ROMA Affondato. L'emendamento per introdurre il ballottaggio è stato impallinato da tutti, nessuno escluso. Perché se al principio aveva messo l'orticaria alla Lega, ora nella maggioranza lo guardano tutti come fumo negli occhi. Per Fi di un secondo turno alle politiche nemmeno a parlarne. E a sondare Fdi le reazioni, off the record, sono a dir poco tranchant: «Chi lo vota? Magari se lo vota Pera, l'ultimo dei mohicani...».
Eppure la proposta dell'ex presidente di Palazzo Madama, ora senatore del partito meloniano, inizialmente non aveva conosciuto grossi ostacoli in ambienti Fdi, il vero scoglio riconducibile al niet del Carroccio. Poi il vento è cambiato, e così la nuova legge elettorale - che oggi arriverà in Aula al Senato senza relatore - non introdurrà un secondo turno per le politiche, ma confermerà il sistema a turno unico.
A sentire le voci ufficiali, lo stop al ballottaggio deriva dal fatto che cambierebbe letteralmente i connotati allo Stabilicum. E dunque, per evitare forzature, bisognerebbe ritornare alla casella di partenza, comprese le audizioni dei costituzionalisti da mettere in calendario.
Ma a taccuini chiusi nessuno fa mistero che a far finire fuori gioco il secondo turno sia stato il timore di servire un assist a Roberto Vannacci e al suo Futuro Nazionale, vero spauracchio del centrodestra. Perché la possibilità per gli elettori di tornare alle urne per il secondo round potrebbe azzoppare il "voto utile" su cui puntano Meloni, Tajani, Salvini e compagnia, convincendo l'opinione pubblica che votare il generale e la sua "sporca dozzina" vorrebbe dire azzoppare il centrodestra, lasciando Palazzo Chigi all'altra metà campo.
Visto che è stato Vannacci a chiudere la porta - lo spot che rimbalza nella maggioranza e che si appresta a diventare il tormentone della campagna elettorale - posizionandosi saldamente all'opposizione. Prova ne è la collezione di no di Fn ai voti di fiducia al governo Meloni. Intanto il generale fiuta l'aria che tira e cerca di farla girare a suo vantaggio, mentre diventa protagonista dell'ennesima polemica, stavolta per la partecipazione a un convegno a Torino, per un giorno "professore" per un sindacato di polizia.
In barba al suo no al reato di femminicidio, che costringe però il Dipartimento della pubblica sicurezza a fare dietrofront: l'iniziativa non sarà valida come aggiornamento professionale e non vedrà la partecipazione del questore torinese Massimo Gambino, finito sotto accusa.
Le provocazioni del generale
Ma torniamo al nodo legge elettorale. «Adesso hanno perso la calcolatrice - va all'attacco Vannacci sui social - Il risultato è scritto nero su bianco: senza Futuro nazionale il centrodestra non raggiunge il 42%. Non è propaganda. È aritmetica».
Ma il resto del messaggio, mascherato da mano tesa alla maggioranza, in realtà è una dichiarazione di guerra. «I nostri voti non sono un pacco postale da ritirare alla vigilia delle elezioni - scrive infatti il leader di Fn - Sono la fiducia di milioni di italiani che chiedono» una «destra che torni finalmente a fare la destra. Le alleanze non si costruiscono con formule escogitate nei palazzi, ma sulla chiarezza dei programmi e sulla lealtà verso gli elettori». E Futuro Nazionale «sarà il motore che riporterà la destra sulla retta via».
Roba a dir poco indigeribile per Meloni, che sui social torna a battere sulla sicurezza, infilando un dito nell'occhio della magistratura. La premier posta infatti il video di due agenti feriti durante un blitz, il protagonista dell'aggressione «libero poche ore dopo». «Il governo - scrive Meloni - continuerà a rafforzare tutele e strumenti per le Forze dell'Ordine.
Ma quando, dopo comportamenti di questa gravità e dopo un'aggressione a chi rappresenta lo Stato, si torna liberi nel giro di poche ore, non è soltanto difficile da comprendere. È francamente inaccettabile, perché indebolisce la credibilità dello Stato nel suo complesso».
Scongiuri sulle preferenze
Intanto, mentre la presidente del Consiglio puntella il tema della sicurezza, in prima commissione al Senato maggioranza e opposizione se le danno di santa ragione sul Melonellum. Le spade si incrociano su ogni singolo emendamento, con il presidente Ignazio La Russa costretto a intervenire per placare gli animi su una proposta di modifica delle opposizioni sulle preferenze, tra accuse e affondi incrociati.
E questo nonostante tutti, da una parte e dall'altra, diano pressoché per scontato che la riforma arriverà oggi in Aula senza relatore, con la conseguenza che tutti gli emendamenti su cui si è battagliato in commissione finiranno per decadere miseramente. «Il solito Truman show», ci scherza su un capannello di senatori, provocando i colleghi di Fdi sul via libera alle preferenze, che alla Camera hanno visto ballare il governo. A Palazzo Madama si escludono sorprese, non fosse altro per il voto palese. Ma dai Fratelli d'Italia partono comunque ineleganti ma inevitabili scongiuri.
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