Milano, redazione del quotidiano “Il Giorno”. Vincenzo Esposito arriva puntuale, si siede, e comincia a raccontare a Money Vibez Stories la storia di un'azienda che, dice, "ha cinquant'anni ma è ancora giovane".
La sede di Redmond, nello stato di Washington, dista nove fusi orari da Milano. Da qualche mese, però, la vera distanza da colmare non è più geografica: è quella tra ciò che Microsoft è sempre stata (il sistema operativo nei salotti di mezzo mondo) e ciò che sta diventando, un'azienda che scommette tutto sull'intelligenza artificiale senza dimenticare, assicura Esposito, "l'elemento umano".
Cinquant'anni e non sentirli: la reinvenzione come mestiere
Windows 95, il cloud, oggi l'AI. Tre epoche diverse per la stessa sigla. Esposito non nega la distanza tra l'azienda dei floppy disk e quella di oggi, ma la racconta come una virtù più che come un problema: "È un'azienda che ha avuto la capacità, abbastanza unica in alcuni casi, di reinventarsi nel corso di questi cinquant'anni".
Cita il suo capo, Satya Nadella, terzo amministratore delegato nella storia del gruppo dopo Bill Gates e Steve Ballmer: "Nella tecnologia la tradizione non è un valore, è più un bagaglio da cui liberarsi". Una frase che Esposito trasforma quasi in manifesto aziendale, mentre ricorda che il salto verso il cloud, una decina di anni fa, è stato il primo grande spartiacque, seguito ora da quella che definisce "questa nuova onda di innovazione che è l'intelligenza artificiale".
Il filo conduttore, spiega, non è tecnologico ma culturale: "In questo mondo in cui viviamo, la tecnologia bisogna sempre guardarla non per quello che si riesce a fare oggi, ma soprattutto per quella che sarà la prossima onda di evoluzione".
Milano non è Redmond: mille persone tra fabbrica di prodotto e feedback loop
Con circa 1.100 dipendenti sparsi tra Milano, Roma e il resto della penisola, la filiale italiana vive un rapporto quotidiano, a tratti scomodo, con la casa madre americana. "Siccome siamo a nove ore di fuso orario, alcune volte ci sono degli impatti", ammette Esposito, pensando alle riunioni delle cinque del mattino che l'intelligenza artificiale, dice con una punta d'ironia, "sta aiutando molto a gestire".
Ma il rapporto con Redmond, insiste, va oltre il disagio degli orari: "Redmond è sostanzialmente la nostra fabbrica di prodotti. Noi interagiamo con loro soprattutto sulla parte di prodotto e di strategia di prodotto, e siamo quelli che declinano la nostra offerta sui vari mercati". C'è poi una seconda funzione, meno visibile ma altrettanto cruciale secondo lui: "Abbiamo anche la funzione di raccolta di feedback da parte del cliente, perché da un lato c'è l'ingegneria e la capacità di innovazione dell'azienda, dall'altro c'è questo feedback loop che si genera sui clienti, che per noi ha un valore enorme".
Un solo utente, due vite
Grandi aziende, pubbliche amministrazioni, ma anche persone comuni che ogni giorno aprono un computer con Windows o accedono a LinkedIn. Due mondi che, secondo Esposito, non vanno tenuti separati: "È chiaro che le persone non sono distaccate. C'è la stessa persona che lavora in ufficio con i nostri prodotti e che, a casa, li usa con i figli, o utilizza LinkedIn come piattaforma professionale". La sua ambizione, dice, è "generare valore, creare un rapporto quasi di amore con i nostri prodotti per qualsiasi tipo di cliente", senza mai dimenticare che chi lavora con Microsoft di giorno è lo stesso che, la sera, torna a casa e diventa tutt'altro tipo di utente.
Scienze politiche, non ingegneria: la strada storta verso la cima
C'è un dettaglio biografico che sorprende sempre, in un manager di una multinazionale dell'informatica: Vincenzo Esposito non è ingegnere, non è informatico. Si è laureato in Scienze politiche, indeciso all'inizio tra questa ed economia, con il sogno giovanile di fare il diplomatico. "Ho sempre avuto questa malattia della curiosità", racconta, "delle cose che mi piacciono, tante cose di cui però è difficile occuparmi tutte insieme".
Il fascino per la complessità internazionale lo ha accompagnato negli studi, poi, alla fine degli anni Novanta, è arrivata l'esplosione di internet. "È stata la mia grande onda", dice, "a quel punto sono stato letteralmente risucchiato da questo mondo". Il resto, racconta con l'understatement di chi ha fatto molta strada, è stato "un po' per bravura, un po' per fortuna": aziende solide, persone valide, la possibilità di mettere a frutto le proprie competenze gestendo situazioni di complessità organizzativa e geopolitica internazionale.
Due caratteristiche, dice, gli sono state utili più di ogni laurea: "Il fatto di essere di fondo una persona abbastanza umile, mi piace ascoltare e imparare dalle persone. E poi sono molto curioso, per cui mi appassiono anche al lavoro degli altri, anche non sapendolo fare".
Quanto alla componente tecnica del suo lavoro, la definisce un equilibrio delicato: "Penso di avere una buona comprensione degli aspetti tecnici e tecnologici, senza essere ovviamente un tecnico. Poi a un certo punto mi fermo, perché la troppa curiosità può far cadere nel fosso, e diventa difficile uscirne".
"Ero troppo giovane": la confessione sulla leadership arrivata a 35 anni
È forse il momento più personale dell'intervista. Alla domanda su come si impari davvero a guidare un'azienda, Esposito risponde con un paragone sportivo, i tuffatori che si lanciano da dieci metri dopo anni di allenamento progressivo, "un metro diventano due, due diventano tre", per poi lasciarsi andare a una confessione che, dice lui stesso, non aveva mai fatto in pubblico: "Io sono diventato amministratore delegato a 35 anni. Secondo me era troppo presto per me. Col senno di poi non lo pensavo all'epoca, a testimonianza del fatto che fosse davvero troppo presto".
Non è un rimpianto, piuttosto un'osservazione sulla natura non lineare della crescita manageriale: "Ci sono situazioni in cui il timing è un po' forzato, ma in generale la leadership la si costruisce. Devi avere la fortuna di avere accanto persone che vedono certe caratteristiche in te, ti danno fiducia, e tu quella fiducia la ripaghi con degli interessi in più". Una spirale positiva, ammette, ma non sempre lineare: "La vera difficoltà di questo lavoro è gestire i down più che gli up. Gli up sono facili da gestire".
Nessun ufficio con il proprio nome: la fiducia come sistema operativo
Alla domanda se in Microsoft esistano davvero gli uffici, o solo l'immaginario da Silicon Valley con birretta e riunioni informali, Esposito ride e chiarisce: gli uffici esistono, ma sono cambiati di forma e di funzione. "Non abbiamo mai battezzato, non controlliamo la presenza fisica delle persone. Cerchiamo di dare il maggiore empowerment possibile. Il concetto di fiducia è molto forte, e ci aspettiamo che questa fiducia venga ripagata".
Il risultato, spiega, sono spazi che assomigliano più a degli hub che a uffici tradizionali: "Sono posti dove le persone si incontrano, parlano, fanno riunioni, e dove nessuno, io incluso, ha una scrivania definita come tale, con le foto sopra".
Ma la libertà totale, avverte, non è un dogma valido ovunque: "Esistono aree dove una maggiore presenza fisica ha senso. Anche nel nostro caso, per esempio a Redmond, nella parte di creatività per il gaming, si è visto che avere le persone fisicamente in ufficio funziona di più". Il punto, per lui, non è la rigidità degli orari ma la sostanza dei sistemi di valutazione: "Alcune aziende, non sapendo bene cosa fanno le persone, finiscono per dire: almeno sei qui, ti vedo. Se hai sistemi di valutazione qualitativi e quantitativi solidi, puoi permetterti un approccio più rilassato alla presenza fisica".
Talenti, LinkedIn e il compito più scomodo: scegliere chi ti sostituirà
Sul fronte della ricerca di personale, Esposito non nasconde l'importanza dello strumento più citato dai suoi colleghi di altre aziende: "LinkedIn è una piattaforma molto ricca di contenuti e di persone, sicuramente un ottimo punto di partenza per identificare i candidati e controllare le referenze". Ma il grosso del lavoro, precisa, si fa con recruiter interni, non con agenzie esterne, e con un'abitudine che definisce quasi un obbligo aziendale: tenere sempre aggiornato il piano di successione delle proprie persone. "Il fatto che tu oggi ricopra un certo ruolo non basta. Devi assicurarti che, il giorno in cui ti sposterai, ci sia qualcuno pronto a prendere il tuo posto".
Un compito, ammette, tutt'altro che semplice da un punto di vista psicologico: "Tutti quanti abbiamo la tentazione di scegliere come nostro successore una persona peggiore di noi. Diventa davvero dura quando, invece di fare un esame di coscienza compiacente, ti chiedi seriamente se esiste qualcuno più bravo di te che possa continuare il lavoro. E quando lo trovi, nonostante tutto, devi farlo presente. Non devi avere paura dell'effetto che questo può avere".
L'Europa e la dipendenza tecnologica: "Non serve un altro modello, serve il layer giusto"
Cambiando registro, la conversazione si sposta sul mercato globale del software e sul ruolo, oggi marginale, dell'Europa. Qui Esposito parla apertamente, pur nella sua posizione: "Oggi esiste un problema di eccessiva dipendenza tecnologica dell'Europa nei confronti di piattaforme che sono altrove. Lo dico da amministratore delegato di Microsoft, ma sono anche italiano, sono europeo, ed è giusto ammettere che dobbiamo arricchire l'Europa e l'Italia di startup e aziende che operano in questo campo".
La sua ricetta, però, non è inseguire i colossi americani sul loro stesso terreno. Cita due esempi che ama ripetere spesso: un'azienda tedesca del software gestionale (il riferimento è a SAP) e una realtà svedese diventata leader mondiale dello streaming musicale (Spotify). "Si può fare software e startup in Europa. Lavoro con tantissime aziende italiane che fanno software nel campo dell'intelligenza artificiale, molto brave. La chiave è farlo nel posto giusto, al momento giusto, all'interno della catena del valore".
Ed è netto su un punto che divide il dibattito europeo sulla sovranità tecnologica: "Non penso che la cosa giusta sia costruire l'ennesimo modello europeo di intelligenza artificiale da zero. Penso che la cosa giusta sia concentrarsi sul layer intermedio: come utilizzo la tecnologia di oggi, magari fatta da qualcun altro, per metterla al servizio del know how delle aziende europee? Se faccio quella cosa, creo comunque un nuovo prodotto a tutti gli effetti". E aggiunge, quasi in difesa dei fondi pubblici: "Non mi piace vedere i soldi sprecati. Vorrei che venissero indirizzati verso le startup che sono davvero innovative".
Sci in Turchia, blocchi di carta e figli come "tester": l'uomo dietro il manager
Nella parte più personale dell'intervista emerge un Esposito lontano dai riflettori aziendali. La foto che ha scelto per rappresentarsi lo ritrae durante una vacanza in montagna, non al mare, nonostante le sue origini napoletane: "Ho sempre amato lo sci, e la montagna più del mare. È un posto che ho scoperto qualche anno fa, al confine tra la Turchia e la Georgia. Pochissime persone pensano che si possa sciare in Turchia, ma ci sono montagne fantastiche, un posto totalmente incontaminato, grande più o meno quanto la Valle d'Aosta".
Anche lì, ammette, la disconnessione non è mai completa: "Quando si fa questo tipo di sci di fondo, si scia la mattina e il pomeriggio si può lavorare, perché anche essendo nel mezzo del nulla c'è una connessione internet sorprendentemente buona". Ma sul rapporto con la tecnologia fuori dall'ufficio, la sua posizione è meno assolutista di quanto ci si aspetterebbe da un dirigente Microsoft: "Non vedo la connessione o la disconnessione come una necessità impellente. Mi piace molto il lavoro che faccio. Ma è giusto dire che la disconnessione dal device fisico è importante, può aiutare dal punto di vista del benessere".
Non a caso, l'oggetto scelto per rappresentare il suo rapporto con la tecnologia è tutt'altro che digitale: un blocco notes di carta, personalizzato con le sue iniziali. "Quando ho provato a prendere appunti in digitale, il fatto che creasse una separazione con le persone non mi piaceva. Ho provato col tablet, ma non mi sono trovato. La carta mi aiuta anche a scrivere solo le cose importanti".
Infine, i figli, spesso i primi "beta tester" involontari dei prodotti di famiglia: "Naturalmente col tempo hanno imparato, sono moderatamente interessati alla tecnologia. Sono anche un test di cosa funziona e cosa no, cosa piace e cosa non piace. Li uso molto come tester, lasciandogli però totale libertà sulla scelta di quello che gli interessa".
Il mondo tra cinquant'anni: "L'uomo continuerà ad avere un valore enorme"
A chiudere l'intervista, la domanda che Money Vibez Stories riserva sempre agli ospiti più importanti: come sarà il mondo tra cinquant'anni? Esposito non si sottrae, pur premettendo la propria incertezza sui dettagli: "Non lo so con precisione, ma è chiaro che se guardiamo ai passi avanti fatti dall'intelligenza artificiale e dalla robotica, andremo verso un mondo fatto di persone ma anche di robot e intelligenze artificiali. Un mondo sempre più ibrido, a cui dovremo abituarci".
Ma proprio in questo scenario, dice, l'elemento umano non sparirà, anzi: "C'è un umanista dentro di me che pensa che l'uomo continuerà ad avere un valore enorme, dal fascino emotivo alla capacità di stare insieme, di guardarsi negli occhi, di gioire e soffrire insieme. Sono cose che difficilmente si riusciranno a simulare in altro modo". La sua speranza, conclude, è che l'innovazione tecnologica liberi tempo, non lo divori: "Sperabilmente tutta questa innovazione ci darà più tempo per occuparci della nostra sfera emotiva. Agli inizi del Novecento si lavorava sette giorni su sette, non c'era tempo per niente. Se applichiamo gli stessi ingredienti, dovremmo essere in grado di usare la tecnologia per far uscire sempre di più l'umanità che c'è in noi".
L'ultima battuta, manco a dirlo, riguarda il pranzo: sacro, mai saltato, quasi mai un mero appuntamento di lavoro. "Cerco di tenerlo per me, lo uso per rilassarmi, per raccogliere le idee. Semmai per chiamare un fratello che non sento da un po', o mia madre". Anche l'amministratore delegato di uno dei colossi mondiali della tecnologia, verrebbe da dire, ha bisogno di restare, almeno un'ora al giorno, disconnesso dal mondo.
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