Quattordici persone diverse, provenienti da tre continenti. Arachidi, banane, coralli romani, muggini atlantici. Un telo di lino conservato a Torino da settecento anni contiene tutto questo — e la lista, secondo l'analisi genetica pubblicata su Scientific Reports, non è ancora completa.
A firmarla è Noemi Procopio, dell'Università di Padova, che ha riportato sotto sequenziamento moderno campioni prelevati dalla Sindone nel 1978, mai davvero esauriti dalle tecniche dell'epoca. Il risultato supera per densità genetica quello che normalmente si recupera da una tovaglia da picnic dopo un'intera stagione di utilizzo. Il tessuto compare per la prima volta nella documentazione storica nel 1354, a Lirey, in Francia. Da lì, secoli di passaggi di mano. Tra le tracce umane, i ricercatori hanno isolato materiale genetico riconducibile ad almeno 14 individui. Uno di questi è quasi certamente lo scienziato che eseguì il prelievo originale negli anni '70, di origine europea ed ebraica — un'identificazione che il team considera pressoché certa. Il dato che ha attirato più attenzione riguarda però la provenienza geografica dominante: quasi il 40% del DNA umano rilevato sul telo è di origine indiana. Gli autori collegano il dato al lino stesso, probabilmente importato dalla Valle dell'Indo. Compare anche un segnale genetico più raro, legato alla comunità arabofona drusa del Medio Oriente. Poi la lista smette di seguire una logica prevedibile.
Pomodori, cetrioli, meloni, patate, pistacchi. Le arachidi risultano particolarmente rappresentate all'interno della famiglia botanica delle Fabaceae — lo notano esplicitamente gli autori dello studio. Banane, peperoni, mais, carote si aggiungono al catalogo, insieme a specie animali domestiche (cani, gatti, polli, maiali, bovini) e a presenze meno scontate: cavalli, conigli, mandorle, noci. Tra le contaminazioni di origine marina figurano merluzzo atlantico e muggine grigio, oltre a un corallo rosso mediterraneo — materiale che in epoca romana veniva lavorato per gioielli e oggetti simbolici. Nessuno sa con certezza come, quando o dove ciascuna di queste tracce sia arrivata sul tessuto. Un dettaglio, però, aiuta a datare almeno parte della contaminazione: le carote identificate appartengono a varietà europee coltivate a partire dal XV e XVI secolo. Molte delle specie vegetali e animali rilevate, inoltre, sono originarie dell'America Latina — un'osservazione che colloca buona parte di questa contaminazione dopo il 1492, anno dei viaggi che portarono alla scoperta europea delle Americhe. Procopio, in una nota diffusa dall'ateneo, ha descritto la Sindone come un archivio genetico accumulato attraverso secoli di interazione umana ed esposizione ambientale — precisando che il DNA non risolve la questione dell'età o dell'autenticità del reperto, ma restituisce informazioni nuove sulla sua storia biologica e dimostra cosa la scienza forense contemporanea riesca a estrarre da un oggetto storico. Un telo religioso, in fondo, si comporta come qualsiasi altra superficie esposta al mondo per settecento anni: accumula. Ogni mano che lo ha toccato, ogni animale che gli è passato vicino, ogni pianta con cui è entrato in contatto vi ha lasciato una firma invisibile — leggibile solo oggi, con strumenti che nel 1354 nessuno avrebbe potuto immaginare.
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