Anelli, orologi, collane della nonna. Gli italiani tengono in casa qualcosa come 150 miliardi di euro. Ma, con i prezzi che salgono, in tanti vendono e le catene di negozi vanno in Borsa
I grandi banchieri di Wall Street passano le giornate a interrogare algoritmi intricati come una sciarada. Gli strateghi della finanza mondiale inseguono l’Intelligenza artificiale, i supercomputer e i misteriosi movimenti dei mercati. Jeff Bezos per alimentare i suoi giganteschi data center va perfino a caccia di rame nel sottosuolo dell’Arizona, con lo spirito di un cercatore d’oro del Klondike con il casco da imprenditore tecnologico. In Italia, invece, il fondo sovrano della nazione, quello che conserva la ricchezza del Paese, è a portata di mano. Non serve scavare montagne, non servono trivelle, non serve nemmeno una connessione internet ultraveloce. Basta aprire il cassetto del comò.
Sì, proprio quello. Il luogo sacro dove convivono calzini spaiati, vecchie ricevute del supermercato, fotografie scolorite e, spesso, un piccolo patrimonio dimenticato: la collana della nonna, il braccialetto del battesimo, la spilla regalata dalla zia, l’anellino conservato in una scatolina di velluto ormai consumata dal tempo. Un tesoro che secondo stime, la cui attendibilità è difficile da verificare, potrebbe valere 150 miliardi.
Per anni l’abbiamo guardato con un misto di tenerezza e sufficienza. Oggetti del passato, ricordi di un’Italia fatta di cerimonie familiari, comunioni, cresime e matrimoni. Roba da nonni, pensavamo. Un po’ come i centrini sul televisore e le bomboniere con il carillon. Poi è arrivato il mercato dell’oro a ricordarci una verità: il metallo giallo ha una memoria molto più lunga della nostra.
All’inizio dell’anno l’oro ha sfiorato livelli impensabili, superando quota 5.500 dollari l’oncia. Anche l’argento ha vissuto una corsa straordinaria, arrivando oltre i 116 dollari. Ora il vento è cambiato: l’oro è sceso intorno ai 4.100 dollari l’oncia e l’argento è precipitato verso quota 61 dollari. Una frenata importante, ma non sufficiente a cancellare una storia di crescita impressionante. Perché dieci anni fa il metallo giallo viaggiava intorno ai 30-32 euro al grammo. Oggi siamo intorno ai 116 euro al grammo per quello puro.
Insomma quella catenina sottile come un capello che sembrava un regalo senza grande importanza oggi potrebbe avere un valore capace di pagare un po’ di bollette o qualche pieno di benzina. La zia con i capelli bianchi e la gonna impeccabile, insomma, forse aveva capito tutto prima degli analisti di Wall Street. La grande rivincita dell’oro riguarda soprattutto quegli oggetti che per decenni sono rimasti dimenticati. Le collanine dei battesimi. I braccialetti a maglia Milano. Gli orecchini tramandati da madre a figlia. Quelle spille con le iniziali che sembravano destinate a giacere in eterno dentro un portagioie.
Oggi quei piccoli pezzi di famiglia hanno una nuova vita. L’oro non ha bisogno di aggiornamenti software, non teme hacker, non richiede password complicate. Non ha bisogno di Intelligenza artificiale per ricordarci il suo valore. Sta lì, fermo, magari per vent’anni, aspettando pazientemente che qualcuno si accorga di lui.
E non sono solo i gioielli. C’è un intero universo di monete che ha riscoperto una seconda giovinezza. La sterlina, quella moneta che i nonni compravano “per sicurezza”, oggi vale circa 850-900 euro. Un piccolo disco di metallo prezioso che per molti sembrava soltanto un vezzo da collezionisti nostalgici e che invece oggi può trasformarsi in una crociera o in un bel conto pagato. Poi c’è il Marengo, la moneta da 20 franchi o 20 lire che profuma di storia napoleonica. Oggi il suo valore si aggira intorno ai 700 euro.
E perfino le vecchie 500 lire d’argento Caravelle, quelle con le navi di Cristoforo Colombo spinte dal vento, hanno ritrovato dignità. Gli esemplari comuni valgono una decina di euro, ma la rarissima versione del 1957 con le bandiere “controvento”, mai entrata in circolazione proprio per l’errore nel conio, può raggiungere cifre da collezione, fino a migliaia di euro: da 3 mila a 12 mila. Una specie di “Gronchi Rosa” della numismatica italiana visto che le vele sono gonfiate dal vento in direzione opposta alla prua.
Insomma, mentre la tecnologia ci promette il futuro fatto di realtà aumentata e mondi virtuali, il passato nascosto nei cassetti continua a produrre valore reale. Ora questa ricchezza sotto traccia trova una nuova casa: la Borsa. La protagonista è Gens Aurea, leader europeo nell’oro rigenerato, proprietario di marchi come Orocash, GioiaPura e Luxury Zone. La società è diventata protagonista della prima grande Ipo a Piazza Affari dopo circa tre anni. Un segnale importante: il mercato torna a cercare storie industriali vere, anche quando nascono da un settore antico come quello dell’oro. L’operazione punta a valorizzare il gruppo intorno a 1,4 miliardi di euro e rappresenta un passaggio strategico per accompagnare la crescita internazionale. Gens Aurea non è semplicemente un compro oro evoluto. È una piattaforma integrata che compra preziosi usati, li recupera, li raffina e li restituisce alla filiera della gioielleria.
Il gruppo conta oltre 530 punti vendita in Europa e nel 2025 ha registrato 836 milioni di euro di ricavi, 105 milioni di Ebitda adjusted e 68 milioni di utile netto. Gli obiettivi sono ancora più ambiziosi: per il 2026 sono previsti 1,5 miliardi di ricavi, oltre 200 milioni di margine lordo e più di 130 milioni di utile netto. Il piano industriale prevede di arrivare entro il 2029 a oltre 750 negozi, con una forte espansione in Germania, Belgio, Paesi Bassi, Polonia e Romania. L’amministratore delegato Fabio Godano sintetizza così la sfida: «Abbiamo costruito una piattaforma unica nel mercato europeo dell’oro e degli oggetti preziosi, diventando il più grande operatore nel settore dell’oro rigenerato in Europa. La nostra piattaforma integra una presenza capillare nel retail, competenze industriali, skill digitali e un rigoroso presidio della compliance».
Per Godano la quotazione rappresenta un passaggio naturale per sostenere la crescita: «Abbiamo un piano per 300 nuovi negozi nei prossimi tre anni. Una parte significativa della nostra crescita deriverà dalla capacità di aprire punti vendita in modo rapido ed efficiente». Il futuro, insomma, passa anche dal riuscire a trasformare il vecchio gioiello della nonna in nuova materia prima.
L’altra faccia della medaglia si chiama Kruso Kapital. Qui l’oro viene utilizzato come garanzia per ottenere liquidità. La società nasce nel 2017 quando Banca Sistema entra nel settore del credito su pegno con il marchio ProntoPegno. L’obiettivo era cambiare completamente la percezione di un’attività antica, spesso associata ai momenti difficili della vita.
Il banco dei pegni versione moderna diventa invece uno strumento finanziario per famiglie. Nel 2022 arriva il cambio di nome e una nuova strategia: valorizzare non solo gioielli e orologi, ma anche opere d’arte e beni da collezione. Nasce Kruso Art, con l’acquisizione della casa d’aste Art-Rite, mentre il progetto Art-Kredit apre la strada ai prestiti garantiti dalle opere d’arte.
La crescita diventa internazionale: Italia, Grecia e Portogallo. Nel 2024 la società acquisisce Pignus, storico operatore portoghese del credito su pegno. Dopo la quotazione su Egm nel 2024, Kruso Kapital ha compiuto nel 2026 il salto sul mercato principale. L’amministratore delegato Giuseppe Gentile ha spiegato più volte che il credito su pegno non deve essere considerato un prodotto di emergenza, ma un servizio finanziario moderno. Non più «porto l’anello perché sono in difficoltà», ma «valorizzo un bene che possiedo senza doverlo vendere».
In occasione del passaggio al listino principale, Gentile ha definito l’operazione: «Un’evoluzione naturale del percorso della società, destinata ad aumentare trasparenza, visibilità e credibilità nei confronti degli investitori e dei clienti».
Alla fine la morale è semplice. Mentre il mondo corre verso criptovalute, Intelligenza artificiale e realtà virtuali, gli italiani riscoprono un patrimonio antico. Il vero fondo sovrano nazionale non è nascosto nei grandi database finanziari. È nei cassetti insieme alla biancheria.
Dentro quelle scatole dimenticate dove una nonna previdente aveva messo una collanina, una moneta, un bracciale. Oggetti piccoli, spesso giudicati superati, che oggi tornano protagonisti. Perché l’oro può scendere, può correggere, può prendersi una pausa. Ma ha una qualità che pochi investimenti possiedono: sa aspettare. E qualche volta, dopo anni passati a prendere polvere, ci ricorda quanto vale.
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