La7
“La censura è stupida. Potrebbero leggere Tacito, che racconta esattamente i comportamenti del potere di vertice”. È la bordata lanciata dallo storico Luciano Canfora all’indirizzo della destra, in merito agli attacchi contro Sigfrido Ranucci e la trasmissione Report. Ospite di In Onda (La7), lo storico e filologo legge quanto sta accadendo come qualcosa di molto diverso da una normale vicenda aziendale interna alla Rai: dietro la battaglia che investe il giornalista c’è una logica punitiva, che nasce proprio dall’efficacia con cui Ranucci svolge il mestiere dell’inchiesta e dal fastidio che la ricerca ostinata di fatti documentabili inevitabilmente provoca nel potere.
“È talmente evidente che si tratta di una operazione punitiva desiderata da tanto tempo – afferma Canfora – Io ricordo di aver udito, in una circostanza pubblica, delle parole ironiche di Ranucci quando diceva: “Passo il mio tempo a scrivere memorie in replica alle querele che mi vengono scaraventate addosso e che poi vanno a finire nel cestino””.
E sottolinea: “Ranucci è un personaggio che ha dato noia perché ha fatto il suo lavoro in maniera straordinariamente efficace. Penso che il giornalista bravo di inchiesta sia come un filologo: non si dà pace finché non ha raggiunto una verità documentabile. Invece – continua – il potere in generale, in particolare quelli un po’ in difficoltà come il nostro, tende a non gradire che si vada a fondo delle cose. Infatti elabora pseudonotizie, versioni di comodo, quindi c’è un’antitesi fra il filologo e giornalista che cerca la verità e un potere traballante che vuole tappare la bocca e soprattutto fornire versioni di comodo”.
Lo storico inserisce il caso Ranucci in una riflessione più ampia sul rapporto fra informazione e potere: ed è proprio la storia a mostrare quanto il tentativo di mettere a tacere una voce possa rivelarsi non soltanto autoritario, ma perfino controproducente.
“Stanno facendo un regalo a Ranucci? Secondo me sì – osserva – Non so come andrà ma diventerà un personaggio di gran lunga più noto e apprezzato se colpito, come sembra debba accadere. E’ un po’ il dramma della censura”.
Canfora chiama in causa uno degli episodi più celebri narrati da Tacito negli Annales, quello di Aulo Cremuzio Cordo, storico e senatore romano processato nel 25 dopo Cristo, durante il principato di Tiberio. Cremuzio Cordo finì sotto accusa per la sua opera storica, nella quale esprimeva giudizi favorevoli sui cesaricidi, lodando Bruto e definendo Cassio “l’ultimo dei Romani”. Dopo il processo e la difesa della propria libertà di storico, si lasciò morire di fame, mentre il potere ordinò che i suoi libri fossero bruciati.
Lo storico chiosa, evidenziando il paradosso della censura: “Tacito scrive che i libri di Cremuzio Cordo “manserunt occultati et editi”, cioè rimasero in circolazione ancora di più, proprio perché erano stati vietati”.