Uno studio medico non autorizzato e un'amara consapevolezza: «Se fosse stato usato il defibrillatore, che non era funzionante, la possibilità di salvare Margaret sarebbe stata non inferiore al 95%». Lo ha detto l'avvocato Alessandro Vinci, che assiste i genitori della 22enne di Lentini (Sicilia), dopo la decisione del gup di Roma di rinviare a giudizio i chirurghi estetici Marco e Marco Antonio Procopio. Padre e figlio compariranno davanti ai giudici del Tribunale di Roma il prossimo 9 marzo con l'accusa di omicidio colposo per la morte di Margaret Spada, deceduta nel novembre 2024 dopo un intervento al naso nello studio privato in via Cesare Pavese, in zona Eur, privo di autorizzazioni. La 22enne aveva iniziato a stare male subito dopo la somministrazione dell'anestesia locale ed era poi deceduta in ospedale tre giorni dopo.
Ieri, da Lentini, mamma Loredana e papà Giuseppe - costituiti parte civile nel processo - sono venuti a Roma per assistere all'udienza preliminare: «Abbiamo sete di verità e giustizia. La pena più grande, il nostro ergastolo di dolore, la stiamo già vivendo», hanno detto uscendo dalla città giudiziaria. Una catena di errori e omissioni - secondo l'accusa - avrebbe portato alla morte della giovane. Al contrario, sostiene la difesa, rappresentata dall'avvocato Domenico Oropallo, i due chirurghi avrebbero «effettuato le manovre rianimatorie previste».
La ricostruzione
Margaret aveva trovato i due medici sui social. Dall'analisi dei cellulari è emerso che la giovane si era accordata con i Procopio alcuni mesi prima via chat: circa 2.800 euro per un intervento - «rimodellamento della punta del naso» - che sarebbe dovuto durare 20 minuti. Poco dopo le 14 del 4 novembre di due anni fa, la giovane era entrata nell'ambulatorio di via Cesare Pavese insieme al fidanzato, anche lui costituito parte civile nel processo. All'inizio dell'intervento aveva accusato uno stato di malessere. Il compagno, che era in sala di attesa, poco dopo l'inizio dell'operazione si era accorto che i medici stavano cercando di rianimare Margaret con un massaggio cardiaco.
I Procopio, secondo l'inchiesta della pm Eleonora Fini, avevano «somministrato alla 22enne, per effettuare l'intervento, un quantitativo imprecisato di adrenalina, a scopo anestetico». Somministrazione che avrebbe innescato «una fibrillazione ventricolare e un successivo arresto cardiocircolatorio, che avrebbe richiesto un'immediata diagnosi e un trattamento» con il defibrillatore "presente nello studio ma non funzionante". Sedici, secondo le indagini, sarebbero stati i minuti trascorsi tra l'insorgere del malore e la chiamata al 112 da parte degli imputati.
Margaret era deceduta dopo tre giorni all'ospedale Sant'Eugenio di Roma per «morte cerebrale anossica, causata da arresto cardio circolatorio, conseguente a fibrillazione ventricolare, insorta dopo la somministrazione di adrenalina nella fase dell'anestesia, associata a una polmonite ab ingestis». Un'infezione polmonare, quest'ultima, causata dal rigurgito di materiale alimentare dallo stomaco nei polmoni che, secondo la procura, «si sarebbe potuto evitare se alla Spada fosse stato prescritto l'obbligo del digiuno tra le 6 e le 8 ore prima dell'intervento».
Le reazioni
«Oggi abbiamo compiuto un primo passo verso la verità giudiziaria - ha commentato il legale dei genitori della 22enne - I dati raccolti dalla procura di Roma e anche la lettura del capo di imputazione lasciano trasparire un dato allarmante: Margaret si poteva salvare». «Nelle carte dei pm vengono evidenziati una serie di profili di responsabilità dei due imputati tra cui l'aver programmato un intervento in uno studio medico che non era autorizzato. Non si tratta di una questione di mera natura amministrativa ma presuppone la presenza di personale medico e non medico adeguatamente preparato per affrontare un'emergenza e la dotazione di attrezzature necessarie come nel caso che ha riguardato Margaret e cioè una paziente in arresto cardiaco», ha concluso l'avvocato Vinci.
«Lottiamo affinché quello che è successo a Margaret non succeda più. Nessun genitore deve piangere le nostre stesse lacrime, non è giusto», hanno detto i genitori della ragazza lasciando la città giudiziaria.
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