“Il malato d’Europa”: un tempo era l’Italia, poi il testimone passò alla Germania, e ora passa alla Francia. “Les Bleus” erano e sono ai vertici del calcio mondiale, ma la svettante linea blu nel grafico rappresenta una sconfitta, non una vittoria. Il divario fra i rendimenti degli Oat (Obligations Assimilables du Trésor) – i titoli pubblici francesi a 10 anni – e i Bund è schizzato verso l’alto, e ha superato lo spread BTp/Bund. Il Trésor francese deve pagare di più del Tesoro italiano per convincere gli investitori a prestare soldi alla Francia: una fattezza, questa, che non si era mai data da quando è stata creata l’Eurozona.
Bisogna tornare alla famosa “crisi dei debiti sovrani” del 2011-2012 per trovare uno spread Oat/Bund più alto di quello attuale. Allora, tutti i Paesi dell’Eurozona furono coinvolti, chi più (Italia, Francia, Spagna, Portogallo… il “Club Mediterranée”, qualcuno disse, destando le vibrate proteste del ministro delle Finanze portoghese che precisò come il Portogallo non avesse neanche un metro di costa nel Mediterraneo) e chi meno (Germania e altri Paesi “virtuosi”, che beneficiarono della corsa ai titoli “sicuri”).
E adesso? C’è il rischio che si inneschi un’altra crisi da debiti sovrani? Il rischio c’è, anche se è certamente meno grave di allora, quando la dissoluzione dell’euro era un’ipotesi sul tavolo, e ci volle il «whatever it takes» di Mario Draghi per tamponare la crisi.
IL PROBLEMA
Il problema, naturalmente, è che la Francia è “too big to fail”, ma è anche vero che è difficile capire come andranno le cose da qui alle elezioni presidenziali del prossimo aprile. Ai due estremi – destra e sinistra – c’è da una parte Marine Le Pen e dall’altra Jean-Luc Mélenchon.
Nessuno dei due sembra disposto a ridurre il deficit di bilancio, che è il più alto dell’Eurozona dopo il Belgio. Né l’opinione pubblica è disposta a fermare la deriva della finanza pubblica francese – la Francia ha visto scioperi e manifestazioni, il mese passato, contro una timida politica di austerità voluta dal presidente Macron.
Marine Le Pen vuole addirittura remare in senso contrario, e promette di ridurre l’età pensionabile a 62 anni (ricordiamo che in Italia siamo – responsabilmente e giustamente – a 67 anni, e l’anno prossimo aumenterà ancora, dato che è legata – come razionalmente dovrebbe essere – a una crescente speranza di vita).
LE PROMESSE
E Mélenchon? Qui siamo al di là del bene e del male: l’esponente della “France Insoumise” contempla allegramente la possibilità di tagliare unilateralmente quello scomodo debito pubblico. Se Parigi piange, l’Italia non ride. Quando il secondo Paese dell’Eurozona è in crisi, gli investitori che, come è noto, hanno cuore di coniglio e zampe di lepre, fanno d’ogni erba un fascio, e penalizzano anche i Paesi contermini, specie quando i tassi di interesse crescono e pongono problemi ai Paesi ad alto debito. L’Italia non meriterebbe di essere penalizzata – vedi Il Messaggero del 27 settembre sui dati più che lusinghieri relativi alla sostenibilità del debito pubblico italiano, ma tant’è.
LA TENDENZA
Marine Le Pen è largamente al primo posto nei sondaggi relative alle elezioni del 2027: il primo turno, il 18 aprile, deciderà i candidati ai primi due posti, e il secondo turno vedrà il ballottaggio fra i due.
Le Pen – che, detto fra parentesi, dovrebbe fare la campagna elettorale con un braccialetto elettronico, come da sentenza in giudicato – ha dalla sua parte un terzo degli elettori. Al secondo posto, molto distanti, ci sono i candidati dell’estrema sinistra (Mélenchon) e un ex Primo ministro centrista, Édouard Philippe.
Se il ballottaggio fosse fra Le Pen e Mélenchon, Le Pen (male minore) vincerebbe certamente. Se fosse fra Le Pen e Philippe, ci sarebbe una buona possibilità di evitare una presidenza di Marine Le Pen. Non c’è che da aspettare, ma i mercati non sono molto bravi ad aspettare.
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