La reunion dei Csi, concerto tra memoria e nuove emozioni

2026/09/01

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VILLAFRANCA DI VERONA – E’ pura memoria oppure è la necessità di una nuova emozione ciò che motiva e sostiene la reunion dei Csi che in questi giorni sta catalizzando l’attenzione del mondo musicale italiano? La risposta, se c’è, non può che essere personale, anche dopo aver visto l’altra sera la formazione più provocatoria e geniale del rock italiano degli ultimi trentanni tornare sui palchi. Lo scenario del concerto di Villafranca di Verona, per la seconda tappa di questo tour iniziato a Montesole nei luoghi dell’eccidio di Marzabotto, è imponente: oltre settemila spettatori stipati nel cortile interno del castello medievale. Mura e torrette tutto intorno, mentre all’interno dominano energia, pubblico tendente al ‘maturo’ e sprazzi di coscienza collettiva. La serata dei Csi (ricordiamolo: il Consorzio Suonatori Indipendenti nasce nel 1992 sulle ceneri dei Cccp e sostanzialmente si dissolve nel 2002 dopo tre album epocali) parte apocalittica, a luci quasi spente: una versione rarefatta e futuribile di Noi non ci saremo come dovuto omaggio a Francesco Guccini.

IL GUSTO DEL PALCO

Poi si entra nel vivo: Occidente, Del mondo, A Tratti ed Inquieto (“Memorie e passi d’altri/ Ch’io calpesto/ Su stanchezze di secoli/ In alterna cadenza”) e già dopo una decina di minuti si comprende il motivo di questo ritornare sotto i riflettori per Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo, Giorgio Canali, Francesco Magnelli, Ginevra di Marco con Simone Filippi alla batteria. Sicuramente c’è per questi musicisti (dalle storie diversissime, ma sempre intrecciate) la voglia di ritrovare il gusto del palco ed il contatto con un pubblico che non è solo “affezionato”, ma che si riconosce e si immedesima nel lucido e impietoso sguardo che questa band ha rivolto al mondo ed al suo disfacimento. Con Cupe vampe la necessità rovente di riprendere un vecchio discorso sull’Occidente si fa contemporanea, quando il racconto della guerra dei Balcani (“Ci fotte la guerra che armi non ha/ ci fotte la pace che ammazza qua e là/ci fottono i preti i pope i mullah/ l’Onu, la Nato, la civiltà”) diviene occasione di un tratteggio sanguinoso del nostro presente, dove le distruzioni di Sarajevo si trasformano nelle macerie di Kiev e di Gaza, sempre nell’ipocrita indifferenza delle culture di governo.

Ma nei testi dei Csi (quasi tutti di Ferretti) e nelle forme musicali, che alternano “quiete” e “aggressione”, sono due i momenti indimenticabili offerti da una serata intensa e trascinante: Forma e sostanza e Montesole. Il primo è un muro di suono impenetrabile che eleva un ode alla libertà ultima ed alle sue ambiguità (“Conosco le abitudini, so i prezzi/ E non voglio comperare né essere comprato/ Attratto fortemente attratto/ Civilizzato sì civilizzato”), mentre il secondo brano arriva nei bis ed è un momento acustico senza pari. Canzone dedicata alla strage di Marzabotto (ed inserita nel primo disco dei Pgr), è forse uno dei momenti inarrivabili della poetica di Ferretti, che in versione di assoluta purezza insieme a Ginevra de Marco intona: “Canto la vita che, quando è il suo tempo, sa morire e muore/ canto la vita che piange sa attraversare il dolore/ canto la vita che ride, felice/ di un giorno di nebbia, di sole, se cade la neve/ canto la sorpresa nei gesti dell’amore/ canto chi mi ha preceduto, chi nascerà, chi è qui con me/ sono in questo spazio essenziale, un valore aggiunto/ L’amore non cantarlo, che si canta da sé/ più lo si invoca meno ce n’è”.

Nelle due ore di musica potente si registrano le sfaccettature dei singoli: l’autentica rotaia del treno Csi in corsa è Maroccolo, personalità unica e indistruttibile al basso, Magnelli lega tutto da maestro, Canali imperversa con le sue “chitarre disturbate” tagliando l’aria come se dovesse farla sanguinare, mentre Zamboni – il più easy – mette suoni di sei corde negli anfratti di ogni melodia. Le voci di Giovanni Lindo e Ginevra sono al centro del discorso: declamanti, urlanti, modulanti, affini e reciproche, come in un dialogo che deve per forza compiersi, con le batterie di Filippi spesso a sottolinarne “i vuoti ed i pieni”. Dopo circa due ore di gran concerto, ecco il finale adrenalinico con Matrilineare e M’importa ‘na sega (dal repertorio Cccp), con iniezione di ritmi veloci, chitarre trascinanti e sgranchimento totale di cuori, ugole e gambe nel pubblico del castello.

Si diceva: tutto questo ha un senso come memoria e nostalgia, oppure ha un’emozione nuova da comunicare e con cui contagiare? Concludendo il concerto – che ha anche proposto una versione aspra ed abrasiva di E ti vengo a cercare di Franco Battiato, già un classico del loro repertorio fin dal disco Linea Gotica – Giovanni Lindo Ferretti ha detto “abbiamo pensato che anche dopo trent’anni queste canzoni fanno la loro porca figura”. Corretto. Canzoni che muovono e smuovono, canzoni che oggi come negli anni ‘90 provocano l’ascoltatore a stare da una parte: quella del non ovvio, della libertà non condizionata, della ricerca umana intensa e irriducibile. Un ascoltatore che viene invitato a riscoprire quel legame, autentico, insostituibile con le radici mai compromesse o svendute della propria umanità e della propria storia. Come declamato in Fuochi nella notte: “La saggezza è impazzita/ Non sa l’intelligenza/ La ragione è nel torto/ Conscia l’ingenuità/ ma non tacciono i canti e si muove la danza/ Tu quietami i pensieri e il canto/ in questa veglia pacificami il cuore/Così vanno le cose, così devono andare/Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è”. In fin dei conti questo è necessario: esserci, nel proprio presente. E con la propria storia. Così si rifugge, sembrano dire i Csi, sia dalla celebrazione nostalgica che dal presente senza radici. Solo così saremo sempre viandanti sui confini della vita.

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