Giorgia Meloni ha mentito sul divieto social per i minori. Il 20 settembre dal palco di Fenix, la festa dei giovani di Fratelli d’Italia, la premier si è smarcata dalle accuse sull’ostracismo del governo: nessun ostacolo da Chigi al disegno di legge n. 1136 sulla tutela dei giovani online. Ma le opposizioni al completo confermano: il governo non ha pubblicato i pareri ministeriali, bloccando il percorso per l’approvazione in Parlamento. Lo sostengono Marianna Madia (Italia Viva), Barbara Floridia (M5s) e Simona Malpezzi (Pd).
Meloni: “Il governo non ha bloccato il divieto social”. Madia: “Una palese bugia, mancano i pareri”
La premier è intervenuta sull’onda del nuovo, atroce caso di cronaca: la prof accoltellata da uno studente di 13 anni a Roma, in diretta streaming su Telegram, con lo smartphone fissato su un casco e un conto alla rovescia pubblicato su TikTok da oltre 70 mila “mi piace”. “Non è vero, come sento dire alcuni esponenti della sinistra, che noi abbiamo bloccato la proposta bipartisan sulla moratoria all’uso dei social per i più piccoli, tutt’altro. Noi abbiamo evitato di intervenire con iniziative di governo proprio perché ne stava discutendo il Parlamento”, ha dichiarato Meloni durante l’evento di partito. “Una palese bugia”, ha risposto subito Marianna Madia, deputata di Iv-Casa Riformista e prima firmataria del disegno di legge per il ban ai minori depositato in Senato. Secondo Madia, un’indizio della subalternità del governo Meloni allo strapotere di Big Tech alleata di Donald Trump. Una tesi sostenuta anche dalla pentastellata Barbara Floridia.
Malpezzi (Pd): “Per Chigi la tutela dei minori online non è una priorità, altrimenti si può approvare domani”
Vediamo i fatti. Il ddl stazione nell’ottava commissione permanente del Senato, senza sostanziali progressi, dall’ottobre 2025. Undici mesi in freezer. E’ sostenuto da tutti i partiti, anche da Fratelli d’Italia: prima firmataria è la meloniana Lavinia Mennuni insieme a Marianna Madia. Come mai non giunge a meta? Il provvedimento, ha dichiarato Madia, “ha fatto molta strada prima di essere fermato dall’ostruzionismo dei ministri di Giorgia Meloni, che si sono rifiutati di dare i pareri necessari”. Simona Malpezzi del Partito democratico è d’accordo: “I pareri non ci sono, se la tutela dei minori invocata dai genitori fosse una priorità avremmo visto più solerzia – dice l’esponente dem a ilfattoquotidiano.it – L’Italia poteva anticipare il Kids act appena proposto dalla Commissione europea, invece non riusciamo a chiudere. Ma se davvero Meloni ha a cuore la protezione dei nostri figli – propone Malpezzi – il ddl possiamo votarlo domani”. Anche la destra vicina a Meloni chiede al governo di accelerare. L’associazione Pro Vita ha lanciato una petizione esortando a scongelare il provvedimento, raccogliendo 17 mila firme.
Floridia (M5s): “Il provvedimento morirà con la fine della legislatura”
Ora qual è la situazione nell’Ottava commissione permanente di Palazzo Madama? “Il ddl 1136 è stato incardinato, poi sono stati presentati emendamenti, infine sostituito con un altro testo del relatore Claudio Fazzone di Forza Italia, e dal 16 luglio è tutto fermo”, dice a ilfattoquotidiano.it la senatrice M5s Barbara Floridia. “Anche il nuovo testo è senza pareri ministeriali, dunque la discussione non può avanzare”, aggiunge la pentastellata. La sua previsione? “E’ un pasticcio, il provvedimento morirà così”. Dunque i timori delle famiglie su un nulla di fatto, mentre invocano protezione online per i loro figli, acquistano concretezza. Il Moige (Movimento genitori Italiani) ad aprile aveva già sottolineato i tempi stretti, con il rischio che la legislatura finisca senza approvare il divieto social. Non hanno aiutato le giravolte del governo. Prima il ddl firmato Fratelli d’Italia nel 2025, poi lo stop e il testo “fantasma” di palazzo Chigi con le multe per i genitori, infine la palla è tornata al Parlamento. Ripercorriamo le tappe.
Le giravolte del governo e il bluff sul testo di palazzo Chigi
Il 27 maggio 2024 il disegno di Legge Mennuni-Madia è assegnato in Commissione al Senato, dove ristagna dal 21 ottobre. Il divieto social è tornato in auge insieme alla prof accoltellata da uno studente in una scuola media di Trescore, provincia di Bergamo, il 25 marzo. Dopo l’aggressione, il ministro Valditara ha chiesto di accelerare sullo sbarramento per i minori. Il 6 aprile viene messa in calendario la discussione del provvedimento in Commissione. Ma è solo un bluff. Il giorno prima, il 5 aprile, Il Corriere della Sera aveva aveva anticipato i contenuti di un provvedimento di palazzo Chigi per limitare l’accesso ai social da parte dei minori. Confermato dal sottosegretario FdI Alessio Butti. L’11 aprile, il meloniano ha messo le cose in chiaro in un’intervista a Il Messaggero: “Le regole le fa il governo”. Dunque, è una mezza verità quando la premier sostiene: “abbiamo lasciato campo libero al Parlamento”. Dopo Trescore, per un mesetto, l’esecutivo si è assunto l’onere – al posto del Parlamento – di porre regole per tutelare i minori online.
Poi ha ingranato la retromarcia con un’altra giravolta: il 15 maggio, il ddl viene di nuovo calendarizzato in Commissione al Senato. E Chigi si rimangia la bozza già annunciata con una velina consegnata all’Ansa: “alla luce dell’avanzato stato dell’iter parlamentare, del positivo coinvolgimento dei gruppi di maggioranza e di opposizione e delle interlocuzioni già intercorse con le Istituzioni europee, il Governo conferma l’intenzione, già comunicata agli interessati, di non presentare un proprio disegno di legge sul tema e di lasciare al Parlamento l’iniziativa normativa”. E la palla è tornata di nuovo al Parlamento. Ma i pareri ministeriali non si vedono e il ddl resta congelato.
Valditara aveva giustificato lo stop citando “motivi tecnici legati alla riservatezza”, incassando subito la smentita del Garante della privacy: con il comunicato del 30 marzo l’Autorità sottolineava di essere stata “coinvolta dal governo” “nella risoluzione delle criticità”; infatti il testo giunto in Commissione “ha recepito le indicazioni formulate”. Dunque il ddl si è impantanato “per ragioni che non risultano note al Garante”.
L’incoerenza di Meloni sui primi responsabili: le piattaforme o i genitori?
Per i genitori, oltre al danno la beffa. Il testo annunciato da Chigi conteneva multe per madri e padri che non applicavano il parental control, secondo Il Corriere e Il Messaggero, non smentiti dall’intervista di Alessio Butti al quotidiano romano. Dal palco palco di Fenix Meloni ha dichiarato: “Devono essere le piattaforme ad assumersi la gran parte della responsabilità”. Invece il 10 aprile aveva esortato ad “un’assunzione di responsabilità, che ricade prima di tutto sulle spalle di chi dovrebbe avere maggiori strumenti e anticorpi per difendersi da quelle insidie. Cioè, noi adulti”. Una posizione gradita alle piattaforme. E dunque, secondo Meloni, i primi responsabili per i possibili danni ai minori, sono le piattaforme o i genitori? Se lo chiedono i sostenitori della class action contro Meta e TikTok. E attendono risposta. Anche per smentire i sospetti sulla sottomissione a Big Tech.
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