Dove oggi c’è la spianata destinata al clamore dell’America’s Cup c’era il circolo dell’Italsider. Qui Edoardo Bennato ha scoperto Peppino di Capri.
Quando è successo, Edo?
«Ci andavano tutti gli impiegati della ditta, anche mio padre. E mi portava, ero un bambino, facevo canottaggio, giocavo a pallone. Poi c’era il jukebox, da cui uscivano voci celestiali. Quando ascoltai quella di Peppino scoprii il paradiso».
Addirittura?
«Sì, il mio paradiso era il rock and roll. Dentro quella macchina sparamusica c’erano i Platters di “Only you”, c’era Paul Anka con “Diana” e “You are my destiny”, c’era Joe Damiano con “Forever”, c’era Neil Sedaka con “Oh! Carol”, c’era Pat Boone con “Speedy Gonzales”, Perry Como con “Magic moments”, Little Richard con “Tutti frutti”, il re Elvis Presley e poi... c’era lui».
Lui Peppino di Capri?
«Lui Peppino di Capri, unico italiano. Quella musica la potevi ascoltare solo lì, vicino alla base Nato, alla radio c’erano ancora i cascami melodici della vecchia canzone all’italiana. “Malatia”, “Nun è peccato”, “Ghiaccio”, “Nun song’io” portavano il canto sincopato nella canzone napoletana e italiana. Prendi la prima: l’autore, Armando Romeo, la intonava lenta, antica. Peppino ci metteva ritmo, movimento. E faceva la stessa cosa con la canzone napoletana classica: la adorava, la rispettava ma sentiva di doverci aggiungere qualcosa che la rendesse presentabile ai giovani, ai suoi, ai nostri coetanei».
Era popolarissimo negli anni Sessanta.
«Per quattro-cinque anni non c’era che lui. Col twist ci faceva ballare, con le melodie partenopee pure. Ecco: ha portato la musica popolare americana nella canzone italiana, ha portato ai giovani la melodia verace partenopea».
Era l’americano di Capri?
«Siamo tutti figli, chi più chi meno, di Carosone. Renato, bontà sua, una volta mi indicò come suo erede: in tanti abbiamo tenuto insieme le nostre radici con i suoni arrivati dagli Stati Uniti, pochi hanno aggiunto l’altro ingrediente del maestro di “’O sarracino”, l’ironia. Ma torniamo a Peppino: era inesorabile, aveva stile. Non era una copia anche se guardava a Buddy Holly, aveva una vocalità tutta sua, movenze tutte sue, si era creato un look, una band, un suono. Nei suoi dischi le chitarre, gli assoli di sassofono... Era avanti, avantissimo. Poi...».
Poi?
«Poi a un certo punto cambiò suono, restando un numero uno. Io mi divertivo a stuzzicarlo, gli dicevo che a forza di frequentare i night si era abituato a suonare più lento, per un pubblico più anziano e borghese, era diventato la star evergreen. Io lo invitavo a mettere in piedi un gruppo di giovani da cui farsi accompagnare. Lui ci rifletteva su, capiva perché lo pungolavo, ma la sua band era come una famiglia per lui ed erano anche bravissimo. E poi...».
E poi?
«E poi ha tirato fuori dal cilindro “Champagne”: che gli vuoi dire? Non era più il cantante sincopato e rock and roll che adoravo, ma milioni di italiani dedicavano quel brano alle amate, alle amanti. E lo fanno ancora».
E dire che è la canzone di un cornuto, di un amore finito. Vi siete frequentati?
«Si, lo riconoscevo come il mio punto di partenza, il mio riferimento iniziale, il mio maestro. Molte delle cose che ho fatto, persino il singolo appena uscito, “Ogni settimana”, è nel segno di quella linea di canto che scoprii nel jukebox di Bagnoli. Nel 1992 il solito Gianni Minà ci fece esibire insieme in un suo programma, “Alta classe”. Facemmo “Malatia”, l’avevo scoperta in quella scatola magica che per cento lire distribuiva fantasia e scandalo presso il pubblico benpensante. Da Minà c’era anche Ben E. King, con lui fecero “Stand by me”: sempre roba che veniva da quel paradiso che si comprava con una moneta. Poi tornai in pista io e facemmo “Yes”, meno famosa».
Altri incontri speciali?
«Dopo il tour del 1980 - fui il primo a fare gli stadi, da San Siro al San Paolo, quindici date in un anno solo non se le permette ancora nessuno - mi invitò su una sua barca. Lui le disegnava, le costruiva, vicino allo studio di registrazione Splash c’era una grotta dove i suoi ingegneri e i suoi operai costruivano imbarcazioni specialissime. Mi portò a Ischia, Capri, Ventotene e Ponza, mi spiegò che quelle quattro isole erano tutte sulla stessa dorsale».
E ora?
«Con Peppino si chiude una stagione della canzone napoletana e italiana. A proposito: lui non ha sfondato in America o in Inghilterra solo per problemi di lingua. Era grande Peppe, per fortuna glielo ho detto anche in vita».
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