Lavitola, il gip: «Attentato per accrescere la popolarità di Ranucci». La telefonata all’amico: «C’è un guaio grosso, sono indagato»

2026/08/10

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«Le risultanze acquisite inducono a ritenere che Ranucci sia stato vittima della manipolazione di Lavitola». Non è emerso infatti dalle indagini della Procura di Roma nessun indizio che lasci pensare che il giornalista di Report fosse d'accordo con il mandante dell'attentato da lui subito sotto casa, a Pomezia. Questo un passaggio dell'ordinanza di arresto che ha aperto di nuovo le porte del carcere per Valter Lavitola, ritenuto appunto il mandante della bomba che esplodendo, lo scorso 16 ottobre, aveva danneggiato due auto del conduttore di Rai3. I carabinieri del nulceo investigativo di Roma e di Frascati questa mattina sono andati a casa dell'ex direttore dell'"Avanti" per notificargli la misura di custodia cautelare con l'accusa di aver organizzato l'attentato, contestandogli anche il "metodo mafioso". «La spregiudicatezza e la capacità criminale mostrata (da Lavitola, ndr) dimostra come il carcere sia l'unica misura cautelare idonea».

La manipolazione subita da Ranucci, secondo il gip del Tribunale di Roma Iole Moricca, ha le sue basi "in ragione della raffinata astuzia dell'indagato e del profondo legame tra i due instauratosi". "Appena appresa la notizia dell'incriminazione dell'amico", il volto simbolo di Report ha avuto una "reazione di stupore e incredulità". Da plurime intercettazioni, è emerso che Lavitola abbia continuato a manipolare la persona offesa e ad alimentare in lui il convincimento che la tesi seguita dagli inquirenti sia assolutamente inverosimile, essendo convinto che finché avrà il sostegno della vittima del reato, la sua posizione né risulterà avvantaggiata".

Contatti all'estero

Per il giudice ci sono le esigenze cautelari, considerati "gli innumerevoli contatti in altri continenti" da parte di Lavitola. Dopo l'arresto degli esecutori materiali dell'attentato, il 30 giugno scorso, aveva acquistato un biglietto per l'Africa con partenza per il 4 luglio. Il viaggio è sfumato, dopo l'arrivo dei carabinieri a casa sua e la perquisizione domiciliare. «Ha interessi economici in Camerun, dove potrebbe rifugiarsi", si legge nell'ordinanza. Lì si troverebbe il suo tuttofare, il camerunense Gomes Clesio Tavares, accusato dai pm di Roma di avere partecipato al progetto all'attentato e su cui ora pende un mandato di arresto internazionale. Inoltre, subito dopo il sopralluogo sotto casa di Ranucci, a cui aveva partecipato il 10 ottobre anche Lavitola, quest'ultimo era partito per l'Argentina. Infine, annota il gip, "ha rapporti confindenziali con una donna da lui appellata "meu amor" con cui dialoga in portoghese».

Dalle intercettazioni è emerso che Lavitola era convinto di venire arrestato subito dopo la convocazione delle settimane scorse per rendere interrogatorio, e "una volta che tale evento non si è verificato, in capo all'indagato è maturata la convizione che gli elementi acquisiti nei suoi confronti non avessero una forza probatoria tale da sostenere una misura cautelare", si legge nell'ordinanza di arresto.

Il movente

L'attentato a Sigfrido Ranucci è «stato commissionato da Valter Lavitola esclusivamente per accrescere la popolarità del giornalista e accelerare i progetti» dell'arrestato «in ambito politico», scrive il gip. «Se infatti lo scopo era quello di favorire l'ascesa politica del giornalista Ranucci ed evidentemente assicurarsi per sé un ruolo di primo piano nel nuovo scenario politico ipotizzato - si legge -, è indubbio che nella ideazione dell'indagato, agli occhi della vittima e dell'opinione pubblica l'evento delittuoso doveva apparire come un atto intimidatorio o ritorsivo, comunque un avvertimento rivolto al giornalista per intimorirlo rispetto alla prosecuzione delle sue inchieste, ma mai per porre in effettivo pericolo l'incolumità del giornalista».

Per questo non viene contestato a Lavitola il reato di strage, inizialmente ipotizzato nei confronti dei 4 esecutori materiali dell'attacco dinamitardo.

Lavitola viene intercettato mentre il 5 luglio scorso, dopo essere stato perquisito dai carabinieri, parla con un amico nel suo ristorante, nel quartiere romano di Monteverde. «C'è un guaio grosso... sono indagato perché sarei il mandante dell'attentato contro Ranucci». Riferisce quindi di una conversazione avuta con uno degli investigatori coordinati dal pm Edoardo De Santis, in cui lo provoca:  «Gli ho detto: senta comandante, facciamo una cosa, lei mi scrive su un foglio di carta, oppure sulla fiducia le firmo un foglio di carta in bianco, lei ci scriva sopra il movente per il quale avrei fatto l'attentato a Ranucci, un movente ragionevole. Io e Ranucci mangiamo insieme minimo 2 o 3 volte al mese, se avessi voluto uccidere Ranucci perché mi é antipatico, perché lo odio, perché in effetti non é vero che siamo amici ma sono innamorato della moglie, perché so fro... Sai che ci metto io a mettergli il veleno nel piatto? O il Guttalax se voglio che gli viene la diarrea? Niente! Poi manco a farlo apposta me I'ha detto pure Ranucci una volta... “Scusa, mi potevi avvelenare no? Mangiando con te”».

Ma l'investigatore dell'Arma dà un'interpretazione insolita sul movente, che però risulterebbe veritiera considerata la risposta di Lavitola. «Lui mi ha detto “per fargli del bene”. Cazzo mi ha fottuto! (...) Io alla fine gli ho detto “ma lei si rende conto che questo non é un attacco a me, ma attacca Ranucci, cioé dico se io anche adesso mi accusassi, dicessi che io volevo... ho fatto I'attentato perché volevo male a Ranucci, domani mattina esce sui giornali che Ranucci l'attentato se I'è fatto da solo! Nessuno ci crederebbe mai che io ho fatto l'attentato a Ranucci", no?».

L'ascesa in politica

Lavitola «sfrutta ogni occasione utile per persuadere Ranucci del successo che otterrebbe entrando in politica, approfittando dei momenti di difficolta per suggerirgli di lasciare la sua attività». «Sarebbe il momento di andarsene - gli suggerisce Lavitola - Una buonuscita da botti e fra due anni fai il Presidente. Valter non dice sempre cose sbagliate. Oggettivamente saresti se non l'unico uno dei pochissimi leader potabili per questo paese. Berlusconi ti avrebbe ceduto il posto». «Sin dal 2024 aveva iniziato a proporre a Ranucci il tema della sua candidatura alle prossime elezioni politiche, ritenendolo I'uomo che poteva rappresentare la novità, capace di sparigliare le carte, e battere gli altri candidati. Lavitola nel tempo coltiva la sua intuizione - si legge nell'ordinanza - e continua a riproporla costantemente al giornalista che se, da un lato, non pare mai condividere formalmente il progetto dell'indagato, col tempo, si comprende, dal tenore dei messaggi e dal suo comportamento, che assuma un atteggiamento di apertura o quantomeno di curiosità rispetto al progetto, che via via diviene sempre pil concreto. E in effetti Lavitola, proprio successivamente all’esecuzione dell’atto intimidatorio, inizia a tradurre quell'intuizione in fatti concreti, tanto da arrivare a commissionare un sondaggio, investendo in tale progetto tempo e denaro».

«Tale circostanza, ad avviso del decidente - precisa il gip -, non può ritenersi casuale, se si considera che dall’esame dei messaggi scambiati tra Lavitola e la persona offesa, si evince come effettivamente gli sfoghi di Ranucci in merito alle sue difficoltà lavorative cessino dopo I'esecuzione dell’azione delittuosa nei suoi confronti e al contempo lo stesso Ranucci condivida con soddisfazione con I'amico sondaggi e commenti che dimostrano il momento di rilevante popolarità che stava vivendo. Dunque, è certo che l'atto dinamitardo subito da Ranucci ha rappresentato per I'ambizioso progetto perseguito da Lavitola un dato estremamente positivo e favorevole. Inoltre, è indubbio che tale progetto fosse strumentale a garantirsi un posto di rilievo nel panorama politico italiano, dovendo escludere che l'indagato agisse, investendo denaro e tempo proprio, solo per aiutare I'amico Ranucci e/o indirettamente, secondo la sua prospettiva, per l'interesse della collettività».

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