Milano – Se ne va in punta di piedi, come nel suo stile, una delle bandiere del calcio italiano e in particolare milanista. L'icona di un club, il pilastro di una squadra, l'idolo di una tifoseria, l'unico giocatore per il quale la società rossonera aveva ritirato il numero di maglia, la mitica numero 6. Si è spento a 66 anni Franco Baresi, una leggenda del pallone, un esempio per tanti calciatori di oggi, un idolo per tifosi di diverse generazioni. Era malato da tempo, lui stesso più o meno un anno fa a parlare dei suoi problemi di salute ai supporter del Diavolo comunicando che «mi ci vorrà un po’ di tempo per rimettermi in forma». Quel 3 agosto 2025 è difficile da dimenticare.

Franco Baresi
Qualche giorno prima era stata la società a spiegare che al Capitano (diventato nel tempo vice-presidente onorario del Milan), a seguito di accertamenti di controllo, era stata riscontrata la presenza di una nodulazione polmonare, per la quale si era deciso di procedere con l’asportazione mediante intervento chirurgico con tecnica mini-invasiva. Da allora Baresi ha cercato di mandare in fuorigioco la malattia, nel silenzio ma con grandissima dignità, evitando la scena pubblica e seguendo la via della discrezione, la stessa che ha percorso in tutta la carriera.
Solo in tardo autunno decise di interrompere il silenzio postando sui social una foto che lo ritraeva sorridente mentre salutava, con una bandiera rossonera dietro le spalle, e la didascalia semplice ma efficace, “Viva la vita”. Quel post del 22 novembre raccolse migliaia di commenti, fra cui quelli degli ex compagni e colleghi come Paolo Maldini, Filippo Galli e Javier Zanetti. E poi il tripudio del popolo rossonero, come un gol nel derby segnato in pieno recupero. Una meravigliosa ondata di affetto e commozione fra i tifosi perché dopo tre mesi e mezzo Baresi si era rivisto in sede. Affaticato ma felice. Pronto a combattere per un’altra delle mille battaglie, questa volta lontano dal rettangolo verde.
Un graduale ritorno alla routine per il “Piscinin“ per quello che sembrava un altro piccolo ma fondamentale passo sulla via della ripresa. Aveva chiamato l’amico di una vita Daniele Massaro (brand ambassador del club), la persona che gli era stata più vicina in quei mesi terribili Confessandogli il desiderio di provare a ritornare a Casa Milan. «È il mio capitano, sono stato tra i primi a ricevere la terribile notizia. Ho fatto in questi mesi quello che potevo per stargli accanto e aiutarlo» raccontava Massaro. Bellissima l’atmosfera quando si sparse la voce che il Capitano era tornato nel suo ufficio al terzo piano: tutti i dipendenti del club si recarono a turno a salutarlo.
Un progressivo rientro alla quotidianità reso ancora più bello prima il 7 dicembre, quando l'icona rossonera fu avvistata alla Scala (non distante da Fabio Capello) in occasione dell'opera "Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk"; e poi il 14 dicembre, giorno in cui Franco si riaffacciò a San Siroper assistere alla sfida Milan-Sassuolo. Ma ancor più commovente lo scorso 6 febbraio: quella sera, a sorpresa, Baresi torno sul suo palcoscenico ideale, San Siro. Un segreto di cui pochissimi erano a conoscenza. Non si trattava di una partita di calcio, ma qualcosa di più. Un evento straordinario.

Franco baresi e Giuseppe Bergomi tedofori olimpici
C’era anche lui alla Cerimonia d’apertura delle Olimpiadi Milano Cortina 2026 condivisa, quella passeggiata con l’eterno rivale e amico Beppe Bergomi con l’emozione che solo chi può portare la torcia può provare ma anche con la comprensibile sofferenza di chi comunque stava soffrendo per la malattia. Ma quando il presidente del Coni Buonfiglio lo chiamò, lui prima sembrò quasi non crederci (“Ma siete sicuri? Guardate che non sono tanto in forma...”) e poi accettò. Così l’immagine di quelle due leggende del calcio italiano quasi a braccetto riuscì a commuovere tutti in mondovisione. Lo scenario dei Giochi, la fiaccola tra le mani, gli applausi della gente resero quella notte ancora più magica: “È stato pazzesco, mi tremavano le gambe e forse anche la mano”, dirà qualche giorno dopo.
Quei dieci minuti a piccoli passi gli avevano dato una grande forza. “Il peggio è passato, anche se è stata dura - disse per rassicurare tutti -. Essere un atleta mi ha aiutato a lottare, e il mio corpo mi ha permesso di resistere. In fondo l’ho fatto per tutta la vita: io ho sempre lottato, in campo e fuori. Nessuno mi ha mai regalato niente”.
La primavera è trascorsa silenziosa e anche lo spogliatoio ha sentito l'assenza del leader la cui presenza bastava per rassicurare tutti. Il vicepresidente onorario avrebbe voluto presenziare a Milanello all'inizio del mese di luglio per il taglio del nastro della nuova stagione, ma le condizioni già precarie lo hanno costretto a rinunciare. Ha cercato comunque di giocarsi la partita fino all’ultimo, nonostante il nuovo ricovero all’Humanitas in un pomeriggio di fine luglio. Accanto a lui la consorte Maura Lari conosciuta a Montevarchi dove Franco si trovava in ritiro. Poi il peggioramento delle condizioni, le fake news sul decesso la sera di mercoledì 29 che hanno costretto il Milan a smentire la notizia sui propri canali "social" e quel triplice fischio finale che mai nessuno avrebbe voluto sentire.
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