La storia del presidentissimo che arrivò in Uefa rievocata al Bonci nello spettacolo di Cesare Pomarici

Paolo Manuzzi, figlia di Dino, insieme al vicesindaco Cristian Castorri e alla giornalista Elisabetta Zandoli hanno aperto la serata al Teatro Bonci

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Fare sempre di più è stato l’input di vita di Dino Manuzzi, tra i pionieri dell’ortofrutta romagnola padrona d’Europa e patron di un Cesena che dopo la B e la A conquistò la qualificazione in Uefa a Magdeburgo certificandone la convinzione: "Rendendo grande il Cesena si rende importante Cesena".
Così la storia dell’uomo che con la quarta elementare a San Martino in Fiume, partendo dall’aia del padre mezzadro, ha iniziato a lavorare svolgendo anche tre mestieri contemporaneamente (barbiere, in bottega e soprattutto nella frutta acquistandola ancora quando era sull’albero e poi puntando sul ‘low cost’), è stata ‘restituita’ alla città con lo spettacolo al Teatro Bonci ‘Dino Manuzzi alle porte d’Europa’, voluto dalla famiglia e supportato da Pubblisole. Tutto questo ha ripreso vita nel monologo di quasi due ore di Cesare Pomarici, supportato dalle musiche di Moreno il Biondo e dal piano di Riccardo Scarabattoli.
Alle spalle alcune fotografie d’epoca che hanno scandito le tappe più significative dell’ascesa di ‘Manuzzin’; iniziando dalla forza nel 1943 di aprire il magazzino di frutta in via Battisti e nel 1945 dalla capacità di venderla ai soldati americani e inglesi. Nel 1960 la ditta Dino Manuzzi apriva il mega magazzino di via Piave; il 50% della frutta del Cesenate passava di lì, oltre 400 lavoratrici stagionali e la prontezza di accompagnare il boom del turismo in Riviera. Molto prima però la ‘madre’ o quasi della geniale ascesa; Dino nella balera di San Martino in Fiume della famiglia Fantini si innamora e sposa Adele, la figlia del proprietario. Sarà lei la spalla costante e fondamentale delle sue iniziative, calcio compreso e dire che all’inizio alla signora non piaceva proprio, poi diventò tifosa accanita di quel Cesena che Dino iniziò a ‘studiare’ nel 1963 quando il sindaco Tonino Manuzzi gli disse ‘la società va male solo tu puoi salvarla’.
E lo fece, iniziando il ‘volo’ l’anno successivo, spendendo una sessantina di milioni di lire e sfiorando nel 1974 anche l’acquisto di Gigi Riva. Il copione aveva come cardini i principi dei suoi magazzini della frutta: guai agli sprechi e coltivare i ragazzi del vivaio per farli giocare in prima squadra e venderli finanziando il club. Così la figlia Paola Manuzzi, che ha aperto la serata di martedì (sotto lo sguardo affettuoso dei fratelli Piero e Giovanni ricordando Carla e Luciano), quando la nipote Martina gli chiedeva come mai lo stadio di Cesena si chiamasse Dino Manuzzi la risposta è stata naturale: "È una storia lunga e bellissima". Sì alla romagnola e rivissuta tutta d’un fiato al teatro Bonci per due serate.
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