La città dei vivi è proprio il film che gli americani non farebbero mai

2026/09/08

Categories: lifestyle

Se volete farvi un'idea del tipo di film che agli americani non verrebbe mai in mente di fare, allora guardate La città dei vivi di Edoardo Gabbriellini. Il titolo cita quello di un libro di successo, un libro-inchiesta su un caso di cronaca molto famoso, e realizza un adattamento che non è, veramente, un adattamento. L'assassinio di Luca Varani per mano di Manuel Foffo e Marco Prato ha generato la solita, morbosa, curiosità dei casi di cronaca grossi, per l'apparente inspiegabilità del movente: sembra che i due abbiano ucciso mossi dall'unico scopo di uccidere. I telegiornali, e il libro di Lagioia, hanno scavato nella natura del rapporto tra i due assassini, hanno provato a mettere a fuoco lo stile di vita e l'orientamento sessuale di Marco Prato e Manuel Foffo. Quella è la parte interessante, più dello stile di vita di Varani e del dolore della sua fidanzata e dei suoi genitori adottivi. Gli americani non avrebbero mai fatto un film su questo, e anche Lagioia ha scritto un libro soprattutto, ma non completamente, sui colpevoli. Gabbriellini invece fa qualcosa di complementare: un film centrato su Varani, sulla sua vita di tutti i giorni, sul rapporto con i suoi genitori adottivi e sul rapporto con la sua fidanzata. Ecco perché La città dei vivi non è, in un certo senso, il film più interessante, ma quello più giusto: lascia programmaticamente fuori campo la violenza della cronaca per fare spazio a uno spaccato di periferia, suggerendo che in un certo senso sia stata proprio quella violenza, meno visibile e notiziabile, a condannare Varani. Al momento dell'adozione (proprio la scena che apre il film) sul piccolo Luca piomba una specie di destino non trascendentale, dettato da evidenti cause economiche e sociali che il film è capace di descrivere.

La città dei vivi è stato presentato in concorso nella sezione Orizzonti all'ottantatreesima Mostra del Cinema di Venezia del 2026. Nel cast ci sono Emanuele Maria Di Stefano, Gaia Merlonghi, Simona Senzacqua, Roberta Mattei e Valerio Mastandrea.

la città dei vivi mastandrea emanuele maria di stefanopinterest

Courtesy Lucia Iuorio

Il libro di Lagioia, che si apre con la scena di un topo morto incastrato nel controsoffitto della biglietteria del Colosseo, contiene una narrazione di Roma in voga soprattutto negli anni in cui è stato scritto, gli stessi in cui il quotidiano Il Foglio proponeva provocatoriamente di spostare la Capitale a Milano. Leggendo Lagioia si aveva l'impressione che il delitto, in fondo ancora inspiegabile, fosse un prodotto della decadenza, della follia e della disfunzionalità di una città spezzata in due mondi, quello dei ricchi e quello dei poveri, che però potevano incontrarsi. Nel film di Gabbriellini la Roma dei ricchi compare poco, e la stazione Termini compare circa a metà film, protagonista è quasi sempre la periferia. Della periferia si racconta il disagio giovanile (le giornate a perdere tempo sui muretti, l'idea di essere come bicchieri fatti per rompersi – cit. dal film) ma soprattutto Gabbriellini costruisce un'estetica della periferia romana, riconoscibile, almeno per chi ha vissuto a Roma, quanto i luoghi da cartolina del centro: l'erba che cresce tra le crepe dei marciapiedi, le pozzanghere, le panchine, la monnezza, i palazzoni e il loro contrario, quegli spazi che sembrano campagna e invece sono solo uno strano segmento tra due pezzi di Roma, i ristoranti e le pizzerie di La Storta, Valle Aurelia e Pietralata, che sono diversi e servono cibo diverso, anche quando uguale, da quelli di Prati, San Giovanni e Monti.

La città dei vivi, c'è un buon motivo per vederlo

La storia di La città dei vivi (il film) continua dopo la scena dell'omicidio, registicamente sorprendente proprio per quella cifra squallida e terrestre che investe anche il momento clou. Proseguendo oltre le pagine del libro, il film diventa il racconto di un trauma e del faticoso tentativo di ricominciare a vivere attraverso la solidarietà tra sopravvissuti. Poteva essere un film sugli assassini, poteva muovere le leve di una serie TV come Dahmer, poteva essere il tentativo di fare Dahmer in Italia, invece è il cinema europeo che bene o male si è sempre fatto. Gabbriellini dirotta le aspettative del titolo sul dovere morale di parlare degli ultimi con solo (o quasi) scelte anti-spettacolari, con un rigore che a volte ha il difetto, ma in realtà il dovere, della freddezza, una schiena così dritta che quasi quasi si spezza. Per questo ci piace e ve lo consigliamo.

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Guardo film e gioco a videogiochi, da un certo punto della vita in poi ho iniziato anche a scriverne. Mi affascinano gli angolini sperduti di internet, la grafica dei primi videogiochi in 3D e le immagini che ricadono sotto l’ombrello per nulla definito della dicitura aesthetic, rispetto alle quali porto avanti un’attività di catalogazione compulsiva che ha come punto d’arrivo alcuni profili Instagram. La serie TV con l’estetica migliore (e quella migliore in assoluto) è comunque X-Files, che non ho mai finito per non concepire il pensiero “non esistono altre puntate di X-Files da vedere per il resto della mia vita”. Stessa cosa con Evangelion (il manga).  

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