“Non basta dire che abbiamo le montagne più belle al mondo per avere

2026/07/26

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CADORE. “Il futuro va dato in mano ai giovani che vogliono restare, perché farlo in un luogo che fatica ad aprirsi, a rinnovare, a guardare al futuro uscendo dalla zona di comfort, non è facile. E non cercano cose impossibili: vogliono lavoro, casa, attrattività, un rapporto diverso col territorio. Se lottano per questo, vanno lasciati lottare”.

Un appello per i giovani, da parte di chi ci sta provando. A parlare è Mattia Baldovin, 37enne di Domegge di Cadore nonché consigliere comunale a Pieve e molto attivo nel volontariato. Il Dolomiti lo ha incontrato per raccogliere il suo punto di vista su un tema che, confessa, trova da tempo necessario affrontare: “La governance di questa provincia, soprattutto le terre alte - afferma - è il vero nodo da sciogliere. Prima ancora di cercare fondi per sistemare strade, laghi o ciclopedonali, pur indispensabili, dobbiamo fare il punto su come vogliamo governare un territorio con sempre meno residenti e sempre maggiore bisogno di una regia”. 

Amministrare però non è semplice 

“Ti scontri con la burocrazia e la difficoltà di arrivare in fondo ai progetti con risorse economiche oggettivamente scarne. Invito a partecipare ad un Consiglio comunale quando si discute di bilancio: diventa chiaro quanto difficile può essere. Ma il nodo sta qui: se il singolo da solo finisce per morire, non arrivare in fondo se non per gestire l'ordinario, il rischio è che lo stimolo a creare qualcosa di nuovo non arrivi neanche. Bisogna invece chiedersi se non sia il momento di avviare una reale governance complessiva per rendere il territorio attrattivo”.

L’ennesimo tavolo di lavoro? 

“Quando sento parlare di tavoli di lavoro me ne vado, perché non si arriva a delle conclusioni. Piuttosto si tratta di farsi una domanda: vogliamo limitarci all'ordinario o decidere quale direzione vogliamo prendere? Bene gli incontri, la cultura della montagna, ma tutte queste analisi come si concludono? Uno dei limiti è forse la fatica della montagna bellunese ad abbandonare il passato. Non mi riferisco alle nostre radici, ma a scelte che continuano a condizionare il presente e il futuro pur non funzionando più. Il Cadore vive ancora del ricordo di quando l'industria permetteva di costruirsi la casa: oggi non è più così, perciò o immaginiamo un futuro che ragiona sul qui e ora e va avanti, o quel futuro non ci sarà”.

Una posizione forte e condivisa da molti, specie giovani, che vogliono superare celebrazioni nostalgiche che frenano il cambiamento (qui un esempio).

“Spesso si pretende che a governare siano solo i più esperti, come se per farlo si dovesse avere più di 50 anni, ma nulla vieta che un gruppo di ragazzi arrivi in fondo agli obiettivi, pur con fatica. Perché essere certi a priori che falliranno?” 

A sostenerlo, di recente, anche il docente Gianpiero Dalla Zuanna, ospite di Future4Mountains (qui).

“Anche a me viene detto che dobbiamo essere più responsabili, ma sono entrato in politica tre anni fa, non trenta, e se da noi si pretende competenza, allora voglio che dall’altra parte sia dato l’esempio di una politica che sa essere un peso specifico sul territorio. Invece da questo siamo lontani”. 

In concreto cosa va fatto?

I giovani devono conoscere cos’è stato un territorio: non volersi imporre, ma pretendere risposte sul passato per non commettere errori nella programmazione del futuro. E per farlo, la montagna deve farsi collettività, abbandonando ideologie e individualismo e accettando il parere dell’altro, per poi farne una sintesi.

Oggi invece siamo fermi. Io sono stato via e poi tornato, ma a volte non so cosa rispondere a chi mi chiede se sia stata una scelta felice. Cosa non riusciamo a fare per compiere un salto in più? È ormai impossibile pensare che il territorio sia attrattivo solo perché ‘siamo le montagne più belle del mondo’: questa cosa va rivista. Certo abbiamo un patrimonio da difendere, ma nel frattempo dobbiamo ripensare alla terra sulla quale camminiamo tutti i giorni, fatta di accoglienza, turismo, residenzialità, servizi. Un passo alla volta”.

In questo, che ruolo hanno i giovani?

Quando il territorio pompava denaro per l’industria non si è pensato all’accoglienza, al tema degli alloggi, ai convitti per le scuole, alle aule studio. Oggi dobbiamo ripartire da loro, mandarli nel mondo e riportarli qui a fare innovazione. Non possiamo usarli come capro espiatorio per un passato che ci ha lasciato solo cocci: è ora di superare il ‘quando ero giovane io’. Perché non possono essere i ragazzi di oggi a costruire un territorio nuovo, come fecero i nostri nonni dopo la guerra? Pur non uscendo da un conflitto, siamo comunque in una situazione di disfacimento del tessuto economico e sociale che richiede impegno per essere risollevato. Da giovane vivo il momento in cui sono, con difficoltà diverse ma che non per questo meritano la retorica del ‘non volete fare sacrifici’ perché non è vera”.

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