - il diritto di pensarla diversamente. È questo il patto che vorrei stringere con quanti continueranno a seguirci. Da oggi, dunque, non comincia una nuova storia. Continua una storia che ha ancora molte cose da dire. E noi saremo qui, a raccontarle.
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