Mi sto godendo i mondiali. Sto vedendo partite di calcio intense e bellissime, ho scoperto squadre di Paesi improbabili, capaci di mettere in difficoltà formazioni storiche e blasonate (Egitto contro Argentina è stata inebriante), sto apprezzando la passione e l’orgoglio che animano giocatori, staff tecnici e pubblico. E schemi di gioco che si confrontano, un dinamismo sorprendente, grappoli di gol, quanti gol! Soprattutto, sto beandomi di stadi meravigliosi colmi sino all’inverosimile di settanta-ottantamila spettatori, campi di gioco perfetti, inni e cori senza violenze, scenografie luminose che si rincorrono tra Canada, Usa e Messico. Mi piace la voglia di sport, mi piace l’espressione dello sport, la sua dimensione e cultura.
Parlando di calcio, sono peraltro favorito dal fatto di far tifo per una squadra, la Fiorentina, che raramente si è affacciata da grande protagonista nel palcoscenico nazionale e internazionale. Questo mi permette di valutare le partite senza essere offuscato dall’appartenenza a una particolare maglia, e senza interesse se non quello della qualità del gioco.
Per ora – ma spero che ci siano altri momenti epici – il miglior spettacolo l’ho vissuto guardando il campione della Norvegia, Erling Haaland, battere il tamburo dopo la vittoriosa partita col Brasile sul prato del MetLife Stadium di New York. Haaland, autore di due gol, ha trascinato la squadra e i tifosi nella ormai classica “vogata”, la Viking Row.
Le immagini dicono quanto il calcio possa essere avvincente e coinvolgente, una rappresentazione entusiasmante.
Avendo negli occhi le disarmanti prestazioni della Nazionale Italiana degli ultimi vent’anni e il povero spettacolo del nostro campionato di Serie A – nel quale è molto raro vedere partite esaltanti, qualità di gioco come in passato, interpreti magici come Baggio, Del Piero, ecc., e un dinamismo che non sia triste e ripetitivo – mi sarei aspettato un coro unanime di estimatori dei mondiali 2026. Mi accorgo invece che gran parte dell’opinione pubblica e dei media cerca invece motivi di critica e di distinguo, e temo che questo sia, ancora una volta, un derivato della nostra costante impronta ideologica. Sembra che in Italia non si possa assistere a un qualsiasi evento senza doverlo classificare e categorizzare – minimamente tra destra e sinistra – e senza piegarlo a ragioni che niente hanno a che fare con lo sport.
Per questo campionato del mondo si è iniziato parlando più di disordini fuori degli stadi (peraltro limitati e di breve durata) invece che guardare alle feste di settantamila persone, uomini, donne e bambini, che si ripetono in ogni località, da nord a sud, da est a ovest. Il peccato originario di essere ospitato in America non può essere sottaciuto e si continua ancora oggi, dopo aver visto i risultati di una organizzazione quasi perfetta, a rilevare piccole magagne, oppure – in termini politici – torti che farebbero crollare tutto il tempio del calcio, con Sansone e tutti i filistei.
L’invidia, alle nostre latitudini, non passa di moda, così come succede all’appartenenza, alla ricerca di un capro espiatorio da additare al popolino rosicante, alle esternazioni di chi non trova argomenti per scagliarsi contro gli avversari. Un cartellino rosso dato e ritirato – che brutta cosa! – non fa tuttavia crollare né lo sport né il calcio, così come non ci sono riuscite le scriteriate scelte arbitrali degli ultimi cinquant’anni (ci ricordiamo di Aston della famosa Batalla de Santiago del 1962? E, tra gli altri, di Moreno?), o gli svarioni di stampo politico (il gol fantasma dell’Inghilterra alla Germania nel 1966, oppure quello di pugno di Maradona nel 1986 contro l’Inghilterra, il gol negato all’Egitto).
Il calcio ha superato combine indecenti, provocatori, calci e testate, rigori inesistenti o non visti, scandali a tutti i livelli, i miliardi degli speculatori e fidejussioni fasulle. Eppure sembra che oggi si sia passato il limite, che una linea rossa sia stata attraversata, che il calcio non sarà più lo stesso. E le partite ancora da giocare saranno dunque senza valore, prive di inginocchiamenti, di manifesti da firmare. Perché così noi intendiamo il calcio e lo sport, come la letteratura, come il cinema: militante.
Ciriaco Offeddu
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