Matteo Iozzi voleva superare la depressione, dimagrire, gestire intemperanze e paure. Soprattutto cambiare vita, «voglio essere una risorsa e non un peso», diceva il giovane di Arquata Scrivia, quando decise a 19 anni di entrare nella comunità conosciuta molto da vicino dai genitori. Aveva solo 19 anni, morì dopo 34 giorni nel 2016 nella comunità San Luigi di Longiano (Forlì-Cesena), una struttura dell'Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, dove si trovava per affrontare un percorso di crescita personale e anche i suoi problemi di obesità. Da quel giorno sua madre, Giusi Campioni, non ha mai smesso di chiedere verità e giustizia, chiedendo che venga fatta piena luce su quanto accaduto a suo figlio che fino al giorno prima di morire ha chiesto della mamma, venendo deriso. Ebbene, nei giorni scorsi la famiglia Iozzi assistita dallo studio legale Rs Group di Torino ha depositato presso la Procura della Repubblica di Forlì una nuova denuncia formale con rinnovo dell’attività investigativa. Questo alla luce di nuovi elementi emersi, una nuova perizia medico-legale, nuove testimonianze sulle prescrizioni mediche e vigilanza all’interno della struttura.
Dovevano proteggerlo, «in ragione della sua documentata condizione di vulnerabilità psico-fisica» si legge nell’istanza, invece Matteo è morto in «circostanze che mostrano gravi profili omissivi», in particolare «omesso e inadeguato monitoraggio delle condizioni fisiche, ritardata richiesta di intervento dei soccorsi (118), inosservanza dei protocolli di vigilanza interna e di gestione delle emergenze».
LE TESTIMONIANZE
La mamma Giuseppina non si è mai arresa, ha raccolto testimonianze di altri ragazzi. «Ho combattuto per anni e continuerò. Aveva chiesto di chiamarmi, lo presero in giro, "per un mal di pancia chiami la mamma?" gli dicevano» nonostante nel suo passato fosse stato vittima di bullismo, e per il peso avesse un’invalidità del 75%. Voleva tornare in gioco. «Voleva mettersi tutto alle spalle, smettere con gli psicofarmaci, affrontare la vita». Confidava nell’aiuto degli educatori è il rammarico della mamma, «purtroppo non hanno creduto al suo male, è morto disidrato, di scompenso elettrolitico, solo dopo 2 anni e mezzo ho saputo la verità da chi era con lui in comunità, mi hanno raccontato cosa ha dovuto sopportare Matteo, respirava male, chiedeva aiuto perché aveva dolore al petto, ma continuavano a ignorarlo e a farlo lavorare. Quel giorno voleva la sua mamma, vuol dire che non ce la faceva più, ma non gliel’hanno permesso di chiamarmi. Sarei andata a prendermelo. È morto di mercoledì, dovevamo sentirci per disposizione il giovedì».
Giusi si batte per quel che giovane che voleva essere come gli altri, partire per una missione umanitaria, tornare a vivere. «Dovevano chiamare il 118, è morto nel letto, il decesso archiviato per infarto dovuto al caldo e all’obesità, non avrò pace finché Matteo non avrà giustizia». Era un gigante buono Matteo (pesava 140 chili), voleva partire per missioni umanitarie, diventare un casco bianco, con i suoi genitori, componenti della Papa Giovanni Paolo XVIII, progettava di aprire una casa famiglia. Con una maggiore attenzione e cura Matteo si poteva salvare, ripetono i familiari, che non hanno mai ricevuto un messaggio, un gesto di solidarità da parte degli stessi operatori della Comunità che sostenevano di non abbandonare mai chi ha bisogno e di essere sempre disponibili anche con una carezza, un abbraccio.
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