TRENTO. Dal profondo cambiamento del paesaggio in quota alla condizione degli ecosistemi alpini, fino alla disponibilità di risorsa idrica e alle conseguenze sul fronte della stabilità dei versanti e sul rischio di dissesto idrogeologico. Sono molti i temi che s'intrecciano nell'analizzare le conseguenze della progressiva – e sempre più veloce – sparizione dei contesti glaciali alpini, un processo che in particolare negli ultimi anni ha visto una forte accelerazione di fronte ad annate con temperature altissime anche in quota – 2022 in primis.
La deglaciazione alpina, in definitiva, rappresenta oggi “un fenomeno violento e inarrestabile”, dice a il Dolomiti il glaciologo e fondatore del Servizio Glaciologico Lombardo Antonio Galluccio, in un lungo intervento inviato al nostro giornale sullo stato dei ghiacciai alpini a medie quote e sulle modificazioni che le terre alte stanno subendo in epoca di crisi climatica. Ecco le sue parole.
Siamo informati ogni giorno della abnorme fusione dei ghiacciai alpini in questa caldissima estate 2026. Le osservazioni di terreno vanno però meglio definite: la copertura nivo-glaciale alpina non è in sofferenza, si sta letteralmente dissolvendo. Non ha più senso parlare di fluttuazioni, di ritiri frontali: i ghiacciai di media quota scompaiono sotto i nostri occhi, a ritmi che non sono più secolari, ma solo annuali e per i glacionevati a volte quasi mensili. Questi tempi innaturali portano la firma dell’uomo. Chi ancora lo nega non sa leggere i grafici. Siamo infatti nel pieno di una recente, forte accelerazione dell’incremento termico del pianeta, evento esordito dopo gli Anni Ottanta e che si esprime maggiormente al Polo settentrionale e, alle medie latitudini, in Europa e sulle Alpi. Ma non ci sono ambiti terrestri risparmiati. E i ghiacciai sono indicatori inesorabili, non gli unici ma di certo i più facilmente leggibili: nel breve periodo nessun elemento naturale racconta del clima che cambia meglio di questi corpi vivi.
Se il ghiacciaio si ritira, se scompare, se la neve stagionale fonde completamente a tutte le quote durante l’estate, si può essere certi che la temperatura, a livello locale o sinottico, è certamente più alta rispetto al passato. Possiamo ragionare sui parametri climatici, studiare gli episodi parossistici o rari: ma i ghiacciai forniranno un verdetto certo, quelli grandi con un poco di latenza (il tempo di risposta), le placche piccole praticamente in tempo reale. Neanche da discutere se valgano di più le nevicate o i valori estivi di temperatura ai fini della conservazione della criosfera alpina: a parte pochi casi eccezionali, sempre i secondi. Se poi si ha la coincidenza nello stesso anno tra accumuli scarsi e temperature estive elevate, il danno è certo e profondo. Dopo la fine della pulsazione positiva degli Anni Settanta del Novecento, prolungatasi sino al 1982-1985, il successivo nuovo ritiro glaciale è stato contenuto sino al 2003, anno di svolta, con la sua micidiale estate, di cui oggi, nel 2026, abbiamo una replica. E dire che l’invernata 2000-2001, per la sua eccezionale nevosità (ma solo nelle Alpi Centrali) aveva riacceso le speranze. Anche l’anno idrologico 2013-2014 non fu male.
Per il resto il secondo decennio del XXI secolo ha impresso un ulteriore, inusitato incremento del ritmo della fusione, con il tragico biennio 2022-2023: a fine estate 2022, il sito ablatometrico 17 bis del Servizio Glaciologico Lombardo, sul Ghiacciaio di Fellaria (Bernina Italiano), a 3080 m di quota, ha perso in un solo anno 4,5 m di ghiaccio. Poche stagioni e la palina cadrà sui sassi. Sono tra quelli che, più di trent’anni fa, scrivevano che se non avessimo invertito la rotta dell’impatto antropico il Pianeta ce l’avrebbe fatta pagare: ma non immaginavo certo la realtà odierna, che supera enormemente le documentate paure di allora, al punto che centinaia di apparati tra quelli che ancora resistono possono essere oggi considerati fossili climatici o gosth-glaciers, cioè prodotti di un altro clima che non è più, non della Piccola Età Glaciale, terminata alla metà del XIX Secolo, ma di quello dei nostri padri e nonni. Le lingue che scendono ancora sotto i 3000 metri di quota sono transeunti, sono condannate a disgregarsi assai prima di quanto potevamo aspettarci fino a pochi anni fa.
Come attestato da modelli attendibili e puntuali, resisteranno per alcuni decenni solo gli ambiti glaciali che attingono ai quattromila metri di quota: Monte Bianco, Oberland Bernese, Monte Rosa, Bernina. Dall’Argentera al Canin le nostre montagne non sono dunque più le stesse, e per molto tempo non torneranno all’aspetto che abbiamo fin qui conosciuto. Forse mai più. Resteranno i milioni di fotografie, le cartoline, i lavori scientifici, le ricostruzioni storiche, la cartografia a perpetuarne in qualche modo la memoria. I problemi connessi alla rapida deglaciazione sono però di oggi e, soprattutto, dell’immediato futuro: alpeggi che perdono il torrente che li ha nutriti per secoli, bacini idroelettrici che non si riempiono più o a fatica, colture idrovore (riso, mais) da adesso a rischio per la maturazione finale, dissesto idrogeologico con episodi ripetuti e anche clamorosi, connessi alla degradazione del permafrost di versante, quali frane in quota in tutti i litotipi, fino alla scomparsa di interi borghi (il recente caso di Blatten, in Svizzera), panorami irriconoscibili, economia della montagna da reinventare (compreso il fenomeno di una possibile migrazione verticale umana), risalita altimetrica della vegetazione, con nuove problematiche di gestione del territorio, compresi gli aspetti etologici. E molto altro ancora.
Non ultima la pratica degli sport della montagna, profondamente modificata e resa molto più pericolosa dall’attuale trend climatico, fenomeno al quale si risponde, un paradosso, con un dissennato incremento delle strutture, atto a trasformare le terre alte in un luna park. Sta davvero accadendo questo disastro epocale ma molti non hanno ancora capito, nonostante la clamorosa evidenza. Su ciò che andrebbe fatto, e subito, non dico alcunché, ho perso la voce. Del resto, sono miriadi i contributi quotidiani pubblicati in argomento. E oggi si parla già di forme di resistenza, di adattamento. Si cerca di sensibilizzare. Ma diciamolo chiaro: senza la necessaria rivoluzione copernicana circa l’utilizzo delle fonti energetiche, ogni altra azione sarà sostanzialmente ininfluente rispetto a un decorso inarrestabile. Il danno è fatto, durerà in ogni modo decenni: i ghiacciai alpini posti sotto i 3500 m di quota scompariranno. In ultimo, la speranza: che le nuove generazioni crescano con una rinnovata coscienza, quella che la Terra è l’unico pianeta che abbiamo e che dobbiamo prendercene cura. Che cambino le cose quando saranno loro a comandare: per esempio, riuscendo almeno a contenere il riscaldamento globale a + 2 °C rispetto all’era pre-industriale. E, per favore, niente funerali simbolici ai ghiacciai scomparsi: per me un’insopportabile ipocrisia.
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