Marco Cappato, presidente di Eumans e tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, storico protagonista delle battaglie per i diritti civili e il fine vita, guarda all’intelligenza artificiale come alla nuova frontiera dei diritti di cittadinanza.
Tra gli appuntamenti che accompagnano il XXIII Congresso dell’Associazione Coscioni, in programma a Napoli nel weekend, si parlerà di “Intelligenza artificiale civica” (domani alle 21 alla Fondazione Foqus) e di come coniugare sviluppo tecnologico e servizi alla cittadinanza. L’Ia può rendere più accessibili diritti, sanità e servizi o rischia di creare nuove disuguaglianze?
«L’intelligenza artificiale è uno strumento potentissimo e tutto dipende dalle scelte sul suo utilizzo. Oggi gli investimenti sono quasi totalmente orientati a finalità commerciali oppure militari, di sorveglianza e controllo. Finora è mancata una scelta delle democrazie di investire in un’Ia al servizio dei cittadini, che sia essa stessa anche un servizio pubblico. Non penso a un’alternativa a ChatGpt o Gemini, ma allo sviluppo, a livello europeo, di sistemi che abbiano come obiettivo migliorare la vita delle persone e l’accesso ai servizi pubblici».
Da dove bisognerebbe partire?
«Il primo servizio pubblico è la democrazia, perché non è fatta per far guadagnare qualcuno, ma per consentire ai cittadini di esprimere le proprie scelte. Più che prevedere se l’Ia rappresenterà un pericolo per l’umanità, bisogna decidere cosa farne. L’Europa può avere un ruolo fondamentale dando priorità agli investimenti nell’Ia come servizio pubblico. Può facilitare la partecipazione democratica e l’accesso alla pubblica amministrazione e alle istituzioni. Significa rendere i cittadini più forti mettendo a loro disposizione strumenti digitali per esercitare i propri diritti».
Il Congresso si intitola “Il coraggio delle libertà”. Tra fine vita, procreazione assistita, ricerca e disabilità, qual è oggi la battaglia più urgente?
«C’è un obiettivo di fondo che sintetizziamo nel motto “dal corpo della persona al cuore della politica”. L’urgenza è affrontare i diritti non sulla base di contrapposizioni ideologiche, ma partendo dalle reali esigenze delle persone e dal diritto all’autodeterminazione. Significa decidere per se stessi e riappropriarsi della libertà e della responsabilità delle proprie scelte. Queste battaglie non sono in alternativa tra loro: vogliono mettere le persone nelle condizioni di scegliere sulla propria vita, sulle cure, sulla decisione di avere un figlio e anche sul proprio morire».
In che modo queste battaglie possono tenersi insieme?
«Uno Stato che sa rispettare la scelta di fine vita deve anche saper ascoltare le esigenze di cura. Riceviamo moltissime richieste: alcune da persone che hanno i requisiti previsti dalla Corte costituzionale, altre sono richieste di aiuto di persone che potrebbero essere sostenute con cure palliative, assistenza psichiatrica o sociale. Penso anche a chi è isolato perché non può uscire di casa per una malattia neurodegenerativa e per le barriere architettoniche. Da una richiesta sul fine vita può emergere la necessità di garantire meglio i diritti di una persona con disabilità».
In Campania si discute una legge regionale sul fine vita. Cosa cambierebbe concretamente se il provvedimento venisse approvato?
«Il diritto all’aiuto alla morte volontaria, per chi si trova nelle condizioni stabilite dalla Corte costituzionale, è già in vigore in tutta Italia e quindi anche in Campania. Quello che manca nelle Regioni che non hanno approvato una legge sono procedure chiare che garantiscano tempi celeri. Quando un’azienda sanitaria riceve una richiesta deve organizzarsi, costituire una commissione medica e si rischia di perdere mesi. Se la commissione fosse già istituita e le procedure definite a livello regionale, si potrebbe subito ascoltare e valutare la persona. Sarebbe una garanzia anche per i medici, che avrebbero un quadro organizzativo e giuridico chiaro nel quale muoversi».
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