All’evento di Open “Da Fermi al futuro” il ministro dell’Ambiente indica la tabella di marcia della riforma. Sul deposito delle scorie: «Ci sarà anche il decreto sul sito nazionale»
La legge delega sul ritorno del nucleare potrebbe arrivare al traguardo già prima della pausa estiva del Parlamento. A indicare la tabella di marcia è il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, in dialogo con il direttore di Open Franco Bechis, all’evento “Da Fermi al futuro – Dialoghi sull’energia nucleare sostenibile” organizzato dal giornale all’Ara Pacis di Roma. Dopo il via libera della commissione Ambiente del Senato, che ha respinto tutti gli emendamenti delle opposizioni, il ministro si dice fiducioso sui tempi dell’iter parlamentare. «Tutte le condizioni ci sono. Sarà la conferenza dei capigruppo a definire il calendario, ma ci sono probabilità che la legge venga approvata prima della pausa estiva».
Via libera entro l’estate, poi i decreti attuativi
Il voto sulla delega rappresenta però solo il punto di partenza. «Dopo si aprirà il momento dei decreti attuativi. Sono quelli che decidono se mettiamo davvero in moto una macchina oppure se abbiamo solo fatto un quadro normativo». Ma «non è corretto nei confronti di chi ha lavorato per due anni e mezzo dire che il disegno di legge nasce dal nulla. È figlio di un lavoro svolto da esperti nazionali, grandi enti e università, che hanno già definito un quadro d’azione».
La legge delega, spiega, fissa il perimetro generale: «Definisce complessivamente il quadro giuridico, dalle procedure autorizzative alle modalità di finanziamento, fino alla compatibilità con la normativa internazionale». La fase più tecnica arriverà con i decreti attuativi, che il governo punta a chiudere «entro la fine dell’anno», come chiesto dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, sottolinea il ministro.
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Il deposito nazionale delle scorie
Tra i provvedimenti attuativi ci sarà anche quello dedicato al deposito nazionale dei rifiuti radioattivi? «Ci sarà anche il decreto sul deposito unico nazionale, con una ridefinizione e aprendo anche a ulteriori valutazioni», spiega il ministro, aggiungendo che tra le aree prese in considerazione non si escludono i siti militari.
Pichetto distingue poi tra le diverse tipologie di rifiuti. Per quelli ad alta attività «parliamo di una ventina, poco più, di blocchi di scorie delle vecchie centrali, costruibili in un ambiente di 200 metri quadri», sottolinea il ministro. «Oggi sono all’estero grazie all’accordo con la Francia, ma che dovranno tornare in Italia e confluire nel deposito geologico che dovremo individuare a livello europeo».
Per i rifiuti a media e bassa attività, invece, si tratta soprattutto dei materiali derivanti dallo smantellamento delle vecchie centrali e delle attività sanitarie. «Li produciamo già oggi e sono distribuiti in un centinaio di depositi». Anche guanti, camici o lastre ospedaliere, precisa, «sono materiali radioattivi e devono essere trattati come tali».
«L’Italia non parte da zero»
Sui piccoli reattori modulari (gli Smr) l’Italia è in ritardo? Rispondendo alla domanda del direttore Bechis, il ministro rilancia: «Non si tratta di cominciare da zero, ma dal punto dove sono arrivati gli altri. Anche con il nostro contributo». Secondo Pichetto, «l’Italia, dopo la Francia, è il Paese con il sistema produttivo più vicino alla filiera nucleare». Molte imprese italiane, ricorda, stanno già lavorando alla realizzazione di impianti all’estero e «l’ultima grande centrale europea è stata costruita da Enel in Slovacchia». Il nodo, semmai, riguarda le competenze. «La conoscenza c’è, ma avendo abbandonato la produzione quarant’anni fa alcune professionalità devono essere ricreate. Serve una formazione specifica per costruire i reattori».
«Il nucleare serve per abbassare il costo dell’energia»
Il ministro respinge anche le critiche di chi sostiene che il ritorno dell’atomo farebbe aumentare le bollette. «È opportuno che queste valutazioni le faccia chi ha le competenze. Dagli studi che abbiamo, conti alla mano, emerge che nel mix energetico il nucleare è una componente importante perché garantisce una produzione programmabile».
Fotovoltaico ed eolico, osserva, «producono quando c’è il sole o quando c’è il vento e da soli non possono garantire la stabilità della rete». Ma se tra cinque o sei anni dovesse emergere una tecnologia più conveniente, aggiunge, «sarò il primo a cambiare idea. Al momento non vedo alternative». Il confronto sia «nel merito e non sull’ideologia», è l’appello del ministro, perché sarebbe «la scelta della decrescita felice» l’ipotesi di affidarsi esclusivamente alle fonti rinnovabili non programmabili.
L’obiettivo: nucleare fino al 22% del mix energetico
Guardando al lungo periodo, il ministro ricorda che oggi l’Italia produce circa 260 terawattora di energia elettrica, ma ne consuma oltre 310, importando la quota mancante «che è essenzialmente di fonte nucleare».
Nel breve periodo, osserva, sarà necessario continuare ad aumentare fotovoltaico ed eolico, mentre «il termoelettrico dovrà fare da ponte per il prossimo decennio». Per il futuro, invece, «il piano prevede una quota di nucleare compresa tra l’11 e il 22% del mix energetico», percentuale che secondo gli esperti consentirebbe di soddisfare la domanda mantenendo «il prezzo più competitivo».
Quanto ai possibili siti dei futuri impianti, Pichetto evita indicazioni precise ma si mostra ottimista: «Credo che i siti possano essere tantissimi. C’è una sensibilità diversa rispetto al passato e ho fiducia nei giovani». I piccoli reattori modulari, conclude, «potranno essere collocati vicino alle grandi aree industriali o alle grandi città, con tutte le tutele necessarie». Il confronto con le rinnovabili è netto: «Un piccolo reattore occupa circa tre campi di calcio, mentre per ottenere la stessa produzione con gli impianti rinnovabili ne servirebbero oltre tremila».
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