Il rifiuto di Benjamin Netanyahu alla roadmap del Board of Peace per la Striscia di Gaza non sembra aver suscitato, almeno finora, l'ira di Donald Trump. Anche perché tutto sembra indicare che, durante il faccia a faccia tra i due alla Casa Bianca di fine luglio, sul tavolo ci fossero anche le concessioni che gli Usa si aspettano da Israele sui fronti di Gaza e Libano, in parallelo al continuo allineamento sulla questione nucleare iraniana. Una fonte del Board of Peace riportata dai media israeliani ha confermato che la realtà sul campo è ben lontana dalle dichiarazioni del premier, rivolte a un elettorato per cui qualsiasi forma di compromesso diplomatico risulta particolarmente impopolare.
''Guardiamo ai fatti, non alle dichiarazioni. Sarebbe stato meglio per Israele se le dichiarazioni fossero coerenti con le sue azioni, ma di fatto, sta rispettando l'accordo. L'Idf ha fermato le uccisioni mirate e si trova sulla Linea Gialla originaria, che copre il 53% della Striscia, senza avamposti o forze oltre di essa''.
In sostanza, secondo quanto riferito dalla fonte, l'Idf si sarebbe già riposizionato, del tutto in sordina, sulla Linea Gialla originaria, stabilita nell'accordo per il cessate il fuoco di ottobre 2025. Dopo aver incontrato Netanyahu a Gerusalemme in una visita lampo lunedì scorso, Nickolay Mladenov, l'inviato per Gaza del Board of Peace - che è anche il direttore dell'Anwar Gargash Diplomatic Academy di Abu Dhabi, a dimostrare il grande coinvolgimento emiratino nell'ente creato da Trump - si è rivolto ieri direttamente al pubblico israeliano in un'intervista a Channel 12. Mladenov ha ribadito che la roadmap dei 15 punti è un accordo tra il Board of Peace e Hamas e che il disarmo delle milizie palestinesi - kalashnikov compresi - precede ulteriori ritiri dell'Idf da altre zone della Striscia.
E qui si presenta uno dei nodi. Mladenov ha parlato di ritiro ''graduale'', passo passo: l'abbandono delle armi da parte delle milizie in una determinata area (sul modello delle 'zone pilota' al vaglio nei difficili negoziati sul fronte libanese) e rispettivo ritiro dell'Idf, con l'avvicendamento delle truppe della Forza di Stabilizzazione Internazionale. Mentre - e sarebbe questo il punto che Netanyahu cercherà di monetizzare politicamente durante la campagna elettorale, secondo l'analista militare di Ynet Ron Ben Yishai - il premier spinge perché qualsiasi ulteriore ritiro avvenga solo una volta che la Striscia di Gaza sarà completamente demilitarizzata dalle milizie palestinesi. La Jihad Islamica ha tuonato, accusando Netanyahu di manipolare il Board of Peace. Che la situazione sul campo stia mutando l'ha confermato anche il Capo di Stato Maggiore dell'Idf, Eyal Zamir, che oggi ha dichiarato che ''i negoziati diplomatici in corso su tutti i principali fronti sono il risultato degli storici successi dell'Idf. Siamo ben preparati in difesa, mantenendo la piena capacità di tornare a un combattimento ad alta intensità''. Secondo tutti gli analisti, rimane molto improbabile che, oltre al pilot di Rafah - che si trova comunque nella zona controllata dall'Idf -, si vedranno ulteriori mosse decisive nella Striscia di Gaza prima delle elezioni del 27 ottobre.
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