Legge elettorale in Aula, i malumori delle deputate. L’ipotesi dell’election day

2026/10/06

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ROMA Deborah Bergamini si ferma sull'uscio della Camera, la porta aperta a metà su Piazza del Parlamento. Sospira. «Certo, molte donne non sono contente...». La vicesegretaria di Forza Italia, primissima fila del partito assai stimata dalle parti di Arcore, non nasconde che diverse deputate azzurre pigeranno controvoglia il tasto verde giovedì, quando il governo dovrà votare a scrutinio segreto sul testo finale della nuova legge elettorale. Ammesso che schiaccino davvero quel tasto. «Ma sì, ormai si è trovato un accordo politico» riprende la vice di Antonio Tajani, «e poi non pensate che con il Rosatellum (che prevede l'alternanza di genere, ndr) le donne fossero molto più tutelate nelle candidature».

I timori

Sarà. Ma intanto un brivido percorre la maggioranza a due mesi dall'inciampo al Senato, quando il governo finì sotto sulle preferenze. Benvenuti nella "Stabilicum-week", la settimana che deciderà il destino della legislatura. La coalizione serra i ranghi e tutti si dicono fiduciosi che i franchi tiratori giovedì mattina lasceranno a casa i fucili. Troppo alta la posta in gioco: «Si va a casa» ha chiarito e richiarito la presidente del Consiglio ai suoi alleati chiedendo di presidiare le truppe a Montecitorio.

Oggi parte la rumba con la prima chiama sulla questione di fiducia posta dal governo su tre articoli della legge: due riguardano questioni spinosissime come la reintroduzione delle preferenze - vero pomo della discordia - e le regole per la raccolta firme dei partiti che non sono presenti in Parlamento, uno invece la ridefinizione territoriale dei collegi di Merano, Bressanone e Bolzano.

Una forzatura accusano le opposizioni in coro rispolverando video di Meloni che inveisce contro Renzi per la fiducia sull'Italicum, la riforma elettorale poi bocciata dalla Consulta. «Una scelta indegna: abbiamo fatto 50 emendamenti in tutto, non c'è ostruzionismo. Mettete la fiducia perché avete paura della tenuta della vostra maggioranza», attacca dal Pd Federico Fornaro. Gli fa eco dai Cinque Stelle Enrica Alifano che parla di democrazia «spedita in soffitta», mentre il segretario di Più Europa Riccardo Magi è al sesto giorno di sciopero della fame contro i paletti alla raccolta firme dei partiti su cui ha scritto una lettera-appello a Sergio Mattarella. Clima frizzante. Da destra rispondono puntando il dito contro i "sepolcri imbiancati" che si scandalizzano per una prassi ormai consolidata dei governi italiani: blindare con la fiducia anche le leggi elettorali, cioè la scelta delle regole del gioco. E intanto si attivano per stanare gli ultimi "giapponesi" nascosti nella selva della Camera e decisi o anche solo tentati dal tiro al piattello contro lo Stabilicum.

Pochi, pochissimi assicurano ministri e dirigenti della coalizione comunque tutti allertati: guai a chi manca in aula. Zero assenze giustificate salvo casi di assoluta emergenza e previo via libera di "Giorgia". La coperta della maggioranza tutta mobilitata per lo Stabilicum si è fatta più corta negli ultimi tempi con lo shopping di Roberto Vannacci tra le fila dei suoi ex alleati e ogni tanto arriva uno "spiffero". Vedi le Commissioni dove più di una volta in queste settimane il governo ha rischiato scivoloni a causa di impegni multipli dei suoi deputati. Niente scherzi è il mantra dei consiglieri della premier che sorvegliano la comunicazione. E correggono il tiro se qualcuno non si allinea. È successo ieri quando il capogruppo di FdI al Senato Lucio Malan, ospite di "Un Giorno da pecora", ha evocato il voto anticipato a maggio. A settembre, è la tesi, toccherebbe approntare in fretta e furia una Manovra complessa. «Potrebbe esserci l'esigenza di votare a maggio e potrebbe avere un senso votare insieme alle Comunali» dice Malan. Salvo correggersi a stretto giro dopo un input partito dai piani alti del governo: «Per quanto ci riguarda la legislatura va fino in fondo e cioè fino all'autunno del 2027, ferme restando le prerogative del Capo dello Stato». Del resto Meloni ancora due giorni fa ha promesso che «onorerà il mandato» affidatole alle Politiche del 2022. Altra cosa sono i ragionamenti dietro le quinte.

Il rebus voto anticipato

Già a inizio estate ai suoi la premier aveva ipotizzato una finestra di voto: fine maggio o la prima settimana di giugno, magari con un election-day con le comunali caldeggiato dal Quirinale. Ma a remare contro ci sono i vice Tajani e Salvini per nulla interessati alle urne anticipate per diverse ma valide ragioni. Se non altro perché impegnati a fare ordine in due partiti attraversati da un certo movimento o da veri e propri subbugli. Il dibattito è dunque ancora aperto.

Meloni non vuole parlarne ora e di certo è vietato discuterne prima di giovedì per non dare l'idea di un "liberi tutti" ai parlamentari che dovranno votare lo Stabilicum. La premier si concentra intanto sugli affari correnti. Ieri il "colpaccio" della trattativa riuscita con Ericsson: la società ha deciso di ritirare i licenziamenti collettivi di 131 lavoratori nella sede di Genova dopo una telefonata tra Meloni e l'ad Andrea Missori. È stato lui a darne notizia a sorpresa al termine del tavolo di crisi a Palazzo Chigi con Adolfo Urso e le categorie, collegata la sindaca di Genova Silvia Salis avvisata solo a cose fatte. Fonti di Palazzo Chigi puntano il dito contro le tante "strumentalizzazioni politiche" sulla vicenda Ericsson ora avviata a una soluzione. Solo affari sindacali? Macché. Dietro il blitz per salvare posti di lavoro di Meloni in versione "Mr Wolf" si intravede una sfida tutta politica tra la premier e la papabile "papessa" del campo-largo.

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