Non abbiamo ancora capito come il cervello impara a leggere

2026/09/03

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Imparare a leggere è una delle trasformazioni più straordinarie che il nostro cervello sia capace di compiere: in pochi anni impariamo a trasformare segni, suoni e significati in un’unica abilità che poi ci sembra naturale e immediata, come vi sta succedendo in questo preciso momento. Ci sono scienziati che hanno dedicato tutta la loro carriera a cercare di capire come avvenga questo processo, eppure molto resta ancora da chiarire. Mikeal Roll, un professore di fonetica dell’università di Lund, in Svezia, ha trovato qualche nuova risposta, come ha raccontato in un nuovo studio appena pubblicato.

Roll ha studiato le caratteristiche anatomiche del cervello di 1068 giovani adulti e le ha messe in relazione con le loro abilità di lettura. Roll ha scoperto che alcune caratteristiche anatomiche del cervello sono associate alle abilità di lettura e che, in alcuni casi, sono influenzate dalla genetica. Ma non vale per tutte le caratteristiche né per tutte le persone: molto dipende anche dall’esperienza, da quanto si legge e da come si impara a farlo.

Imparare a leggere è infatti un processo molto articolato. Ogni parola deve essere scomposta in una sequenza ordinata di lettere; ogni lettera va poi distinta per la particolare combinazione di linee dritte e curve che ne formano il disegno; e a ogni disegno, infine, si associa un suono, che è diverso da tutti gli altri suoni. Anche i suoni, però, devono essere a loro volta distinti e riconosciuti: dai silenzi impariamo a dividere le parole; dalle parole riconosciamo le sillabe e, soprattutto, impariamo a distinguere e a manipolare i singoli suoni che le compongono. E quando questi suoni e segni grafici si combinano insieme, associamo loro un senso: il significato delle parole, e poi delle frasi.

Tutte queste azioni coinvolte nella lettura sono molto diverse tra loro, e richiedono l’attivazione di funzioni altrettanto diverse nel nostro cervello. Eppure, dopo aver imparato a leggere, ci sembra che avvengano insieme e istantaneamente.

Da circa quarant’anni sappiamo che non c’è una sola regione del nostro cervello dedicata interamente alla lettura, ma una rete di aree diverse collegate tra loro. E, in effetti, l’evoluzione non avrebbe avuto il tempo per far sviluppare qualcosa di simile a una regione specializzata. La nostra specie ha imparato a leggere da poco (il linguaggio scritto è stato inventato circa cinquemila anni fa) e lo sappiamo fare in tanti da ancora meno tempo (nel 1861 in Italia la percentuale di analfabetismo era del 68,8 per cento).

Secondo le ricerche più condivise, quando impariamo a leggere si forma nel nostro cervello un reading network, un circuito cerebrale che collega parti che svolgono funzioni diverse. Leggere, quindi, modifica alcune delle proprietà strutturali misurabili del cervello, e più si legge più queste modifiche diventano evidenti.

L’architettura generale di questo network è simile per tutti. Da questa somiglianza è nata la neuronal recycling hypothesis (“ipotesi del riciclaggio neuronale”), una teoria che sostiene che le capacità culturali come la lettura o l’aritmetica “riciclino” delle regioni che l’evoluzione aveva già contribuito a sviluppare negli esseri umani per funzioni simili, come il riconoscimento dei suoni e delle forme. Da quando è stata sviluppata, nel 2007, l’ipotesi ha avuto riscontri in numerosi esperimenti.

Una delle copertine che Nature ha dedicato agli esperimenti che hanno portato all’elaborazione di una teoria per spiegare come impariamo a leggere, questa è del 28 luglio del 1994 (Nature).

Un esempio di questo riciclaggio è la Visual Word Form Area (VWFA, o “area della forma visiva delle parole”). È una delle regioni che si attivano più intensamente quando le persone alfabetizzate vedono delle lettere o delle parole.

Prima di imparare a leggere, la VWFA in senso stretto non è ancora specializzata nel riconoscimento delle parole. Eppure, diversi studi hanno mostrato che nella maggior parte dei casi si sviluppa proprio in quelle regioni del cervello che, già prima dell’alfabetizzazione, erano particolarmente abili nel distinguere le forme degli oggetti e avevano forti connessioni con i sistemi linguistici.

Le differenze tra persona e persona non sono solo nella posizione in cui compaiono queste regioni, ma anche in quanto si attivano o nelle caratteristiche della loro struttura. Alcuni studi, per esempio, hanno scoperto che se la corteccia uditiva (che è la regione che riceve, gestisce ed elabora gli stimoli sonori) ha uno spessore minore, imparare a leggere può essere più difficile. Può anche svilupparsi un disturbo dell’apprendimento chiamato dislessia, che si manifesta in molti modi: può rendere più difficile e meno accurata la lettura, per esempio nel riconoscimento e nella decodifica delle parole.

Il modo in cui impariamo a leggere, quindi, dipende anche dalle strutture che precedono l’alfabetizzazione e che possono essere in parte influenzate da caratteristiche genetiche.

L’esperimento condotto da Roll nel 2026 indaga proprio queste differenze, che ha cercato soprattutto in alcune regioni cerebrali. Ha studiato la corteccia uditiva (che permette di percepire ed elaborare i suoni delle parole) e il lobo temporale anteriore sinistro (che invece è legato alla semantica, e cioè al significato delle parole). Per la forma delle lettere, invece, ha studiato il polo temporale dorsale.

Roll ha collegato poi le differenze misurabili che ha trovato in queste regioni (come nello spessore della corteccia o la sua estensione superficiale) ai risultati di alcuni test di lettura che ha condotto sui partecipanti allo studio. In questi test venivano mostrate delle lettere e delle parole e si chiedeva di pronunciarle ad alta voce. A ognuno poi veniva assegnato un punteggio, un numero che stimava la capacità di ogni partecipante di riconoscere e decodificare le parole scritte.

Roll ha trovato effettivamente delle correlazioni tra alcune caratteristiche anatomiche e l’abilità di lettura: chi aveva ottenuto i punteggi più alti, per esempio, aveva uno spessore della corteccia uditiva maggiore (e quindi riusciva a distinguere con maggiore precisione i suoni) o una superficie corticale maggiore nel lobo temporale anteriore (che invece ha a che fare con la parte semantica). Per capire se queste differenze avessero a che fare con la genetica oppure con l’esperienza di lettura, ha studiato delle coppie di gemelli. Per alcune caratteristiche ha trovato che effettivamente una correlazione genetica c’era; per molte altre, invece, no.

Come ha spiegato Roll stesso: «Per essere chiari, l’ereditarietà non significa che siamo nati in un certo modo e non possiamo cambiare. Il cervello, infatti, è in continua evoluzione. Piuttosto, iniziamo con un pezzo di argilla parzialmente ereditato che modelliamo e perfezioniamo continuamente per tutta la vita.»

Genitori ed educatori, quindi, possono avere un ruolo fondamentale nello sviluppo di questa capacità, che però possiamo acquisire in tante forme diverse. Le persone non-udenti dalla nascita, per esempio, dimostrano in maniera evidente come il cervello riesca a trovare tanti modi per imparare a leggere, e che non ci sia un processo migliore di un altro.

La lettura non è una capacità innata, ma va appresa, migliorata e praticata; e se non viene allenata, può peggiorare. È anche per questo che le preoccupazioni per il calo delle capacità di lettura degli adulti non riguardano soltanto la scuola: il cervello continua a modellarsi anche dopo che abbiamo imparato a leggere.

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