La memoria corta dell’Europa. Il punto di Corrado Formigli

2026/09/10

Categories: lifestyle

Serve poco per comprendere perché un boia come il generale serbo Ratko Mladić, morto in carcere a L’Aja dove era imprigionato per il genocidio di Srebrenica, abbia ricevuto il tributo dei funerali di Stato a Belgrado, del governo del Presidente Vučić e della curva degli ultras della locale squadra di calcio. Basta rinfrescarsi la memoria leggendo un bel libro, Maschere per un massacro di Paolo Rumiz. Tra l’11 e il 15 luglio 1992 oltre 8mila musulmani bosniaci inermi vengono trucidati e gettati nelle fosse comuni dai serbo-bosniaci. Il loro capo politico, presidente della Repubblica serba di Bosnia, è uno psichiatra sanguinario, Radovan Karadžić. Quello militare, appunto, Mladić. L’orrore si consuma nelle gole strette e piovose della Bosnia, il disegno etno-nazionalista è però guidato da Belgrado, dove comanda Slobodan Milošević.

La popolazione musulmana di Srebrenica, minacciata dalle truppe serbo-bosniache, è protetta dai caschi blu olandesi dell’Onu. Ma quando questi – ricorda Rumiz – alle prime avvisaglie dell’attacco chiedono al loro comando generale di intervenire con gli aerei da guerra per proteggere la città, il comandante generale francese dell’Unprofor, generale Bernard Janvier, secondo la stampa replica così: “Signori, ma non avete ancora capito che qualcuno deve togliermi dai piedi queste enclave”? Così, Mladić si sente autorizzato a entrare a Srebrenica e il genocidio si compie, nel silenzio dell’Europa. La guerra di Bosnia si concluderà nel 1995 col Trattato di Dayton. Che sancì la spartizione su base etnica del piccolo stato balcanico, uccidendo l’esperienza secolare, multietnica e multiconfessionale di Sarajevo. Stati etnici in Bosnia, in Croazia, in Serbia. Nazionalismi risorgenti, croci contro minareti.

La vergogna di Srebrenica venne dunque coperta da un nuovo status quo, da linee di demarcazione fondate sul sangue. Oggi è ancora così. A Belgrado, dove Mladić è l’eroe dell’etno-nazionalismo serbo tanto caro all’attuale presidente Vučić. A Budapest, dove l’ombra di Orban è ancora opprimente. In Sassonia Anhalt, dove Afd vince proponendo la cittadinanza basata sul cromosoma tedesco e le classi differenziate per disabili e immigrati. E a Roma, dove Vannacci mischia fascismo e remigrazionismo senza trovare, purtroppo, un uniforme, compatto argine repubblicano. Post scriptum: Mladić e Milošević sono morti in carcere all’Aja, dove si trova ancora Karadžić. Tutti condannati dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia. In base a quel diritto penale internazionale che oggi Stati Uniti, Israele e Russia deridono, delegittimano e minacciano. Nel silenzio imbelle dell’Europa.

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