Lindsay Clancy non è un’eroina o un modello da seguire

2026/09/16

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Da settimane siamo tutti informati sul caso di Lindsay Clancy, la donna che ha ucciso i suoi tre figli e ha poi tentato il suicidio, rimanendo paralizzata. Come spesso accade con vicende di cronaca particolarmente cruente e orribili, il caso è diventato mediatico ed è oggetto di discussione anche fuori dagli Stati Uniti. Una delle ragioni è che si è parlato di possibile depressione o psicosi post partum e quindi di potenziale incapacità di intendere e volere.

Non è strano che anche in questo caso, come sempre, ci siano stati molti (per lo più se non esclusivamente donne) che hanno empatizzato con l’accusata, a causa della depressione post partum, dato che è un problema abbastanza diffuso che spesso non viene affrontato correttamente. Altri, al contrario, pensano che nessun tipo di malattia o impedimento mentale debba essere usato per scagionare qualcuno.

Uccidi i tuoi figli (consapevole o no) e diventi un modello

In questo caso però la vicenda ha preso una direzione che possiamo senza dubbio definire folle, quasi incredibile. Non solo si sono sollevate tante voci di sostegno all’imputata, ma si è creato un vero e proprio movimento di ammiratrici. Centinaia di donne si sono presentate fuori dal tribunale indossando magliette rosa in onore di Lindsay, e molte altre hanno espresso non solo solidarietà, ma addirittura identificazione: sui social è partito il trend delle madri che si filmano mentre piangono tenendo in braccio i loro figli, con la scritta “Io sono Lindsay” o “Io come Lindsay”.

L’intento in teoria sarebbe diffondere consapevolezza circa la depressione post partum, per far sentire meno sole (e meno in colpa) le donne e contemporaneamente insegnare a tutti gli altri che si tratta di una cosa seria che può colpire chiunque. E va bene; ma ci sono dei problemi. Prima di tutto, non è affatto certo che a causare gli assassinii sia stata una psicosi, né che questa, eventualmente, avesse a che fare con il parto: non c’è accordo tra gli esperti su questo e non è stato raggiunto un verdetto. Ma del resto, prima ancora che iniziasse il processo chi voleva difenderla aveva già deciso che indubbiamente non poteva che avere agito perché spinta da una sofferenza indicibile.

Sembra che sia normale contemplare l’infanticidio

Inoltre, se è giustissimo fare luce su questo problema e pretendere maggiore comprensione del fenomeno, non per questo diventa giusto e normale proclamare ai quattro venti di identificarsi con qualcuno che ha ucciso tre bambini. Men che meno filmarsi con i propri, di bambini, dicendo che si è come Lindsay: stiamo serenamente affermando in pubblico che anche noi, stremate dal peso della maternità, potremmo domani ammazzare i nostri? Spero proprio di no, sia perché vorrebbe dire che ci ritroveremmo con centinaia, se non migliaia, di bambini da dare in adozione, sia perché è anche molto stupido - e offensivo - associare indissolubilmente la depressione post partum all’infanticidio.

A monte, a dire il vero, è sbagliato associare qualsiasi forma di stanchezza e sofferenza legate alla maternità alla depressione, che è una condizione clinica che non si verifica sempre, in tutte le donne, ogni volta che partoriscono (per fortuna; anzi, l’incidenza va dal 6% al 12%, quindi che tutte queste influencer ne abbiano sofferto è improbabile). Non è il caso di indurle a credere che, se sono esauste o tristi o esasperate, ne sono affette.

Se si tratta di una cosa seria - e lo è - bisogna parlarne con cautela e usare questa espressione solo per i casi accertati, non per ogni madre che si sente giù. In entrambi i casi bisogna essere comprensivi e indulgenti, ma non possono essere messi sullo stesso piano. Tra l’altro, uno che si filma mentre piange (e filma pure il figlio) per ricevere commenti sui social forse di problemi ne ha altri, prima di tutto.

La salute mentale entra in gioco solo con le donne

Non si può fare a meno di confrontare questa situazione con quella che si verifica in occasione di un femminicidio. In questi casi, che diventano altrettanto noti e discussi (più che altro se la vittima era giovane e carina, a onor del vero), rarissimamente l’opinione pubblica (e pure i giornalisti e gli “esperti”) prende in considerazione l’ipotesi del problema di salute mentale: l’uomo ha ucciso perché è uomo e perché lei era una donna. Della sua storia familiare e clinica non importa niente a nessuno, e in pochi, credo, si sognerebbero di filmarsi scrivendo, ad esempio “Io come Federico Vella” perché sono in cura da uno psichiatra. E meno male.

Il fatto è che quello della salute mentale è un problema reale, che davvero può costituire una delle cause di un omicidio (qualunque sia il sesso della vittima). Se questo debba poi portare a un’assoluzione piena o a una sentenza di altro tipo non sta a noi dirlo; certamente però dovremmo tutti sapere che è un fattore da prendere in considerazione, se non altro per comprendere la dinamica, cosa che ci è utile anche per cercare di prevenire altri episodi simili.

Sarebbe importante quindi parlare dello stato mentale degli uomini che commettono femminicidi, ma quando si tenta di farlo si viene accusati di volerli giustificare - cosa che non c’entra proprio nulla.

Perché, allora, nei casi di infanticidio commessi da madri (che sono la maggioranza) non si ha dubbio alcuno, e addirittura si pretende, appunto, che la donna non venga condannata? La depressione post partum non è l’unico disturbo che può causare comportamenti violenti su di sé e sugli altri. E non è che gli uomini siano più colpevoli di un’eventuale patologia mentale di quanto lo siano le donne che partoriscono. Siamo forse in presenza di un doppio standard?

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