Basterebbe quell’incipit fossatiano di «Settembre», che poi è l’unico non inedito del disco, ma giustamente rimesso in circolazione da Nostra Signora della Canzone per ridargli possibilità di ascolto: «Il bene che ci siamooooo», con la «o» tenuta lunga, «voluti», poi un silenzio, poi la voce un po’ si spezza, sofferta, «noi due è un taxi e si ferma qui». «Il bene che ci siamo voluti noi due è un taxi è si ferma qui», (in)canta lei e noi siamo su quel taxi, scendiamo da quel taxi con lei, per lei.
Viene da un altro pianeta, oggi più che mai, l’umanissima, inumana Intelligenza Vocale di Mina, strumento che a 86 anni non manda avanti l’assoluta elasticità e potenza dei tempi di Baby Gate o delle millebolleblu, ma una suprema capacità interpretativa, fatta di soffi e respiri, sussurri e grida, legati e cesure, discese ardite e risalite, acuti e note gravi...
Con «Vento di passione» Mina ricanta Pino Daniele
Al tempo dell’autotune e dell’IA la signora Mazzini intona ogni canzone alla sua anima prima che alla sua ugola, qualcuno ha contato i pezzi che ha inciso finora, sembra siano 1427. Quelli di «Dilettevoli inedite eccedenze», album in uscita per la sua Pdu dopodomani, erano rimasti nel cassetto per anni, a volte molti, perché non adatti ai dischi che venivano via via pubblicati, ai progetti dedicati ad un autore o a un repertorio o intorno a un suono. Ripescati adesso sembrano un miraggio nel deserto, ma miraggio non sono, dissetano davvero chi soffre nella distesa arida che sta diventando il pop italiano.
Regina del canto libero, assente dalle scene da quel 23 agosto 1978 in cui salutò il pubblico dalla Bussoladomani, eppure presentissima nel nostro dna collettivo, l’IV cesella qui grandi canzoni, ma ne nobilita anche qualcuna che così grande non è. Si va, infatti, da «La mia serenata» di Jimmy Fontana (più Mogol e Boncompagni) al canto siciliano «Carrettieri», da «Dans mon îl'» di Henri Salvador a «Eleanor Rigby» dei Beatles in versione flamenco, da «A costo di morire» che Cantini ed Evangelisti affidarono nel 1979 a Fausto Leali a quella «Canzone triste» che nacque come pezzo orchestrale per il flauto di Severino Gazzelloni e poi la Tigre di Cremona fece sua nell’ultima puntata di «Mille luci» (11 maggio 1974).
Poi c’è il nucleo napoletano, tre canzoni su dieci, tutte moderne, non scelte nell’elenco dei classici che l’Unesco non tutela ancora, non considera patrimonio dell’umanità. «Vento di passione», già uscita come singolo, valorizza il Pino Daniele melodico, pop, in italiano, con una voce orgogliosamente stanca. «Yes I know my way», torna al repertorio storico del Lazzaro Felice e si riempie di birignao da somma blueswoman italiana. «Vierno» (De Gregorio/Acampora) è uno spleen malinconico che rappresenta l’animo di Napoli nel 1945, altro che sole, pizza e mandolino. È inverno, fa freddo, piove da una settimana, non basta il fuoco acceso dalla mamma (la città?) per riscaldarsi, per ritrovare l’antico animo giocoso. L’Intelligenza Vocale la immerge in un andamento jazzato, ci porta «din’’ta sta cammarella fridda ‘e amara», si fa melodia perfetta ma sempre sull’orlo di una crisi di depressione, «tu staje luntano e nun te cure ‘e me» e quella «eeeee» dura un po’, ma non troppo, il giusto per spezzarci il cuore.
Massimiliano Pani, produttore del disco, per la prima volta accreditato anche con il cognome materno, come Massimiliano Pani Mazzini, ancora una volta ci accompagna dietro le quinte del disco alludendo a sua madre come alla «signora»: prima volta con il secondo cognome: «La dinastia Mazzini sarebbe finita, se non avessi adottato il cognome. Io sono cresciuto con i miei nonni. È un onore per me portarlo avanti». Poi entra nel vivo: «Gli album di cover di Mina non sono solo successi uno dietro l’altro, ma anche brani che non hanno avuto successo ma secondo lei dovevano averlo, dovrebbero averlo». E spiega: «Lei si diverte moltissimo a fare il suo lavoro, ascolta sempre tanta musica, del passato e del presente, continua ad interessarsi ai giovani». A proposito: «Quasi tutti i cantanti delle nuove generazioni le hanno chiesto di duettare con lei, dai rapper agli artisti pop». Ogni tanto ne sceglie uno, come successo con Mondo Marcio, con Blanco, anche se magari non li incontra nemmeno, rimane il Fantasma del Palcoscenico. Tutti dicono di voler cantare con lei «perché è avanti». Massimiliano parla di mammà come della Signora che è riuscita a compiere «scelte radicali rimanendo comunque contemporanea» e si gonfia il petto quando ricorda come per molti sia «forse la più grande cantante bianca in circolazione».
Così grande che molti vorrebbero raccontarla, magari in un biopic: «Sono arrivate tantissime proposte, anche straniere, ma nessuna giusta, serve un’idea bella. Bisogna partire dalle canzoni, dalle scelte artistiche che ha fatto, più che dalla vita privata». Non è roba per Rai1, insomma. Intanto c’è il cinema, che usa le sue canzoni. Ferzan Özpetek, che ha diretto Argentero nel videoclip di «Vento di passione», continua a volere i suoi brani nei suoi film, ne troveremo «alcuni» anche in «Nella gioia e nel dolore», sugli schermi a Natale. Il regista sceglierà tra cinque o sei pezzi, anche inediti. Come le dodici fotografie del fido e mitico Mauro Balletti che accompagnano queste «Dilettevoli inedite eccedenze».
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