Dopo i successi nell’atletica e nel nuoto di Battocletti e Curtis, esplode il dibattito sull’uso ideologico dei campioni per coprire i fallimenti sociali.
Scusate la domanda: ma, per caso, Novella Calligaris aveva una mamma marocchina? E Pietro Mennea era figlio di un tunisino? E Sara Simeoni era nata in Nigeria? Me lo chiedo perché, dopo l’ultima abbuffata di medaglie dell’Italia agli europei di atletica e di nuoto, sembra che a vincere, in pista e in vasca, non sia stato il talento, ma la multietnicità. Infatti siamo stati invasi da commenti estasiati, tutti dediti ad esaltare i «nuovi italiani», gli «stranieri di seconda generazione», il «grande modello di inclusività», tutti impegnati a sottolineare la mamma marocchina di Nadia Battocletti, la fuoriclasse del fondo, e quella nigeriana di Sara Curtis, la nuova stella del nuoto. Certo, ha vinto anche l’italianissimo Gianmarco Tamberi, «ma attenti a non dimenticare Marcel Jacobs» che non ha vinto affatto, però è figlio di un afroamericano e dunque è «un uomo dolcissimo» di cui andare orgogliosi. Anche quando la medaglia la lascia a qualcun altro.
Lo scopo di cotanta melassa multietnica è chiaro: l’integrazione è fallita, i Paesi che più proclamavano le porte aperte (dalla Danimarca alla Svezia) le stanno chiudendo, i Paesi che più hanno puntato sul multiculturalismo (dalla Francia alla Gran Bretagna) si trovano a fronteggiare problemi enormi, a tutti pare evidente che la sicurezza dei cittadini è messa a rischio dall’immigrazione (in Italia una rapina su due fatta da stranieri), senza contare caporalato e sfruttamento del lavoro nero, mentre le immagini di Ceuta danno l’idea plastica di che cosa significa l’invasione. E allora che cosa possiamo fare? Ovvio: copriamo tutto ciò con una bella pioggia di medaglie dal sapor di inclusività, nuovi italiani e seconde generazioni. In modo da dire alla sciura Maria, che sì è vero, rischia ogni giorno di essere aggredita dai maranza all’angolo della strada, però si può consolare: l’eroe della 4×400 italiana si chiama Moahmed Soudassi ed è di origine marocchina. Non le basta per sopportare il prossimo scippo?
Il doppio standard della narrazione e i crimini dimenticati
Pensateci: ogni volta che c’è un crimine, un furto o un omicidio, l’informazione mainstream tende a nascondere la nazionalità dei responsabili. Non bisogna dirlo. Non sta bene dirlo. Per scoprire che i quattro ragazzi che hanno ammazzato il povero Nicola a Pinarella di Cervia erano di origine marocchina è stato necessario saltare a piè pari i principali giornali italiani, che si sono ben guardati dal dare la notizia. In compenso, i medesimi giornali si sono subito dilungati in infinite articolesse per indicare l’origine straniera dei medagliati del nuoto e dell’atletica: Fausto Desalu, bronzo nei 200 metri, è di origine nigeriana; Alexandrina Mihai, argento nella marcia, è nata in Moldavia; Dariya Derkach, oro nel triplo, è nata in Ucraina; Sara Curtis, sei medaglie nel nuoto, ha la mamma nigeriana; Andy Diaz, oro nel triplo, è originario di Cuba; Zane Weir, argenti nel peso, è del Sudafrica…
Il confronto tra discipline: dal flop del calcio al dominio del tennis
Ma non è insopportabile l’uso di questi campioni per fare un po’ di propaganda a favor di accoglioni? Non è insopportabile trasformare le medaglie sportive in toppe sui buchi di un’integrazione che fa acqua da tutte le parti? L’Italia non primeggia nel nuoto e nell’atletica perché ci sono atleti multietnici. Infatti trionfava anche ai tempi di Novella Calligaris o di Pietro Mennea o di Sara Simeoni, perché quello che conta non è la nazionalità della mamma, ma il talento (e la voglia di sacrificarsi) dell’atleta. La dimostrazione è che anche nel calcio, dove gli atleti multietnici da Balotelli in poi si sono moltiplicati, dove abbiamo schierato centravanti che sono diventati italiani senza nemmeno conoscere la nostra lingua (Retegui), affidandoci poi ai vari Moise Kean, Willy Gnonto e Destiny Udogie, facciamo pena. E, al contrario, nel tennis brilliamo con Jannick Sinner, Flavio Cobolli, Matteo Arnaldi, Matteo Berrettini e Lorenzo Musetti, nessuno dei quali pare abbia genitori sbarcati dalla Costa d’Avorio.
Il valore dell’impegno sportivo oltre l’ideologia
Chiaro, no? Non si vince perché si è nuovi italiani: si vince perché si è italiani bravi e tenaci. Non si vince per il «modello di inclusività»: si vince per il talento. E il talento, ieri come oggi, non guarda in faccia il colore della pelle, le origini della famiglia, la retorica sul multiculturalismo e sulla multietnicità, la «ricchezza delle altre culture che ormai fanno parte della nostra». Il talento non guarda in faccia i fiumi di retorica, la melassa immigrazionista, non guarda in faccia nemmeno le articolesse dei giornaloni che cercano di usare i campioni dello sport per far dimenticare l’orrore di Ceuta. Il talento è puro e limpido e il modo migliore per celebrarlo sarebbe riconoscerlo per quello che è, senza strumentalizzarlo, senza strattonarlo, senza piegarlo a un disegno immigrazionista che purtroppo, a differenza di nuoto e atletica, non ci porta nessun oro e nessun argento. Al massimo qualche faccia di bronzo.
>> Home