La cerimonia della Fiera del Levante: dai papiri di Moro ai cinque minuti di Mazzi, come è cambiata la Puglia (e cosa siamo diventati)

2026/09/20

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Che anni, “quegli” anni. Che anni, quando in Fiera del Levante si faceva la storia e tutto profumava di visioni e missioni, di scenari economici e trame politiche, di meridionalismo e sane polemiche, di merendine calde e film eccezionalmente al mattino in tv. Tutto insieme: vocazione strategico-programmatica, palco dei big politici e festa di popolo. Ricordi sbiaditi: senza accorgercene, ci ritroviamo oggi con cinque, miseri minuti dedicati da un ministro del Turismo a quella che fino a non troppo tempo fa era l’occasione per interrogarsi sui destini del Mezzogiorno. Una metamorfosi che racconta cosa siamo diventati, e forse cos’è la Puglia.

Ma quando è calato definitivamente il sipario su “quegli” anni? E chi lo sa, la desacralizzazione della cerimonia inaugurale della Fiera e lo “svuotamento di senso” della Campionaria sono stati in fondo progressivi, un pezzo alla volta. E forse quel declino non lo abbiamo nemmeno visto arrivare, nonostante gli sforzi dei vertici fieristici, contrassegnati anche dalla spinta – tra gli ostacoli – a rilanciare e innovare la kermesse. Vuoi il tempo lungo e largo della globalizzazione, che tutto depotenzia e sbatte ai margini, e vuoi pure la vocazione ipercinetica dei leader politici che rimbalzano di continuo tra tv e social evitando accuratamente i luoghi più solenni del confronto, ma ecco: è andata così.

La riflessione su cos'era e cosa (non) è diventata la cerimonia inaugurale della Fiera è ancora più pressante quest'anno. Giorgia Meloni, dopo aver celebrato proprio a Bari il record di “governo più longevo di sempre”, s'intesta ora un altro primato: in quattro anni non ha mai tagliato il nastro della Fiera, e perciò – va da sé – niente discorsi programmatici, strette di mano e photo opportunity con le istituzioni pugliesi e la classe imprenditoriale regionale. Peraltro, quest'anno in missione-lampo è stato inviato Gianmarco Mazzi, ministro del Turismo, anche lui uomo dei record: un'ora e mezza di permanenza totale, cerimonia col fiatone, appena cinque minuti di discorso appuntato su un fogliettino. Mai nessuno s’era spinto fino a tanto, e suonano così lontani i densi papiri dei presidenti del Consiglio o anche solo di altri, recenti ministri. La mutazione è compiuta: da granitica liturgia da Prima e Seconda Repubblica, la cerimonia diventa impiccio da liquidare nel minor tempo possibile. Si dirà, in generale: la colpa non è di nessuno, e perciò è equamente distribuita su tutti. La china discendente intrapresa dall’inaugurazione della Fiera resta lo specchio inevitabile di questa politica e di questi tempi così caotici, distratti, compressi. Ma è pure il pericoloso riflesso di qualcos'altro, probabilmente di ciò che oggi la Puglia dice di sé, dell'immagina proiettata all'esterno, del “percepito” a Roma: una terra principalmente di turismo, il borgo-cartolina intrappolato in un paio di stereotipi, luminarie e panzerotto, pizzica e mare. Il tutto da derubricare in cinque minuti, e tanti saluti a sfaccettature e complessità, a manifatturiero e filiere innovative, ad agroalimentare e meccatronica, ma pure ai problemi, ai tanti problemi, dal rebus Ilva al rischio de-industrializzazione, fino al gap infrastrutturale. Un territorio assetato di domande, risposte e crescita condannato a essere il maxi-residence estivo di un intero Paese: al catalogo dei responsabili forse sono (siamo) tutti iscritti.

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Segnali, messaggi: una volta, e nemmeno troppo tempo fa, sul “dopo Fiera” c'era da discutere e scrivere per giorni. In “quegli” anni la cerimonia inaugurale emanava un senso di centralità e sacralità istituzionale, come se tutto, ma davvero tutto, passasse da quel palco: il fischio d'inizio dell'autunno caldo, il primo filtro delle sfide istituzionali invernali, e nei discorsi dei premier c'erano linee guida, direzioni, anticipazioni della Legge di Bilancio. Senza trascurare le parole di governatori e sindaci di Bari – perlopiù Nichi Vendola e Michele Emiliano – che mitragliavano rivendicazioni, stoccate, accuse. Luogo di tutti, anche, e memoria collettiva: la Fiera “levantina”, con gli imprenditori e i commercianti radunati per stringere affari, captare le novità e mettersi in vetrina; e poi la Fiera promessa romantica per le famiglie, tra le merendine fragranti dell'Aida e il matinée cinematografico, prima sul “canale nazionale” e quindi su RaiTre, rigorosamente «solo per la Puglia».

Cronache di molte vite fa. Ma quali sono “quegli” anni? Si dice che il primo presidente del Consiglio a rompere il rituale sia stato Silvio Berlusconi: disertò tra il 2009 e il 2011, per partecipare ai funerali di Mike Bongiorno o per risparmiarsi la scivolosa trasferta nella Bari di Giampaolo Tarantini e Patrizia D'Addario. L'allora premier delegò il giovane ministro Raffaele Fitto, già impegnato a incrociare accordi e disaccordi con Vendola sui fondi europei, e insomma contenuti e spunti certo non mancavano. In generale, i vicepremier e ministri hanno portato sempre in dote qualcosa, un “titolo” (giornalisticamente, s’intende) e non poco lavoro per “l’ufficio facce”, con radiografie accurate di sguardi, smorfie, sorrisi. Per cogliere quanto fosse dirompente e rumorosa l’assenza di un presidente del Consiglio in Fiera, basta sfogliare le raccolte dei quotidiani dell’epoca: pensosi editoriali e accigliate analisi sul forfait di Berlusconi, oppure fiumi di inchiostro sulla fuga last minute di Matteo Renzi negli Stati Uniti (era il 2015) per assistere alla pugliesissima finale degli Us Open tra la vincente Flavia Pennetta e Roberta Vinci.

Ma in Fiera, a prescindere dagli interlocutori, si discettava abbondantemente di Mezzogiorno, declinato in vario modo. L’esempio più abbagliante fu Aldo Moro, che tra gli anni ‘60 e ‘70 inaugurò diverse edizioni della Fiera. I discorsi dello statista democristiano, fogli su fogli manoscritti, sono lezioni immortali di meridionalismo e politologia: il riscatto del Sud e la valorizzazione delle sue risorse, la visione unitaria dello sviluppo, la democrazia come metodo. C’è persino un libro che raccoglie quelle preziose parole. Le querelle sui fondi per il Sud sono state invece un filo conduttore altamente infiammabile negli anni 2000: il culmine nel 2016, quando Renzi e il governatore Emiliano firmarono in Fiera il Patto Puglia da 2 miliardi dopo un estenuante tira-e-molla, e infatti furono occhiatacce e gelo. Appunti sparsi: la cerimonia eccezionalmente al Petruzzelli nel 2012 con Mario Monti; o il 2022 senza rappresentanti di governo perché c’erano appena state le elezioni politiche, Mario Draghi non osò invadere il campo e Meloni non s’era ancora insediata.

Vero: nel passato si sta bene, è una zona di comfort nella quale sarebbe il caso di non auto-recludersi, però a tutto c’è un limite. Non ci aspettiamo Moro, nemmeno Monti e Draghi, ma, insomma, qualcosa in più di cinque minuti sì. Cosa resta della cerimonia di ieri? Giusto il discorso di Antonio Decaro, che ha ingaggiato qualche timida battaglia senza controparte. Non abbiamo più nemmeno la consolazione di merendine e film in tivvù. In compenso, ci restano i panzerotti instagrammabili e i borghi-set per le foto: la questione meridionale ridotta a un post e a pochi minuti d’attenzione.  

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