“Mio padre lasciò la fabbrica per aprire un negozio di fai da te, da

2026/08/05

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BELLUNO. Tutto parte da una scelta che, più di quarant'anni fa, sembrava azzardo puro: lasciare il posto fisso in fabbrica e aprire un negozio di “fai da te”. È da quell'intuizione del padre Gianpietro che prende forma il percorso di Andrea Battiston, oggi alla guida di una delle falegnamerie artigiane più apprezzate del Bellunese.

La sua bottega, per di più, si trova in un luogo dove il passato industriale continua a lasciare il segno: siamo nell'area delle Fornaci di Sois, dove per gran parte del Novecento operò la Calce Sois, storica azienda specializzata nella produzione di calce idraulica, attiva fino al 1972. E oggi, tra gli edifici recuperati di quel complesso, anche se il legno ha preso il posto della calce, il dialogo con la storia è rimasto.

Originario di Trichiana e trasferitosi a Sois oltre vent'anni fa, Battiston racconta a il Dolomiti il percorso che lo ha reso quella prima "intuizione" famigliare n un'attività cresciuta soprattutto grazie al passaparola.

"Sono specializzato in arredamento d'interni – spiega – e lavoro principalmente con studi di architettura, mettendo la competenza artigiana al servizio di tutto ciò che la produzione in serie non riesce a offrire: cucine, librerie, camere, mobili e porte sono realizzati su misura, e ogni progetto richiede attenzione ai dettagli e lavorazioni personalizzate".

Tra un aneddoto passato e una riflessione sul presente, Battiston riflette anche sul rapporto, che definisce complementare, tra piccola bottega e grande industria, sulle difficoltà che oggi allontanano molti giovani dai mestieri artigiani e sul rischio che professioni come quella del falegname, senza un adeguato ricambio generazionale, possano lentamente scomparire.

La sua falegnameria nasce da una scelta coraggiosa fatta da suo padre oltre quarant'anni fa. Come è iniziata questa storia?

Tutto parte da mio padre Gianpietro che, dopo aver lavorato per molti anni in fabbrica, nel 1984 decise di mettersi in proprio aprendo a Belluno un negozio di "fai da te". L'idea gli venne dopo aver visto a Milano un'attività simile gestita da un suo conoscente: ne rimase letteralmente colpito e decise di provarci, anche se allora sembrava una scelta quasi azzardata. È stata proprio quella decisione a dare il via a tutto quello che sarebbe arrivato negli anni successivi. Io ho frequentato la scuola di falegnameria a Longarone e, una volta terminati gli studi, ho iniziato a lavorare insieme a lui occupandomi dei primi lavori artigianali. Con il tempo abbiamo acquistato nuovi macchinari, ci siamo orientati sempre di più verso le lavorazioni su misura e, grazie soprattutto al passaparola, l'attività è cresciuta fino a diventare quella che porto avanti oggi.

Quando è arrivato il momento di raccogliere definitivamente il testimone?

È stato un passaggio graduale: abbiamo iniziato a collaborare sempre di più con studi di architettura e a lavorare su commissione, ampliando progressivamente l'attività. Oggi mio padre è in pensione e sono rimasto da solo a portare avanti la falegnameria: lavoro principalmente per studi di architettura ma anche per realtà produttive più grandi, realizzando tutto ciò che richiede una particolare personalizzazione.

Che cosa realizza oggi nella sua falegnameria?

Mi occupo soprattutto di arredamenti d'interni e di tutti quei prodotti che richiedono un elevato livello di personalizzazione. Realizzo mobili, librerie, camere, cucine, bagni, strutture, mobiletti e porte, fino ad arrivare, in alcuni casi, ad arredare completamente un appartamento. Non produco invece serramenti, perché è un settore in cui una piccola realtà artigianale non riuscirebbe a competere con la grande industria. Anche le porte le realizzo soltanto quando vengono richieste finiture o caratteristiche particolari.

In passato si è dedicato anche a una produzione più artistica.

Sì, per molti anni ho realizzato anche quadri in legno, soprattutto con soggetti come alberi e fiori: era una produzione che seguivo quando avevo più tempo libero e che mi ha portato a partecipare anche a mostre e mercatini dell'artigianato. Oggi mi dedico quasi esclusivamente all'arredamento, ma se qualcuno mi commissiona questo tipo di opere continuo ancora a realizzarle.

Il legno è naturalmente il protagonista del suo lavoro. Da dove arriva e come viene lavorato?

Utilizzo sia legno nuovo sia legno di recupero: il primo arriva prevalentemente dal territorio, mentre quello antico proviene da aziende specializzate che recuperano materiali dalle demolizioni, come travature di vecchi edifici o solai di antichi fienili, permettendo loro di tornare a nuova vita. Venendo ai tipi di legno, lavoro principalmente legni locali come il rovere, il larice e l'abete, ma alle volte utilizzo anche altre essenze come il faggio e l'olmo. Ho a disposizione macchinari come la sega circolare, la sega a nastro, la fresatrice, la pialla e la calibratrice, ma il mio rimane un lavoro profondamente artigianale, nel quale la componente manuale continua ad avere un ruolo centrale. Quando invece si tratta di lavorazioni particolarmente grandi o complesse mi affido a una falegnameria più strutturata.

Nelle sue lavorazioni sembra esserci anche una precisa filosofia estetica.

Mi piace valorizzare le caratteristiche naturali del legno, soprattutto quando è antico o di recupero. Utilizzo essenze diverse, sovrapponendole su più strati per ottenere composizioni originali anche dal punto di vista cromatico. Alla levigatura preferisco lavorazioni come la spazzolatura, che mette in evidenza la venatura consumando la parte più tenera del legno, oppure la piallatura a mano, che lascia superfici irregolari rendendo ogni pezzo unico. Anche le finiture seguono questa filosofia: utilizzo cera, olio, colori pastello all'acqua oppure, quando possibile, preferisco lasciare il legno grezzo, perché credo che sia proprio così che esprima al meglio la sua autenticità.

La sua bottega si trova in un edificio molto particolare, che racconta un pezzo della storia di Belluno.

Sì, lavoro nella frazione delle Fornaci di Sois, all'interno di un edificio che rappresenta un importante esempio di archeologia industriale bellunese. Agli inizi del Novecento qui sorgeva infatti la Calce Sois e ancora oggi alle spalle della bottega si possono vedere le tre torri utilizzate per la cottura della calce, rimaste quasi perfettamente conservate. Tra il 1915 e il 1930 questa attività arrivò a impiegare circa settanta persone. Dopo il fallimento delle Fornaci Bellunesi Riunite, avvenuto nel 1936, parte degli edifici venne demolita, mentre quelli rimasti furono acquistati dal nonno di mia moglie, Nino Bridda, che vi avviò una fonderia artigianale artistica e meccanica poi portata avanti fino al 1996 dal figlio Armando. Dopo un lungo lavoro di recupero questi spazi sono diventati la sede della mia falegnameria e oggi continuano a custodire una parte della memoria industriale del territorio.

Allargando lo sguardo alla professione, che rapporto esiste oggi tra una bottega artigiana e la grande industria?

Credo che sia soprattutto un rapporto di complementarità: esistono settori, come quello dei serramenti, nei quali una piccola falegnameria non potrebbe competere, mentre in altri ambiti è proprio l'artigiano a fare la differenza grazie alla possibilità di realizzare lavorazioni personalizzate e prodotti su misura. In questo senso l'artigiano interviene dove la produzione industriale non riesce ad arrivare e, allo stesso tempo, beneficia del lavoro della grande industria quando questa può offrire ciò che una realtà come la mia non sarebbe in grado di realizzare.

Guardando al futuro, quale prospettiva vede per la sua bottega e più in generale per il mestiere del falegname?

La mia falegnameria probabilmente non avrà una continuità familiare, perché i miei figli, Cecilia e Giuseppe, hanno scelto altre professioni e credo sia giusto così: ognuno deve infatti poter fare il lavoro che ama. Anche se assieme a mia moglie Novella, che mi aiuta nella burocrazia, anche loro ogni tanto mi danno una mano. Al di là della mia situazione personale, penso che oggi sarebbe fondamentale rendere nuovamente attrattivi i mestieri artigiani.

Vede qualche criticità particolare nel sistema?

Guardi, credo che molti giovani non scelgano lavori artigiani sia perché vengono percepiti come poco interessanti sia perché, parlo sulla base della mia esperienza, avviare ad esempio una falegnameria richiede investimenti molto elevati, tra macchinari e spazi da destinare al laboratorio. Se questa tendenza non cambierà il rischio è che quella del falegname diventi una professione destinata lentamente a scomparire, anche perché è un lavoro impegnativo e totalizzante, che non permette mai di staccare davvero, perché anche quando si torna a casa si continua a pensare a quello che si è fatto o a ciò che si dovrà fare il giorno successivo. Nonostante questo ho molta fiducia nei giovani, perché ne incontro tanti preparati e capaci, e proprio per questo credo che sia importante continuare a sostenere e valorizzare professioni artigianali come la mia.

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