Legge elettorale, governo battuto in aula sulle preferenze (con un voto di scarto). L’ira di Meloni: “Ha vinto la palude”

2026/07/14

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Roma – “Ci abbiamo provato. Ma ha vinto di nuovo la palude”. Brucia da morire, e fa malissimo. Giorgia Meloni si schianta a tutta velocità contro il muro dei franchi tiratori, incassando la sconfitta più dolorosa dell’intera legislatura. Nel segreto dell’urna, un solo voto di scarto alla Camera (187 contro 188) basta a mandare in frantumi il blitz sulle preferenze e a trasformare l’“operazione verità” sbandierata sui social in un clamoroso autogol.

Legge elettorale, governo battuto in aula sulle preferenze (con un voto di scarto). L’ira di Meloni: “Ha vinto la palude”

Ma quel misero voto, in realtà, ne nasconde molti di più: secondo i calcoli del capogruppo leghista Riccardo Molinari, sono “almeno” trenta i deputati di maggioranza che hanno sfilato la spina all’emendamento. A guidare la rivolta silenziosa sarebbero state le donne della coalizione, incluse quelle di FdI (ma il capogruppo Galeazzo Bignami nega: “Non credo proprio”) furiose per il sacrificio della parità di genere. Una svista autolesionista: sussurrano si sia trattato di una distrazione, il che è persino peggio. Il colpo è micidiale, anche perché la trappola se l’è costruita da sola.

Contro il parere della ministra delle Riforme Elisabetta Casellati e dei colonnelli della destra, che suggerivano di rimettersi all’Aula, la premier ha voluto forzare la mano. Poi, mentre rientrava in volo dal Qatar, ha deciso di fare all-in su Facebook con una provocazione spericolata: “Sfido le opposizioni a non chiedere il voto segreto. Ognuno si assuma la responsabilità del proprio voto e ci metta la faccia davanti agli italiani”.

Il capogruppo di Fratelli d'Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, con il collega Giovanni Donzelli durante l'esame alla Camera della riforma della legge elettorale

Il capogruppo di Fratelli d'Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, con il collega Giovanni Donzelli durante l'esame alla Camera della riforma della legge elettorale

Chiedere di metterci la faccia, però, ha trasformato un emendamento qualsiasi in un referendum personale. Sapeva di rischiare, tanto da aver avvertito forzisti e leghisti che – pur non avendo firmato la proposta di FdI, NM e Udc – avevano promesso il voto: se andiamo sotto, sono pronta a salire al Quirinale. La posta in gioco è perduta ma lei non ha intenzione di arrendersi. Davanti al coro delle opposizioni che domanda “il voto subito” scava la trincea: “Ogni occasione è buona per chiedere le dimissioni – dice ai suoi – Non era un provvedimento a cui era stata apposta la fiducia, quindi formalmente non ho motivo di rimettere il mandato”.

D’altronde, la premier sa bene che il presidente Sergio Mattarella, in caso di crisi, non convocherebbe i comizi elettorali. Tenterebbe un’altra strada e probabilmente riuscirebbe a trovarla. Anche perché l’alternativa del voto immediato sarebbe un suicidio politico: affrontare le urne oggi con l’attuale Rosatellum, simulazioni alla mano, la vedrebbe sconfitta.

Legge elettorale, governo battuto in aula sulle preferenze (con un voto di scarto). L’ira di Meloni: “Ha vinto la palude”

Meglio dunque gettare acqua sul fuoco in pubblico e provare a ribaltare la narrazione. Quando tutto è compiuto, Meloni affida infatti ai social la sua difesa: “Abbiamo provato a reintrodurre le preferenze nella legge elettorale dopo più di 30 anni di liste bloccate. Abbiamo chiesto che si votasse con voto palese ma le opposizioni hanno voluto il voto segreto. Il risultato dice che la sinistra e le opposizioni hanno votato compattamente contro. Ma anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione”. Dal Senato, il presidente Ignazio La Russa le offre subito una sponda tattica, ricordando che a Palazzo Madama “esiste la concreta possibilità di modificare, anche chirurgicamente, quanto votato alla Camera” e che, soprattutto, lì il regolamento esclude il voto segreto. Un invito a correggere la legge costringendo i franchi tiratori a mostrarsi a mani nude.

Vero è che se Antonio Tajani minimizza garantendo che non ci sarà “nessuna conseguenza sul governo”, la tensione dentro la maggioranza – dove si rincorrono voci di un vertice dei leader nelle prossime ore – si taglia col coltello. Sulle possibili ripercussioni future, infatti, il ministro Francesco Lollobrigida (FdI) si limita a un sibillino: “Lo vedremo quando sarà il momento”.

La strategia comunque è già scritta: “Portiamo a casa il provvedimento, poi ci confrontiamo nella maggioranza”, avverte Bignami mentre i lavori a Montecitorio proseguono in seduta notturna. Indubbiamente, Meloni proverà a trasformare questo ko in una medaglia d’oro comunicativa, proponendo l’immagine dell’unica persona a capo di un partito che ha provato a restituire il potere di scelta agli elettori, andando a sbattere sul muro delle burocrazie politiche. “La scena dell’opposizione che esulta come se avesse vinto un Mondiale per aver impedito ai cittadini di poter scegliere i propri parlamentari dice tutto”.

Ironia della sorte: proprio nei giorni in cui il Viminale ha ordinato 90mila boccette di inchiostro nero e 135mila matite copiative, resta un’unica, ironica certezza. Se anche la premier riuscirà a salvare la legge elettorale senza preferenze, sa che non potrà più fare a meno dell’unico uomo della destra uscito bene dal disastro: Roberto Vannacci.

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