Meloni: «Arriviamo a fine mandato». Legge elettorale, ci sarà la fiducia

2026/09/17

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Promette che taglierà il traguardo finale. «Vorrei arrivare alla fine della legislatura. Come sapete ho fatto della stabilità un vanto. Intendiamo continuare a governare fino a quando avrò questa bella e solida maggioranza». Giorgia Meloni però non esclude un ritorno anticipato alle urne se la legge elettorale dello Stabilicum verrà impallinata dai franchi tiratori alla Camera con il favore delle tenebre, cioè il voto segreto.

L'annuncio

La premier compare a sorpresa in conferenza stampa. Giornata di grandi annunci a Palazzo Chigi. L'abolizione del bollo auto per un anno si prende la scena. Card pre-confezionate, video e tabelle invadono i social network del centrodestra in tempi record per festeggiare il taglio della tassa automobilistica promesso all'epoca da Berlusconi.

Ma l'apparizione di Meloni porta altrove la conversazione. Le elezioni, la legge elettorale, la fiducia e il brivido delle urne anticipate. E ancora: Salvini e l'incontro con le imprese e l'ambasciatore russo, «la cosa più naturale al mondo», l'alleanza con Roberto Vannacci di cui ad oggi mancano i presupposti: «È più importante vincere per governare che vincere per non governare».

È un fiume in piena la leader di Fratelli d'Italia. Lancia messaggi urbi et orbi. Conferma che metterà la fiducia sulla legge elettorale che le opposizioni hanno ribattezzato sprezzanti "Melonellum". E spiega a scanso di equivoci che un voto contrario significherebbe tornare spediti alle urne anticipate, «come sapete le due cose sono collegate». Avviso ai naviganti. Cioè agli aspiranti tiratori scelti pronti a prendere la mira, con il voto segreto a Montecitorio in agenda a inizio ottobre, contro la legge che reintroduce le preferenze e un proporzionale con premio di maggioranza. «Quando l'emendamento delle preferenze non passò alla Camera, nello scorso passaggio, io ho sentito dire da più parti che il governo non aveva la fiducia del Parlamento e delle Camere. Quindi credo che sia un fatto di chiarezza» rimarca la presidente del Consiglio.

Circondata dai vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, un passo più in là il titolare del Mef, lo sguardo sconsolato di chi sa che gli spetta l'infelice compito di fare i conti a casa, trovare le coperture per rendere strutturale la cancellazione del bollo. Meloni è raggiante. Ha tirato fuori dal cilindro dei conti pubblici una formidabile carta per il consenso. E se invita la stampa a non leggerci una "mossa elettorale", fra le righe spedisce un messaggio alle truppe alla Camera in vista del test finale per lo Stabilicum: è tutto pronto. Se ci saranno "scherzetti" si tornerà a casa subito, con buona pace delle onorevoli pensioni che scatteranno solo ad aprile per i parlamentari alla prima legislatura.

Meloni si offre al plotone della stampa in modalità combat. Con una mano mette in mora eventuali "sabotatori", con l'altra ferma le fibrillazioni della maggioranza. Scaccia lo scenario del voto anticipato e lo fa con inedita schiettezza. A dispetto delle «ricostruzioni surreali» che ha letto in giro, dice prendendosela con i giornalisti, l'intenzione è di tirare dritto fino a scadenza naturale della legislatura: settembre 2027. «Mi pare di aver fatto un certo vanto della stabilità che questo governo ha dato all'Italia, non come stabilità in assoluto, ma stabilità per quello che la stabilità ti consente di fare». Blinda gli alleati con cui è generosa di sorrisi e pacche sulle spalle.

Il caso russo

A partire da Matteo Salvini, il leader della Lega alle prese con una fase a dir poco burrascosa dentro il partito e finito sotto i riflettori per gli abbracci e le amorose corrispondenze con la Russia e l'inviato di Putin in Italia, Alexey Paramonov. Per due giorni un pezzo di opposizione ha randellato. Carlo Calenda è arrivato a gridare "traditore della patria" al capo del Carroccio.

Meloni? Silenzio composto. Solo ieri ha rotto gli indugi e lo ha fatto per difendere l'alleato. «Noi che seguiamo le aziende del sistema Italia in qualunque contesto, seguiamo anche queste». E ancora: «Non c'è niente di strano neanche sulla presenza dell'ambasciatore russo. Noi non abbiamo chiuso i rapporti diplomatici con la Russia e quindi accade che questa presenza diplomatica regolarmente accreditata parli con le autorità italiane». Le chiedono se è disposta a dire oggi "mai con Vannacci". Quel "mai" decide di non pronunciarlo. Non ancora. Ma intanto mette altri chilometri fra sé e il generale a capo di Futuro Nazionale che un giorno sì e l'altro pure randella la maggioranza di cui faceva parte. «Parliamo di un partito che oggi è composto di tutti i parlamentari che sono stati eletti nel centrodestra per votare i provvedimenti del centrodestra e rappresentare i cittadini che hanno votato centrodestra, e che si trovano in un partito che vota con l'opposizione contro quei provvedimenti e contro quel programma» allarga le braccia la premier.

Di nuovo lo sguardo si proietta al voto alla Camera sulla legge elettorale, lo Stabilicum che il governo blinderà con la fiducia. Vannacci si redimerà e voterà sì? Gianni Alemanno fa capire che non è aria. L'ex colonnello di Alleanza nazionale compare a Montecitorio, affretta il passo in Transatlantico. «Non voteremo la fiducia, certo che no. Potrebbero mandare dei segnali di dialogo ma non lo fanno...». Quali? «Per cominciare: rispondere al cellulare».

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