La spritz mania ha colpito anche gli americani, tra i maggiori consumatori del cocktail in patria e anche a casa nostra.
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Scena: dehors, ora aperitivo. Chiacchiericcio, risate, tintinnio di bicchieri. Ci avviciniamo al tavolo, dove immancabile e inconfondibile svetta lui: il calice di spritz arancione scuro con fetta di arancia e cannuccia di ordinanza. Sembra il classico quadretto da dolce vita italiana, e invece guarda un po’ siamo dall’altra parte dell’Atlantico.
Negli Stati Uniti infatti è spritz mania, e qui il cocktail veneto per eccellenza non è mai stato così popolare. Ecco precisiamo per gli amici milanesi: qui parliamo esclusivamente di Aperol spritz, e non ce ne vogliano i puristi del Campari. Da almeno otto anni, quando nel 2018 il New York Times lo aveva eletto a “drink dell’estate”, lo spritz spopola tra gli americani.
La tentazione di snobbarlo o definirlo “drink per chi non sa bere” è tanta. Ma i baristi non si lamentano, anzi. Lo spritz tira, sorso dopo sorso e bicchiere dopo bicchiere, e l’ordinazione parte da svariate categorie di persone. In altre parole vende, ed è pure semplice da preparare.
Gli unici che, anche giustamente, avrebbero qualcosa da ridire siamo noi italiani. Perché con queste premesse, l’aspettativa del turista americano medio in viaggio verso il Bel Paese è quella di scassarsi di spritz, anche (ma non solo) a favore di Instagram. Sempre e ovunque, anche dove il drink praticamente non esiste.
Spritz mania

Ultimamente farsi un giro nei bar americani sa un po’ di deja vu. Magari manca la patatina, ma olive (a 9 dollari) e piattini (a prezzo doppio) da stuzzicare abbondano. E poi c’è lo spritz, col suo colore sgargiante servito nel classico calice largo e profondo. Ormai sdoganato e popolare tanto quanto birra e vino, il drink più facile, sociale e social sulla piazza.
I dati lo confermano. La categoria dei cosiddetti aperitif o mix da aperitivo negli Stati Uniti è cresciuta a volumi impressionanti negli ultimi anni. Nel periodo 2018-2023 le vendite sono aumentate del 18 percento, attirando anche i bevitori della prima ora (nel caso degli Stati Uniti, i ventunenni). Tanto che, nella nazione del consumo per eccellenza, ha già fatto in tempo a imbastardirsi e a diventare sempre più eccessivo.
Apparentemente in America il mix di prosecco, acqua frizzante e Aperol a volte non basta. Occorre renderlo gigante, come i pitcher da un gallone e mezzo, ovvero 5.68 litri. Oppure assurdo, come nel bar di Manhattan che lo offre in una Birkin di vetro, contenitore a forma di borsa con tanto di manico. O ancora inventarsi nuove ricette crossover, come il Peach Bellini Spritz servito, fra tutti i posti possibili, alla Cheesecake Factory.
Insomma, lo spritz non è più solo uno spritz. Diventa spettacolo, dessert liquido, cibo per hashtag e condivisioni. E i bar ringraziano, con vendite astronomiche per decine di migliaia di bicchieri ordinati in pochi mesi, specialmente quelli caldi. In più, secondo i baristi, l’Aperol spritz (e derivati) non viene quasi mai mandato indietro.
Dato questo da non sottovalutare, vista la nota tendenza degli americani a lamentarsi di cibo e servizio a tavola. E c’è anche un altro fattore da considerare: il gusto non scontato per l’amaro. Fa strano pensare che un popolo famoso per amare il dolce si sia potuto abituare al bitter italiano. Eppure è successo, grazie allo spritz. Con una near-perfect customer satisfaction score, si tratta con probabilità del drink più universalmente amato.
Gli effetti sui consumi in Italia

Premessa. Siamo tutti contenti per il boom dello spritz negli Stati Uniti, e Aperol specialmente. Siamo anche contenti ed elettrizzati di sapere che un americano non solo spenderà soldi per venirci a trovare, ma che alla sua comanda di carbonara o pizza o cacio e pepe accosterà anche uno spritz. Che sicuramente sarà anche ricaricato alla grande, per un aumento sostanziale dello scontrino finale.
E guai a fargli notare, al nostro turista americano, che lo spritz magari non è il caso di berlo a ore pasti. Che in Italia non si usa, che un gusto così forte dolce-amaro ti va a coprire tutto, che per quello c’è il vino o al massimo la birra. A confermare ancora una volta che non riusciamo mai a tenere la bocca chiusa quando si tratta di cibo, e che faremmo meglio a stare zitti e a tenerci l’aneddoto per dopo, in privato. Lasciateglielo bere sto spritz, che i soldi sono soldi.
Ecco insomma, se c’è richiesta siamo tutti contenti. Ma con la spritz-mania degli americani si presenta un potenziale problema: la pretesa di bere spritz ovunque, non solo nel Triveneto o generalmente “al nord”. Che per carità, siamo moderni e globalizzati e non c’è niente di strano o scandaloso a riguardo. Ma per alcune regioni, specie quelle che di prodotti tipici ne avrebbero da vendere e magari a costi maggiori dello spritz, la richiesta diventa fastidiosa.
E potenzialmente rischiosa, almeno per la diversità della nostra penisola. È il fenomeno, di cui abbiamo già scritto, della foodification o disneyzzazione dei borghi italiani. Dove tutto gira intorno al cibo, e per di più un cibo turistico e rarefatto a uso e consumo di un’inesistente immagine da cartolina. Nulla a che vedere con tradizione e savoir faire, ammesso che ce ne sia, ma tutto piegato alla logica del turismo di massa, anche a scapito degli abitanti.
Dunque ben venga lo spritz, in Italia come in America. Occorre però sempre ricordare che va bevuto responsabilmente. Non solo per il contenuto alcolico e, in barba all’amaro, di zucchero. Ma anche nell’ottica dei luoghi e delle occasioni, specie quando si è in viaggio. E francamente bersi lo spritz a Salina, Perugia o Costa Smeralda, se permettete, sa proprio di occasione mancata.
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