Lo sport trascina la città nel futuro. E i tifosi hanno il diritto di sognare

2026/09/09

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La tentazione sarebbe quella di dire: fermate il mondo, fermatelo ora. Almeno quello del calcio italiano, la serie A. Roma e Lazio lassù confezionano il miglior corroborante per il rientro alle routine dei suoi tifosi-cittadini: tre vittorie su tre a cavallo del controesodo, anche il pieno a 100 euro sembra più tollerabile. Eppure, dietro il risultato sportivo parzialissimo di questo avvio di campionato, c'è il bisogno di allargare lo sguardo a quel che c'è e che si annuncia per corroborare quella passione. Per dare sostanza al sorriso largo con cui si rientra in ufficio dopo il weekend lungo del pallone.

Roma e Lazio non sono solo squadre di calcio per questa città. E quello che muovono in tutti i sensi, anche nei giorni più cupi e amari, ha sempre un valore che va oltre. Ci sono obiettivi sportivi e non che allargano i confini della città, della sua economia, che possono trasformarla. Le vittorie sono il qui e ora e a queste seguiranno anche le sconfitte. A Roma, grazie allo sport, sta succedendo qualcosa di più grande.

Ieri Totti, che sebbene bandiera romanistissima e davvero poco traducibile in un pensiero che accomuni anche i cugini, ha centrato un punto dal momento che ha accettato di fare il portabandiera - addirittura - di una neonata squadra di basket, la Maxima, della prossima serie A: la Capitale merita questi sorrisi che accomunano in modo assai diverso, come spiegheremo, laziali e romanisti. Sono i giorni in cui, proprio a Roma, sta accadendo nel basket qualcosa di mai visto: una passione cittadina più volte certificata e troppe volte delusa, sta rinascendo il basket. Ci sono le radici della Virtus Roma, vivissima nella prossima serie B, ma ci sono investimenti americani ed europei per vedere addirittura due squadre neonate nella prossima serie A e nelle prossime coppe europee. Rivedremo accendersi le luci del Palaeur e non spegnersi più quelle del Palazzetto di viale Tiziano. E - a fine cantiere - avremo un Centrale del Foro Italico più grande, coperto e che ospiterà probabilmente l'Nba Europe. Sono milioni di euro che si muovono e una nuova centralità d'interesse su una città affamata di futuro.

Senza dimenticare che quello Stadio del Tennis è teatro ogni anno di due settimane di protagonismo assoluto (e grandi fatturati) della Città Eterna grazie agli Internazionali e ad un tennis italiano che vive la sua Età dell'Oro.

Non sfugge a chi scrive il simbolismo di un progetto da oltre 1 miliardo che porterà alla nascita di un nuovo stadio per la Roma Calcio proprio in quella Pietralata che fu prateria dei ragazzi di vita pasoliniani e ora è un pezzo di futuro nella zona in cui sta nascendo il Technopole capitolino: base e incubatrice della Roma che affronta le sfide del futuro per sé e per il Paese. Perché senza Roma non c'è Italia, anche nella tecnologia. E senza Roma, coi suoi poli d'avanguardia nello sport di cui stiamo parlando su queste pagine (e continueremo a farlo) il tricolore a cinque cerchi, quello degli sport olimpici non sarebbe quello che è. Il Coni è Roma da sempre, il Foro Italico dal 1928 è base di lancio (e rilancio planetario nel 1960, con i Giochi domani) di campioni e di una struttura organizzativa che ha sempre portato immagine e fatturati, persino trasformazioni urbane che sono diventate eredità e vita quotidiana.

In quel quadrante della Città che è Eterna perché vuole continuare ad esserlo insiste il progetto laziale di riconversione dello stadio Flaminio, bellissimo e abbandonatissimo. E intorno a quei chilometri quadrati si sviluppano i progetti di candidature ai prossimi Mondiali di atletica, con tantissimi atleti che proprio qui intorno da Ostia alla Farnesina costruiscono la struttura che consolida il loro talento (Diaz, Dosso, Jacobs, Furlani). Ed è qui che avrà fondamento con Coni e Sport e Salute nello stesso Palazzo H la candidatura ad una prossima Olimpiade romana.

I circoli sportivi (l'Aniene ne è un esempio) cullano e supportano base e vertice della piramide del merito sportivo. I gruppi sportivi militari, i loro centri di eccellenza sono qui. Così come un polo di scienza, preparazione e accoglienza d'esempio nel mondo, l'Acquacetosa madre di tutte le Coverciano nate ovunque per disseminare il modello italiano sul territorio nazionale. Il cumulo di medaglie che stanno piovendo sullo sport italiano ha uno storico ed attualissimo epicentro nella Capitale.

Ecco, proprio da questi esempi che devono prendere spunto le squadra di calcio romane che questa eccellenza assoluta, costante nel tempo non hanno saputo interpretare nei 126 anni di storia laziale e nei quasi 100 di Roma calcio.

La vera sfida è il futuro, anche se niente come il calcio vive di qui-e-ora. Cosa ci si deve attendere da chi guida i due club? Cosa dobbiamo pretendere dalla gens giallorossa e dalla gens biancoceleste?

Se pensiamo agli americani che stanno irrorando di finanziamenti la squadra di Gasperini è la prosecuzione sulla barra dritta di un progetto sportivo affidabile che alimenti il connubio tra squadra e pubblico: dai giorni di Mourinho, che sono stati indimenticabili con la Conference e meno rilevanti nel cammino in campionato, a oggi lo stadio è sempre pieno e conquista frange di pubblico nuovo. Ora, però, arriva la sfida della Champions, dove si misura davvero il livello di un club che ambisce al Gotha ed è qui che va ripresa la scalata continentale che dà l'esatta dimensione di un club nel calcio. La Champions vale le Olimpiadi, persino più di un Mondiale.

Quel che deve succedere alla Lazio è facile da dire, difficilissimo da fare. Il presidente Lotito, in un'estate che è stato - è un eufemismo - "l'inverno del nostro scontento", ha messo a disposizione di Gattuso un mercato a costo zero con gente come Frattesi, Gudmundsson, confermato Taylor: tutto questo non cancella per quasi tutti i suoi tifosi la sensazione di non poter ambire a quello cui un tifoso ha diritto. Il sogno. Ecco, questa fine d'estate il sogno lo legittimerebbe: perché la squadra fa davvero quello che deve fare per farsi volere bene. Non molla, si riunisce, cerca i cori in trasferta vista la diserzione dell'Olimpico per un braccio di ferro che fa il male di tutti. Qui il futuro non può che essere cambiamento: Lotito cambi le sue posture e si sforzi di capire perché si ama una squadra di calcio (quei sogni che non possono alimentarsi solo di solide realtà); la gente torni a fare il suo che è gioire (anche allo stadio) come hanno fatto tutti i laziali veri al gol di Gudmundsson, prima di tornare (in molti) a preoccuparsi se queste tre vittorie in fila non significhino tanto poter urlare "primo-posto-in-classifica" quanto consolidare l'ego del presidente.

Le vittorie non sono mai casuali, per non renderle episodiche serve visione e coraggio di andare contromano nel flusso delle rivalità, delle antipatie da cortile. Andare oltre la sindrome che chiameremo degli Orazi e Curiazi: si può chiedere questo a Roma? Forse nel terzo millennio sì.

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