Le misure protettive della crisi valgono anche per i garanti?

2026/09/22

Categories: business-finance

Scopri perché lo scudo del Codice della crisi non protegge i fideiussori e non blocca la segnalazione alla Centrale Rischi della Banca d’Italia.

La gestione delle difficoltà aziendali richiede oggi una profonda conoscenza delle nuove regole sulla composizione negoziata della crisi. Molti imprenditori, nel tentativo di risanare la propria attività, cercano di attivare degli scudi legali per mettere al sicuro non solo l’azienda, ma anche i soggetti che hanno prestato garanzie personali. Tuttavia, la giurisprudenza recente ha chiarito un punto fondamentale che delimita i confini di queste tutele. Molti si chiedono se le misure protettive della crisi valgono anche per i garanti per capire se la protezione del patrimonio aziendale si estenda automaticamente ai fideiussori. La risposta dei tribunali è restrittiva e mira a bilanciare i diritti dei creditori con la necessità di trasparenza. Non si può utilizzare la procedura di risanamento per nascondere lo stato di insolvenza alle banche o per evitare che gli istituti di credito escutano le garanzie prestate da terzi. In questo articolo analizzeremo i limiti dello scudo previsto dalla legge e le ragioni per cui la riservatezza assoluta non trova spazio nel sistema della crisi d’impresa.

Indice

Cosa prevede la legge sulle misure protettive?

Il Codice della crisi mette a disposizione dell’imprenditore uno strumento specifico per facilitare il risanamento: le misure protettive. Queste hanno lo scopo di evitare che le azioni dei singoli creditori possano compromettere le trattative per la ristrutturazione del debito. Quando un’impresa avvia la composizione negoziata, può chiedere al tribunale di congelare temporaneamente i pignoramenti o le altre procedure esecutive sul proprio patrimonio (art. 18 cod. della crisi). L’obiettivo è chiaro: garantire all’azienda il tempo necessario per trovare un accordo con i creditori e superare lo stato di difficoltà economico-finanziaria senza subire aggressioni immediate.

Tuttavia, queste misure non sono una protezione universale. La legge attribuisce questa facoltà esclusivamente all’imprenditore. È lui il soggetto che deve avviare il percorso di ristrutturazione ed è il suo patrimonio che la norma intende preservare per consentire la continuità dell’attività. Le coordinate del sistema portano a ritenere che ogni protezione debba essere strettamente finalizzata al superamento della crisi d’impresa. Se l’azione di tutela non serve direttamente al risanamento aziendale, il magistrato non ha il potere di estenderla oltre i confini del patrimonio del debitore principale.

Il garante può beneficiare dello scudo del debitore?

La questione della protezione dei garanti è stata risolta in modo netto dai giudici. La disciplina del Codice della crisi è considerata chiara: il diritto di chiedere le misure protettive spetta solo all’imprenditore e non si estende ai suoi fideiussori. Questo significa che, mentre l’azienda è protetta dai creditori, questi ultimi restano liberi di agire contro i terzi che hanno prestato garanzie personali, come i soci o i parenti che hanno firmato fideiussioni (ordinanza tribunale di Napoli del 4 febbraio 2026).

Il tribunale ha ribadito che le misure protettive non possono riguardare in modo globale il patrimonio di terzi prestatori di garanzia generica. Il fideiussore, infatti, non è il soggetto che sta ristrutturando il debito, ma è un soggetto esterno che ha garantito l’adempimento con tutti i suoi beni presenti e futuri. Proteggere il patrimonio del garante significherebbe privare ingiustamente il creditore di una sicurezza che ha ottenuto proprio per tutelarsi in caso di crisi dell’obbligato principale. Il sistema non permette di trasformare una misura nata per l’impresa in una zona franca per chiunque abbia legami finanziari con essa.

Esistono eccezioni per i beni di proprietà dei garanti?

Nonostante la regola generale escluda i garanti, esiste una piccola finestra di eccezione legata alla funzione economica dei beni. I giudici ammettono l’estensione delle misure protettive a beni che non appartengono direttamente alla sfera giuridica dell’imprenditore solo a una condizione specifica: devono essere funzionali all’esercizio dell’impresa.

In termini pratici, se un garante possiede un immobile o un macchinario che viene utilizzato materialmente dall’azienda per la sua attività produttiva, quel singolo bene potrebbe essere protetto. In questo caso la tutela non nasce per proteggere il garante come persona, ma per evitare che la sottrazione di quel bene specifico impedisca la ristrutturazione dell’azienda. Si tratta quindi di una protezione mirata e non di uno scudo totale sul patrimonio del fideiussore. La prova della funzionalità del bene all’attività d’impresa deve essere rigorosa, poiché l’ordinamento cerca di non compromettere in modo sproporzionato gli interessi dei creditori, i quali hanno diritto a far valere le proprie ragioni secondo i principi di correttezza e buona fede.

Le misure protettive bloccano la segnalazione alla Centrale Rischi?

Un altro punto di scontro tra imprese e banche riguarda la Centrale Rischi della Banca d’Italia. Molte società in crisi chiedono al tribunale di vietare agli istituti di credito di segnalare la loro posizione di difficoltà. Il timore delle aziende è che tale segnalazione possa comportare la revoca immediata delle linee di credito o impedire l’accesso a nuova finanza, rendendo il percorso di risanamento ancora più impervio. L’idea dell’imprenditore è che il silenzio sulla crisi possa aiutare a gestire meglio le trattative.

La giurisprudenza, tuttavia, ha respinto questa richiesta. Le misure protettive non possono essere utilizzate per impedire la segnalazione alla centrale dei rischi. Il divieto di segnalazione non è considerato uno strumento idoneo a garantire la riservatezza, poiché le misure protettive stesse vengono comunque iscritte nel registro delle imprese. Questo registro è pubblico e facilmente consultabile da qualsiasi operatore economico o banca. Cercare di bloccare la comunicazione alla Banca d’Italia sarebbe quindi inutile, dato che lo stato di crisi è già reso palese dal sistema di pubblicità legale previsto dal Codice della crisi.

Perché non si può nascondere la crisi d’impresa?

La pretesa di mantenere un’assoluta riservatezza sullo stato di difficoltà economica è giudicata antitetica rispetto ai principi che governano la composizione negoziata. L’ordinamento giuridico non tutela il desiderio del debitore di nascondere le proprie falle finanziarie ai soggetti che già gli hanno erogato credito o a quelli che potrebbero farlo in futuro. La trasparenza è un elemento essenziale per la tutela di tutti i creditori e per la stabilità del sistema creditizio.

Il tribunale ha chiarito che il dovere di buona fede e correttezza impone al debitore di essere trasparente sulla propria situazione economica. Richiedere all’autorità giudiziaria di fornire strumenti per eludere una piena informazione significa tentare di ingannare il mercato. Le banche hanno il diritto di sapere se un’impresa è in crisi per poter valutare correttamente il rischio e decidere se concedere o meno nuovi ingressi di finanza. Fornire una falsa immagine di solidità, bloccando le segnalazioni ufficiali, equivarrebbe ad autorizzare una condotta scorretta che danneggerebbe l’intero comparto dei creditori.

Quali sono i doveri di correttezza e buona fede nelle trattative?

Durante il percorso di regolazione della crisi, il debitore e i creditori devono comportarsi secondo principi di lealtà. Questo significa che l’imprenditore non può pretendere di godere dei benefici delle misure protettive senza offrire in cambio una visione chiara dei suoi conti. La trasparenza è il presupposto indispensabile per condurre le trattative in modo professionale e per raggiungere un accordo di ristrutturazione che sia sostenibile nel tempo.

I creditori, dal canto loro, devono essere messi in condizione di conoscere:

Non è ipotizzabile chiedere ai giudici di oscurare i dati relativi al rischio di credito solo per evitare il rientro dalle esposizioni. Il sistema della composizione negoziata si fonda proprio sulla gestione condivisa e consapevole dell’insolvenza, non sul suo occultamento. La protezione legale serve ad aiutare l’impresa onesta e trasparente a rimettersi in piedi, non a proteggere chi vuole sottrarsi al giudizio del mercato creditizio.

Cosa rischia l’azienda in caso di segnalazione alla Centrale Rischi?

Sebbene la segnalazione possa apparire come un ostacolo al risanamento, essa rappresenta una tutela per la collettività dei risparmiatori. Se un’impresa è soggetta a misure protettive, significa che non è in grado di adempiere regolarmente alle proprie obbligazioni. Nascondere questa realtà comporterebbe un aumento del rischio per gli istituti di credito, i quali potrebbero continuare a erogare somme basandosi su presupposti errati.

La revoca delle linee di credito o la difficoltà di accesso a nuovi prestiti sono conseguenze naturali e prevedibili della crisi d’impresa. L’imprenditore che intraprende la via del risanamento deve essere consapevole che il mercato reagirà alla notizia dello stato di insolvenza. Tentare di bloccare queste reazioni per via giudiziaria è una strategia che non trova accoglimento nei tribunali, poiché contrasta con l’obbligo di fornire una piena informazione a tutti gli attori economici coinvolti. La forza di un piano di risanamento deve risiedere nella sua capacità di convincere le banche nonostante la trasparenza della crisi, e non attraverso la cancellazione dei dati negativi dai registri pubblici.

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