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Noi siamo ipergarantisti. Ma questo è uno dei casi in cui le intercettazioni sono indispensabili. E se poi avessero fatto i tabulati anche per Sigfrido, come per Valterino, avremmo capito quante volte era andato al ristorante nei due anni precedenti. Che diranno quelli di «intercettateci tutti»? Stavolta saranno contrari?
19 agosto 2026
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C’è un aspetto dell’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci che merita di essere affrontato sul terreno strettamente investigativo: la sorte del suo cellulare. Il dato, per quanto risulta dagli atti e dalle informazioni finora rese pubbliche, è singolare. Gli investigatori hanno acquisito i dispositivi di Valter Lavitola, hanno analizzato le sue comunicazioni e stanno utilizzando il materiale digitale per ricostruire rapporti, contatti e movente. Non risulta, invece, che il telefono di Ranucci sia mai stato sequestrato. E non risulta, almeno dalle informazioni disponibili, che dopo la svolta investigativa del 4 luglio sia stato sottoposto a captazione, come accaduto a Lavitola.
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La questione non riguarda naturalmente - l’esistenza di un sospetto nei confronti di Ranucci. In un’indagine per attentato, l’acquisizione del telefono della persona colpita può però avere una funzione esattamente opposta: ricostruire ciò che è accaduto prima dell’azione criminale, individuare eventuali minacce, contatti anomali, telefonate, messaggi o rapporti con persone poi entrate nel procedimento.
Per mesi la pista investigativa si è concentrata sull’ipotesi di un’azione riconducibile alla criminalità organizzata, alla mafia albanese, a ritorsioni per alcuni servizi giornalisti, anche da parte di esponenti di centrodestra del governo di Giorgia Meloni. Poi, il mese scorso, l’inchiesta ha cambiato radicalmente direzione.
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Il 4 luglio i carabinieri del Nucleo investigativo di Roma e Frascati eseguono una perquisizione nei confronti di Lavitola. Nel provvedimento della Procura compare l’ipotesi che l’ex direttore dell’Avanti ed ora rinomato ristoratore di pesce della Capitale abbia avuto il ruolo di mandante dell’attentato.
Contestualmente gli vengono sequestrati materiale informatico (tre telefoni cellulari, due pen drive) e alcuni manoscritti. Il materiale viene sottoposto ad analisi per ricostruire i suoi rapporti e individuare il movente.
Il 7 luglio la notizia dell’iscrizione di Lavitola nel registro degli indagati diventa pubblica. Il giorno successivo, 8 luglio, l’imprenditore viene ascoltato in Procura a Roma. L’interrogatorio dura circa due ore: Lavitola si avvale della facoltà di non rispondere, ma rende dichiarazioni spontanee e respinge le accuse.
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Il giorno seguente, 9 luglio, Ranucci esce allo scoperto e racconta il rapporto personale con Lavitola: parla delle cene, delle frequentazioni e di una telefonata ricevuta dall’amico quando, a metà settembre 2025, prima dell'attentato, sarebbe passato dalla sua abitazione senza trovarlo. Dice inoltre di non averlo più contattato dopo la perquisizione del 4 luglio, proprio per rispetto dell’indagine.
Un passaggio tutt’altro che secondario, perché la ricostruzione investigativa attribuisce un peso significativo al rapporto tra i due uomini.
Le successive risultanze investigative sulle comunicazioni tra Lavitola e Ranucci hanno ulteriormente confermato che il rapporto personale era uno degli elementi centrali da approfondire.
Se il telefono di Lavitola viene sequestrato per verificare chat, telefonate, contatti e interlocutori e se gli investigatori cercano nelle sue comunicazioni la spiegazione del rapporto con la vittima e del possibile movente, perché non risulta analogo accertamento sul dispositivo della persona destinataria dell’attentato?
La domanda assume maggiore rilievo considerando che Ranucci è stato sentito per ben due volte dai magistrati nell’ambito dell’inchiesta. Il contenuto di quelle audizioni rappresenta uno dei tasselli attraverso i quali gli investigatori hanno ricostruito la vicenda. Ma il telefono avrebbe potuto fornire una verifica oggettiva di una parte delle dichiarazioni: eventuali minacce ricevute, contatti precedenti all’attentato, comunicazioni con Lavitola, messaggi con persone successivamente coinvolte nell’indagine o semplicemente elementi utili a definire la cronologia dei rapporti. Il tema diventa ancora più delicato dopo il 4 luglio. Da quella data gli investigatori non hanno più davanti soltanto una vittima di un attentato di matrice ancora da definire. Hanno un nome, quello di Lavitola, e una precisa ipotesi accusatoria: quella del mandante. È quindi proprio a partire da quel momento che la ricostruzione dei rapporti tra presunto mandante e vittima assume un rilievo probatorio ulteriore.
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Il 10 luglio, mentre gli investigatori continuano ad analizzare i tre telefoni e gli altri materiali sequestrati a Lavitola, viene precisato che non è prevista una nuova audizione di Ranucci. Pochi giorni dopo, il 13 luglio, il legale del giornalista rende noto che il suo assistito e altri giornalisti di Report hanno presentato una denuncia per la diffusione di atti coperti dal segreto investigativo, tra cui contenuti di intercettazioni, brogliacci e verbali di sommarie informazioni.
Nel frattempo l’indagine prosegue e Lavitola e il 10 agosto finisce in carcere. Nell’interrogatorio di garanzia, il 12 agosto, il ristoratore compie una clamorosa inversione di rotta: ammette di essere il mandante dell’attentato, pur fornendo una propria spiegazione del movente e sostenendo di non aver voluto provocare danni a Ranucci. A questo punto il problema del telefono diventa ancora più difficile da eludere.
Non perché l’acquisizione di un dispositivo della vittima sia automaticamente obbligatoria in ogni procedimento. Dipende dalle valutazioni del pubblico ministero, dalla natura degli elementi già acquisiti e dalle esigenze investigative. Ma proprio per questo sarebbe importante sapere se sul telefono di Ranucci, a parte la sua mancata acquisizione come pare essere certo, siano però state effettuate delle verifiche riguardo le comunicazioni.
Se la risposta fosse negativa, come sembra, la domanda non sarebbe polemica ma, come detto, strettamente investigativa: per quale ragione, dopo l’individuazione del presunto mandante, si è ritenuto necessario scandagliare i dispositivi di Lavitola ma non quello della persona contro la quale l’attentato sarebbe stato organizzato?
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