Leone XIV: «Le relazioni tra gli Stati sempre più barbare». E avverte l’Europa sull’illusione del riarmo

2026/09/28

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A Metz Leone XIV sogna l'Europa di Schuman mentre quella reale si arma e «le relazioni umane e tra gli Stati si fanno sempre più barbare». Un continente nel quale, denuncia, «il valore della parola data è disprezzato» e ci si vanta «della menzogna e dell'inganno». Il Papa invoca pace, negoziato, multilateralismo e solidarietà, mette in guardia dall'«illusione del riarmo», ma nel lungo discorso preparato per l'ultima tappa del viaggio in Francia evita di pronunciare una parola: Ucraina. Non nomina la Russia, non identifica aggressore e aggredito e lascia così sul tappeto la domanda più difficile per l'Europa di oggi: come si costruisce la pace mentre una guerra è ancora in corso?

L'ultimo giorno in Francia di Prevost

Prima di rientrare a Roma, Robert Prevost ha voluto inserire nel programma una città altamente simbolica. Metz è legata alla storia di Robert Schuman e sorge in una regione di frontiera, contesa tra Francia e Germania e attraversata, tra il 1870 e il 1945, da tre guerre devastanti. Proprio da questa terra Schuman trasse una delle intuizioni che avrebbero dato origine all'Europa contemporanea: trasformare la rivalità franco-tedesca in cooperazione, costruendo insieme a uomini come Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer un sistema fondato su regole comuni, interessi condivisi e progressiva interdipendenza.

Guardando quella lezione Leone XIV vede un rischio, che l'Europa possa tradire il metodo attraverso il quale è nata. «L'Europa secondo Schuman si basa sul rispetto del diritto internazionale», afferma, ricordando che esso non può essere imposto con la forza da uno Stato ma poggia sul principio del pacta sunt servanda, i patti devono essere rispettati.

Il diritto e il multilateralismo diventano così, nella lettura papale, «il miglior antidoto alla volontà di dominio, che è all'origine di ogni conflitto».

Leone riconosce che «la guerra è riapparsa, anche in Europa» e precisa che la ricerca della pace non può essere confusa con «un ingenuo irenismo». Subito dopo, tuttavia, mette in guardia dall'«illusione del riarmo» e domanda: «Stiamo realmente facendo “sforzi creativi” per promuovere la pace mondiale, o stiamo semplicemente cercando di “arginare l'emorragia della guerra” e prepararci meglio a quelle che presumiamo debbano ancora venire?».

Le parole del Papa

Il riferimento non è esplicito, ma inevitabilmente incrocia la direzione imboccata dall'Europa. L'Unione ha avviato Readiness 2030/ReArm Europe, il piano che punta a mobilitare fino a 800 miliardi di euro per rafforzare le capacità di difesa del continente. La Nato, parallelamente, ha fissato per gli alleati l'obiettivo di destinare entro il 2035 il 5 per cento del Pil alla difesa e alle spese connesse alla sicurezza. Per Bruxelles e per l'Alleanza Atlantica il ragionamento è opposto a quello che Leone teme: aumentare le capacità militari significa rafforzare la deterrenza e quindi ridurre il rischio di nuove aggressioni.

La posizione del Papa, tuttavia, è più articolata di un semplice «no alle armi». Leone non chiede il disarmo unilaterale dell'Europa e non nega esplicitamente il diritto degli Stati alla difesa. La sua preoccupazione sembra riguardare piuttosto la trasformazione della deterrenza da strumento di sicurezza in cultura politica: il rischio, cioè, che prepararsi alla guerra finisca per sostituire la capacità di immaginare la pace.

Schuman pensò la riconciliazione europea dopo la fine della Seconda guerra mondiale. La Germania nazista allora era stata sconfitta e il problema consisteva nel costruire istituzioni capaci di impedire che francesi e tedeschi tornassero a combattersi. Leone utilizza quel paradigma mentre una guerra è ancora aperta sul continente. Se il riarmo può diventare un'illusione, quale strumento resta quando uno Stato viola con la forza il diritto internazionale? Come si protegge l'aggredito mentre si cerca il negoziato? E soprattutto: quali sono quelle «posizioni» che, secondo Leone, bisogna essere pronti a sacrificare «per il bene superiore della pace»? Il discorso non lo precisa.

L'accoglienza di Macron

Il Papa - accolto a Metz dal presidente Macron che lo ringrazia per questo viaggio -  affida la pace al negoziato, al multilateralismo, alla forza del diritto. Ma è lui stesso, poche righe dopo, a fotografare un ordine internazionale nel quale proprio questi strumenti appaiono sempre più fragili: «Il valore della parola data è disprezzato; ci si vanta piuttosto della menzogna e dell'inganno».

L'Europa di Leone poggia su quattro pilastri: dialogo, diritto internazionale, multilateralismo e interdipendenza. Anche sull'immigrazione il Pontefice cerca un equilibrio tra identità e apertura. Chi arriva, sostiene, deve poter sviluppare talenti e capacità, ma deve anche «entrare nello spirito della casa che lo accoglie». Accoglienza e integrazione, dunque, senza cancellare né l'identità di chi arriva né quella della società che riceve.

Nella stessa direzione va il documento sottoscritto in mattinata dai rappresentanti delle diverse religioni presenti in Francia — cristiani, ebrei, musulmani e buddisti — che riconosce come le ferite della storia continuino «ad abitare la memoria delle persone e dei popoli» e impegna le comunità religiose a contrastare le logiche della vendetta, del rifiuto e dell'umiliazione, facendosi strumenti di quella «pace disarmata e disarmante» diventata una delle formule centrali del pontificato.

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