La crisi climatica e quella politica vanno di pari passo

2026/09/13

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Cinque anni sono sufficienti per registrare cambiamenti epocali. Cinque anni sono sufficienti per guardare a un passato seppure recente come a un universo del tutto diverso da quello in cui viviamo oggi, e al quale non torneremo mai più. La rapidità di simili cambiamenti ci pone davanti a una domanda più inquietante: dove saremo?

Durante il tempo che è servito per la stesura di questo libro, il sito di osservazione americano di Mauna Loa, alle Hawaii, ha reso noto che la concentrazione di CO2 nell’atmosfera ha superato prima il livello di 400, poi di 410 ppm. Simili dati dimostrano che, anche rispetto alla scala di un’attività così microscopica come la redazione di un libro di filosofia, la realtà ecologica sta silenziosamente cambiando in proporzioni enormi. Basti pensare che quel valore è rimasto al di sotto dei 300 ppm per tutta la storia preindustriale dell’umanità e che l’autore di queste righe è nato a 340 ppm. Uno studio tedesco dalla grande risonanza mediatica ha anche dimostrato che la biomassa degli insetti volanti si è ridotta del 76 per cento in 27 anni: nonostante le misure di protezione e la creazione di aree naturali, in pochi decenni sono scomparsi tre quarti degli insetti.

E questo è solo un indizio in mezzo a una vasta serie di ricerche sul degrado del suolo, delle acque, delle funzioni di impollinazione e di mantenimento degli ecosistemi che mostrano come la trasformazione della Terra stia ora avvenendo a un ritmo commisurabile alla durata di una vita, e persino di un semplice progetto di scrittura. Durante lo stesso periodo di cinque anni, il panorama politico mondiale ha subìto trasformazioni altrettanto sconcertanti.

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Le contestazioni sociali

L’ascesa al potere di Donald Trump negli Stati Uniti nel 2017, di Jair Bolsonaro in Brasile nel 2019, ma anche la vittoria dei sostenitori della Brexit nel giugno del 2016 sono gli elementi più evidenti di una serie di eventi spesso interpretati come una disgregazione dell’ordine liberale. Un po’ ovunque nel mondo, una tendenza al ritorno alle frontiere e al conservatorismo sociale sta creando un’alleanza tra alcuni perdenti del globalismo alla disperata ricerca di nuovi protettori e alcune élite economiche determinate a trascinare i popoli nel gioco della rivalità tra nazioni per preservare l’accumulo di capitale.

Eppure, gli accordi di Parigi, firmati con grande entusiasmo nel dicembre 2015, lasciavano intravedere l’emergere di un nuovo tipo di diplomazia, preposta a far entrare il concerto delle nazioni nell’era climatica. Nonostante le debolezze intrinseche di quell’accordo, è proprio questa articolazione tra cooperazione diplomatica e politica climatica a essere stata attaccata dai nuovi padroni del caos: fondare un ordine mondiale sulla limitazione dell’economia è per loro fuori discussione.

Nello stesso periodo, ancora, abbiamo assistito alla moltiplicazione dei fronti di contestazione sociale che mettono in discussione lo stato del pianeta. Le ultime correzioni apportate a questo libro sono state fatte al ritmo delle mobilitazioni dei “Gilet jaunes” in Francia, che, non dimentichiamolo, sono state scatenate da una proposta di tassazione dei carburanti.

L’invenzione di un nuovo rapporto con il territorio nella Zad (Zone à défendre) di Notre-Dame-des-Landes, così come il conflitto tra gli abitanti della riserva indiana di Standing Rock e il progetto di oleodotto nel Dakota, è iniziata nel momento in cui ho cominciato, nei miei seminari, a discutere alcuni legami tra la storia del pensiero politico moderno e la questione delle risorse, dell’habitat e, più in generale, delle condizioni materiali di esistenza. L’attualità, insomma, conferma e alimenta incessantemente l’idea di un riorientamento dei conflitti sociali in relazione alle forme di sussistenza umana.

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Dove saremo

Ma accanto a tutto questo, accanto alle marce per il clima, ai discorsi di Greta Thunberg e alle operazioni di disobbedienza portate avanti da Extinction Rebellion a Londra, c’erano anche Haiti, Porto Rico, Houston: l’intensificarsi degli uragani tropicali e il fallimento delle risposte governative hanno reso la vulnerabilità climatica rivelatrice di disuguaglianze sociali sempre più politicizzate. La distribuzione della ricchezza, dei rischi e delle misure di protezione ci obbliga a comprendere insieme, in un gesto solo, il destino delle cose, dei popoli, delle leggi e delle macchine che li assemblano.

Cinque anni sono quindi sufficienti per registrare cambiamenti epocali. Cinque anni sono sufficienti per guardare a un passato seppure recente come a un universo del tutto diverso da quello in cui viviamo oggi, e al quale non torneremo mai più. La rapidità di simili cambiamenti ci pone davanti a una domanda più inquietante: dove saremo?

Il dovere di non rassegnarsi all’Apocalisse

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Il testo è un estratto di Abbondanza e libertà in libreria dall’8 di settembre per i Campi del Sapere di Feltrinelli.

Il filosofo francese Pierre Charbonnier sarà in Italia a Milano in Fondazione Feltrinelli per un incontro lunedì 14 settembre e a Carpi il 18 settembre.

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