Il titolo ufficiale della sfilata di Sinéad O’Dwyer al Victoria and Albert Musem era Fashion in Motion, ma quello ufficioso - perché lo si è letto su tutta la stampa britannica - potrebbe essere sicuramente inclusivity first. Quella che è andata in scena nelle storiche gallerie del V&A, con modelle e performer di diverse forme, taglie e abilità è stata infatti una potente occasione per esaminare una scomoda verità sull'industria della moda contemporanea: l'enorme e incolmabile divario tra rappresentazione in passerella, produzione industriale e accessibilità commerciale.
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La prima particolarità dell'evento era l'apertura al pubblico: l'ingresso era consentito a chi acquistava un biglietto per sole cinque sterline fino a esaurimento dei posti. Sinéad O'Dwyer ha spiegato al Guardian che questo approccio "In termini di filosofia del marchio, è molto più corretto rispetto al sistema della moda di lusso, che in realtà non vuole davvero tutti". La stilista è infatti impegnata attivamente verso un cambiamento del modo di vedere la diversità corporea nella moda, che invece negli ultimi anni sta andando incontro a una battuta d'arresto: è stato già rilevato che nelle collezioni e sfilate autunno/inverno 2026 c'è stato un ritorno nel 97,6% delle modelle "taglia standard", ovvero le famigerate 36-38.
Tutto ruota intorno al concetto di taglie campione, che determinano chi sfila in passerella. Se la stragrande maggioranza delle sfilate di moda presenta corpi asciutti fino all'eccesso è perché, tradizionalmente, i marchi di alta gamma e di lusso creano le loro collezioni da passerella utilizzando un'unica taglia rigorosamente piccola che si aggira intorno alla 38, al massimo 40. Questo succede a causa di una scorciatoia logistica e finanziaria. La creazione di modelli con strutture, gradazione e prototipi di misure diverse richiederebbe ingenti investimenti finanziari, e di tempo. Di conseguenza, i direttori del casting per le sfilate non cercano modelle che indossino i vestiti, ma che si adattino ai campioni pre-confezionati. Chiunque non rientri in queste dimensioni viene sistematicamente escluso.
All'inizio degli anni 2020 sembrava che il settore della Moda stesse andando incontro a un atteggiamento diverso, nei confronti della diversità fisica. Come già acccennato, però, i dati evidenziano un passo indietro, con la rappresentazione in passerella di corpi plus-size e mid-size drasticamente ridotta. Ecco che invece O'Dwyer investe la buona volontà di progettare i suoi campioni per una taglia 18 Uk, circa una 50 italiana. Risultato della performance: una dimostrazione shock di quanto l'industria della moda mainstream si stia allontanata dal sentiero tracciato anni fa, e dal mondo reale, quello delle donne che non sono fatte con lo stampino.
Il fenomeno più seccante si manifesta però dopo la sfilata. Sono molti i marchi di lusso e di fascia media che presentano una modella plus-size in passerella, o nelle foto delle newsletter di fashion news, per ottenere lodi facili e visibilità sui social media e indorare la propria immagine di valori progressisti. Quello che poi arriva nei negozi è un pochino diverso. Raramente quell'intento rivoluzionario si traduce in capi disponibili in commercio, generalmente prodotti e ridimensionati per la vendita al dettaglio di massa entro i limiti convenzionali che vanno dalla XS alla L, mentre le opzioni plus-size o extra large vengono omesse, o relegate a capsule collection separate, spesso di gusto limitato e in vendita solo online.
Inutile negarlo: ad aver aggravare questa situazione ha contribuito molto anche il boom dei farmaci dimagranti a base di GLP-1, ossia l'Ozempic e tutti suoi simili. Mentre l'élite globale e le star di Hollywood ricorrono al dimagrimento rapido medicalizzato, il mercato del lusso è andato inevitabilmente verso un'insidiosa inversione culturale che loda di nuovo l'iper-magrezza, mettendo a repentaglio la già precaria presenza del plus-size nella vendita al dettaglio, che le consumatrici hanno faticosamente conquistato. Per questo l'evento del V&A è una potente dichiarazione politica in uno spazio pubblico, che ha offerto biglietti al pubblico a un prezzo simbolico rendendo reale anche un altro miraggio: l'accessibilità culturale che trionfa sull'accessibilità economica.
Nonostante tutto, certo, acquistare un capo d'abbigliamento da una stilista indipendente, etica e inclusiva come O'Dwyer rimane un lusso limitato dai prezzi elevati. Ma nel suo caso il ricavo è però minore rispetto al capo firmato standard a causa delle spese concrete che l'impresa comporta, come il taglio di modelli speciali e la realizzazione manuale che necessità di più manodopera. Comunque, l'iniziativa di Sinéad O'Dwyer al Victoria and Albert Museum ha dimostrato che la moda può essere anche uno strumento di emancipazione e accettazione radicale, e a renderci più consapevoli che vedere un corpo diverso su una passerella non equivale sempre a un riscontro nel negozio. Come risolvere il problema? È necessario cambiare l'impostazione delle strutture produttive. Altrimenti, la vera inclusività delle taglie rimarrà una performance isolata come questa, invece che una consuetudine del settore.
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