Le cicale possono trascorrere sottoterra anche diciassette anni. Poi salgono in superficie e cantano per una sola stagione. Malika Ayane, che al loro destino ha intitolato il suo nuovo disco, non ha impiegato così tanto tempo. Eppure, controcorrente alla velocità dell’oggi, sono passati cinque anni da “Malifesto”. È uscito il 18 settembre per Carosello Records "Cicale". Sono dieci canzoni nate con il loro tempo, tra città e autori diversi. C’è un duetto con Dargen D’Amico e “Animali notturni”, in gara all’ultimo Festival di Sanremo.
Perché "Cicale"?
«Il titolo arriva da un documentario sulle cicale della Baja California. Noi figli di Fedro le abbiamo sempre considerate delle superficialotte, senza sostanza e senza senso del futuro. Invece trascorrono sottoterra quasi diciassette anni per una sola stagione di canto. In ogni cosa, in ogni vita e in ogni persona c’è un mondo di cui non sappiamo niente. Eppure continuiamo a giudicare dalla prima cosa che vediamo».

Cinque anni per un disco sono una piccola vita sotterranea. Insolita oggi.
«L’analogia non è stata intenzionale. Mi piaceva questa storia perché mi ha fatto cambiare punto di vista. Però sì, forse il fatto che abbia impiegato tanto tempo a realizzare il disco qualcosa significa».
Le dieci canzoni hanno un filo comune?
«Non proprio. Sono state scritte in momenti diversi, in città diverse e con persone diverse. Pacifico, Emma Nolde, Pallotti, Bonomo, Leo Pari. Sono come fotografie che in comune hanno lo sguardo sulle cose. Il tempo mi ha permesso di cercare liberamente, senza restare dentro un solo genere o una sola bolla sonora».
In “finalmente” dice di non cercare più l’ultima parola. Prova invece «a essere critica senza giudicare» e a mettere i punti soltanto dove servono. A cosa è riuscita finalmente a mettere un punto?
«Alla severità inutile. E non è autocitazione. Come diceva Saint Laurent, la perfezione si raggiunge quando non c’è più nulla da togliere».
In “come la prima volta” racconta il desiderio di ricominciare senza distruggere ciò che già esiste.
«È una canzone che amo moltissimo, scritta con Emma Nolde. Racconta la possibilità di stare così bene con qualcuno da voler dimenticare tutto per poter ricominciare da capo con la stessa persona».

In “diversamente” Dargen va “dritto e perforante”, mentre il suo racconto si arrovella “come l’acqua dentro il vortice”. È così anche nella vita?
«Ho bisogno di riempire le cose di dettagli, di spiegare, ribadire, reiterare. Quando invece mi dedico alla sintesi rischio di essere troppo diretta: una fucilata. Girare intorno alle cose mi permette di accompagnarle e forse anche di prendere tempo (ride, ndr)».
Perché Dargen era la persona giusta?
«Perché è bravissimo.
Secondo me, è più un cantautore che un rapper. E’ un rapper quasi per caso. Ha una sensibilità e uno sguardo particolari. Nel brano racconta il vuoto, la mancanza e l’inadeguatezza attraverso la metafora di un treno notturno e di una sposa triste. Non so chi altro avrebbe potuto farlo così».Nel disco ritorna spesso l’errore. Ha fatto pace con l’idea di sbagliare?
«Finalmente sì. Lo yoga e Hemingway, due cose centrali nella mia vita, mi hanno insegnato a fare il meglio possibile con ciò che abbiamo nel momento in cui ci troviamo. Anche nel corso della stessa giornata non siamo mai esattamente la stessa persona».
Esistono errori imperdonabili?
«Quelli commessi con dolo. E che forse non sono nemmeno errori, sono cattiverie. Tutto il resto come si fa a non perdonarlo? Come si può punire qualcuno perché ha sbagliato?».
Il disco è nato tra Milano, Parigi, Roma e Berlino. Qual è l’immagine che ne riassume la lavorazione?
«Una moka. Nello studio di Pacifico a Parigi ne abbiamo preparate non so quante. È successo anche con Ginevra e Fugazza. Il caffè rompe la formalità. Quando vedo una moka nella cucina di qualcuno penso a quella di mia nonna, dove sono state fatte confessioni di ogni tipo e in ogni fase della vita».
Berlino è diventata casa. Che cosa ha trovato lì?
«La possibilità di contenere tutte le mie identità. Con i cantanti ero la violoncellista, con i violoncellisti la cantante. In Italia ero la marocchina e in Marocco l’italiana. A Berlino ogni parte di me ha trovato il proprio spazio. Posso svegliarmi sciura del centro o andare a giocare a bocce con i signori lungo il canale».
E spiare i vicini.
«Non ho le tende e neanche loro. Guardo le ragazze che fanno yoga e seguo dalla finestra la serie TV scelta dai ragazzi spagnoli del palazzo di fronte. È uno sport bellissimo. Stare come i gatti davanti alle finestre».
Ha seguito le prese di posizione della vicenda Ed Sheeran, Macklemore e Roger Waters?
«Penso che qualunque presa di posizione, quando è sincera, sia giusta. Ma invece di commentare le opinioni altrui vorrei usare questo spazio per attirare l’attenzione sulle donne e sulle minori non accompagnate a Ceuta. Sono esposte alla fame, alla violenza e a condizioni igieniche terribili. Il problema non è soltanto la forzatura di una frontiera. Sono esseri umani. Ed è una delle emergenze umanitarie».
A novembre queste canzoni arriveranno nei teatri. Che cosa accadrà quando il disco diventerà corpo, voce, palco?
«Il live è la mia dimensione preferita, quella che mi diverte di più. Ho cambiato un paio di elementi della band, quindi sarà tutto nuovo, tutto un esperimento. Se viene bene come ce l’ho in testa, sarà pazzesco».
Che cosa le è rimasto dell’ultimo Sanremo?
«Il sorriso scemo. E anche delle scarpe importanti (sorride, ndr)».
Ultimo aggiornamento: venerdì 18 settembre 2026, 06:57
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