Jannik Sinner ha deciso di saltare il Masters 1000 di Montreal. Una scelta ponderata, con un occhio alla programmazione e alla propria salute, con la volontà di tutelarsi dettata dal ricordo della brusca eliminazione dal Roland Garros. E così il n.1 al mondo ha optato per un mese di vacanza: tornerà in campo verso la metà di agosto. “Devo tutelare la mia salute, è la priorità”, ha dichiarato Sinner. Da un punto di vista mentale, non solo fisico: l’obiettivo è stare un po’ di più a casa e con i propri cari, libero da viaggi e impegni.
Con l’introduzione dei Masters 1000 da 12 giorni, infatti, l’impegno in termini di tempo e di gioco e di spostamenti, di giorni lontano da casa, è decisamente aumentato. E non di poco. Specie per giocatori come Sinner, che puntano sempre alla vittoria, e arrivano comunque in fondo ai tornei salvo rare eccezioni, l’effort che richiede il circuito aumenta sempre più. Anche perché i giorni di torneo, di gioco, sono solo la punta dell’iceberg. Al di sotto del livello del mare, tra allenamenti, giorni di viaggio e impegni con sponsor e media, c’è parecchio di più.
L’impegno dei top player: quanti giorni sono richiesti a Sinner e Alcaraz dagli Slam?
Jannik e Alcaraz sono i due giocatori, insieme a Zverev e al solito Djokovic (il quale gioca però meno durante la stagione), che negli ultimi anni più spesso sono arrivati in fondo ai tornei, vincendo o facendo finale. E che, soprattutto, hanno il maggior numero di impegni extra campo sotto tanti punti di vista. Durante i tornei, ma soprattutto prima e dopo. Infatti sarebbe semplicistico pensare, ad esempio, che i giorni in cui un top player che arriva in fondo ad uno Slam siano “solo” 60 (15 per quattro tornei). Il torneo dura infatti quindici giorni, ma bisogna arrivare prima sul posto, allenarsi, sistemarsi da un punto di vista logistico, officiare gli impegni media e sponsor. Quindi, specie negli Slam più distanti (parlando sempre di Sinner o Alcaraz) come Australian Open o US Open, tocca aggiungere almeno un’altra settimana.
Se infatti il torneo inizia domenica, un giocatore deve recarsi sul posto quantomeno il martedì, al massimo il mercoledì. Venerdì o sabato c’è il media day, nei giorni restanti ci si dedica ad allenamenti e sponsor. Obblighi che ovviamente aumentano in caso di vittoria del torneo, tra servizi e fotografici ed eventi per la stampa (come accadde a Sinner dopo il primo Australian Open) al termine dell’evento. Dunque, solo per quanto riguarda gli Slam, non è esagerato fare una stima di circa 90 giorni in cui si è impegnati. Ovviamente dando per scontato, come in effetti quasi sempre accade, di arrivare fino in fondo. E si parla solo di quattro tornei. Non dimentichiamo infatti che i top 30 sono obbligati, a fronte di penalità in classifica e decurtazione di alcuni bonus, a disputare nove Masters 1000 e quattro ATP 500.
La situazione nei tornei ATP
A livello ATP subentra in maniera più pesante anche la dinamica del cambio di superficie. Dopo il Sunshine Double di Indian Wells e Miami, c’è una sola settimana di stacco prima di Montecarlo. Che, pur essendo equiparabile a livello regolamentare in un certo senso a un ATP 500 non essendo obbligatorio, è un torneo dove i migliori si recano sempre. Molti infatti sono residenti lì, si gioca una sola settimana e diventa piacevole anche trattenersi per qualche giorno. Ciò però rende obbligatorio sfruttare la settimana precedente per prepararsi in maniera adeguata alla terra rossa. E quindi anche lì si arriva ad almeno dieci-dodici giorni di lavoro.
Non va dimenticato poi che in alcuni casi, come quello di Sinner che ha più di dieci sponsor, durante tutta la stagione c’è sempre qualche impegno relativo ad essi a cui ottemperare. Ciò detto, solo a livello di gioco e partite, mediamente i top player, considerando di non poter arrivare sempre in finale, sono costretti a dedicare 12 giorni a sette Masters 1000 su nove (dal 2028 se ne aggiungerà anche un altro, in Arabia Saudita), più altri 19 circa con Montecarlo e Parigi. Ovviamente se si prende parte a tutti i tornei, come previsto da regolamento. E si arriva ad un totale di circa 100 giorni.
Vanno aggiunti i quattro ATP 500. La maggior parte dei top 30, visto anche che spesso finiscono per perdere prima, ne disputa minimo quattro, spesso anche di più. Regolando la bilancia sul numero obbligatorio previsto, e considerando che per quanto ci siano meno partite i giocatori arrivano comunque già lunedì sul posto, sono altri 28 giorni da aggiungere. Per un totale di circa 130 giorni da dedicare ai tornei ATP, oltre agli Slam. Considerando, in aggiunta alle partite, impegni istituzionali, viaggi, allenamenti. Siamo già ben oltre 200 giorni di impegno. Ma, secondo la top 50 turca Zeynep Sonmez, la situazione è ben peggiore.
“A casa solo 50 giorni”. È così anche per Sinner?
Da poco in top 50 e con molti meno impegni rispetto a un giocatore del livello di Sinner, Alcaraz o Zverev, ,a giocatrice ci è andata giù abbastanza pesante sulle difficoltà di una carriera da professionista di alto livello: “L’anno scorso sono stata a casa solo 50 giorni, è sempre stata una delle parti più difficili del mio lavoro quella di non poter tornare a casa”. Per quanto il numero sia forse un po’ eccessivo, sicuramente si avvicina alla realtà. Abbiamo infatti già stimato come circa 230 giorni siano richiesti solo dai tornei obbligatori.
Senza considerare i giorni di viaggio (come giusto che sia, perchè per ogni comune mortale non sono considerati nell’orario di lavoro) e le attività per sponsor slegate dai tornei. I vari spot vengono infatti registrati quando il giocatore è disponibile. Ciò vuol dire, calcolando un paio di giorni di media per ogni sponsor, altre 20 giornate dell’anno, seppur non sempre per intero, dedicate. Questi sono però impegni fondamentali, a cui i tennisti di certo non hanno voglia di sottrarsi, per aumentare il monte dei guadagni. Arrivati a 250 giorni su 365, mancano all’appello esibizioni e Coppa Davis. Quest’ultima, nel caso italiano degli ultimi anni, e da campione in carica, vorrebbe dire soltanto una settimana in più.
Altrimenti, dovendo giocare turni preliminari, viaggi, allenamenti per eventuali cambi di superfici, si aggiungerebbero altri 20 giorni di Coppa Davis. A cui però non tutti i top 30 prendono parte, detto per onestà. Il discorso esibizioni, infine. Sinner ha disputato recentemente solo il Six Kings Slam: un viaggio fino a Riad, tre partite, qualche siparietto. Altri sette giorni, a cui si aggiungerebbero i sette di Laver Cup. Che però, tra contenuti social, impegni media, presentazioni e comunque un certo numero di partite, diventano in ogni caso molto pesanti. Sommando questi altri 15 giorni (di solito tra viaggi e tornei, a prescindere da quali siano, tanto strappa un’esibizione) il conto è di 275 giorni all’anno, per un top player, da dedicare al tennis. Un numero mostruoso.
Questione di priorità
Si può discutere sulla necessità degli impegni relativi a sponsor ed esibizioni, e sul non poter pretendere di giocare meno e al contempo guadagnare di più. Ma indubbiamente passare circa il 75% dell’anno (tempo stimato, anche con qualche eccesso) lontano da casa, in viaggio per lavoro, con impegni e stress, è una sfida non banale. Che finisce poi per tratteggiare la linea di separazione tra grandi campioni e chi si ferma allo scalino appena sotto. Nel tennis di oggi ormai va così, specie a chi punta di vincere tanto, e anche di fretta. Basti pensare che in soli 43 giorni si consumeranno due Masters 1000 (Canada e Cincinnati) e lo US Open.
Per quanto possa infatti essere vero che Lendl, McEnroe, Becker e tanti altri campioni degli anni ’80 e ’90 giocassero più partite (sempre almeno 85 all’anno), l’impegno è aumentato. Si gioca a ritmi più serrati e si arriva a disputare tornei davvero in tutto il mondo. Senza soluzione di continuità, il che obbliga anche a scelte drastiche, come rinunciare a dei Masters 1000, per tutelare la propria salute. E poter giocare con maggiore serenità, al meglio delle proprie condizioni.
In fondo l’obiettivo, soprattutto per un giocatore continuo e vincente come Sinner, deve essere allungare la propria carriera il più possibile. Vincere tanto e consolidare un certo tipo di eredità negli anni. Senza forzare per provare a vincere tutto e subito rischiando di sorbire l’effetto contrario. Così da poter trascorre, tra vacanze e relax, più di un centinaio di giorni a casa durante la stagione.
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