PORDENONE - «Non siamo maranza, non sappiamo neanche cosa significhi questa parola. Siamo ragazzini di 17-18 anni che dopo la scuola si incontravano per giocare a basket nel campetto dell’oratorio. Arrivavamo verso le 19, dopo i compiti o l’alternanza scuola-lavoro. Fino a due anni fa non c’erano orari e potevamo rimanere anche fino alle 22. Poi è arrivato don Luca e ha deciso di chiudere alle 20. Non ci ha spiegato i motivi, non è mai venuto a chiacchierare con noi. Ci ha minacciato solo di chiamare i carabinieri. Poi è arrivato il cancello con le telecamere, ci siamo sentiti espulsi come criminali. In questi giorni, sui social è scoppiata una campagna d’odio contro di noi. Siamo italiani e seconde generazioni. Hanno scritto che dovevamo essere remigrati, che i nostri genitori dovevano perdere il lavoro. Ci siamo spaventati. Noi vorremmo solo un posto dove incontrarci».
Sono un fiume in piena i ragazzi di Villanova, il gruppetto definito dei “maranza”, finito alla ribalta delle cronache dopo l’intervista al Gazzettino di don Luca Buzziol. Il parroco del Cristo Re aveva deciso di chiudere il campetto con un cancello dopo una serie di regole trasgredite, tra cui rifiuti lasciati a terra e orario di chiusura. Il cancello a detta del sacerdote sarebbe stato rotto quattro volte. Ma i ragazzi - che anche ieri, come ogni giorno, si sono incontrati fuori dal Mar Market, l’unico negozio ad averli accolti - replicano alle accuse: «Non abbiamo rotto il cancello, si staccava la scocca di plastica che copre il sensore. Anch’io una volta l’ho riattaccata. Alle 20 il cancello si chiudeva e noi restavamo bloccati dentro. I più piccoli per scavalcare poggiavano il piede sulla parte in plastica, che cadeva. Ma la porta era comunque funzionante. Per quanto riguarda i rifiuti, al campetto c’era un cestino minuscolo e rotto, si riempiva subito. Se ci fossero stati dei secchi grandi avremmo lasciato pulito, come facciamo fuori dal Mar Market. Il titolare Marco ce lo ha insegnato e noi eseguiamo. Nessun altro adulto finora è mai venuto a parlare con noi. Ci hanno solo etichettati come “maranza” da emarginare. È stato perfino detto che abbiamo dato fuoco alla chiesa, mai successo. Ma queste frasi hanno scatenato l’odio sui social».
LE TESTIMONIANZE
Fuori dal Mar Market il pomeriggio si ritrovano due compagnie di “maranza”, i grandi di 22-27 anni e i piccoli fra i 15 e i 18 anni. E sono loro a essere finiti nell’occhio del ciclone. Parlano a turno, ma manteniamo l’anonimato. «Noi la mattina andiamo a scuola, stiamo costruendo il nostro futuro. Io sono ancora minorenne e adesso veniamo guardati come fossimo criminali. I controlli a Villanova sono aumentati, tutti i giorni ci chiedono di toglierci le scarpe, svuotare le tasche, mostrare i documenti. Anche più volte al giorno. Ma non siamo una baby gang, abbiamo tutti la fedina penale pulita». Il problema per i ragazzi è quello di trovare uno spazio in cui incontrarsi. «Anche la polisportiva ha tolto i canestri. Ma è diritto dei bambini giocare. A Villanova non c’è niente, neanche una fontanella. Se ci dicessero “sedetevi su quelle panchine” noi ci siederemmo, ma non ci sono. Perfino fare la pipì è un problema, non essendoci bar in cui entrare. Servirebbe un bagno chimico». I ragazzi vorrebbero trovare un punto di incontro con don Luca: «Se potessimo usare il campetto fino alle 21.30 per sfogarci un paio d’ore a fine giornata, noi saremmo contenti. Oppure se ci fosse un campetto in un posto senza palazzi vicini per non dare fastidio. Alla polisportiva serve la tessera. Noi siamo ragazzini, vogliamo solo giocare a basket. Non abbiamo mai fatto del male a nessuno».
Tra le testimonianze, anche uno dei “maranza senior”: «Non c’è mai stato nessun accoltellamento, il sangue che hanno trovato in strada dei negozianti era di un ragazzo che si era fatto male alla mano. Nessuno di noi ha un coltello. So che da fuori possiamo sembrare “brutti”, fumiamo, beviamo qualche birra. Ma anche le cipolle che fuori sembrano marce dentro possono essere buone, noi grandi lavoriamo tutti come operai. Siamo onesti e alla cartolaia che ha paura di uscire con l’incasso rispondiamo che per noi il suo incasso è da difendere. Se ha paura la scortiamo. Siamo cresciuti qua e siamo clienti dei pochi negozi rimasti. Ci dispiace non essere salutati quando entriamo».
Conclude la mamma di un “maranza”: «Quando esce, dico a mio figlio di stare attento e lui sconsolato mi risponde “mamma sono gli altri che ora hanno paura di me”. Quel cancello ha creato uno stigma su questi ragazzi. Spero si trovi uno spazio pubblico, con regole condivise direttamente con loro. L’educazione è un processo collettivo. Le ronde? No, mi fanno paura».