L’intervista Francesco Peluso Cassese: «Mai abituarsi all’affettività sintetica, rispettiamo le dinamiche relazionali»

2026/09/04

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«Mentre il dibattito pubblico sull’intelligenza artificiale si concentra su questioni di capacità computazionale, la vera sfida si gioca sul terreno dell’empatia. Ed emerge una domanda scomoda: se una macchina è in grado di mostrare forme di comportamento di tipo umano capaci di soddisfare il bisogno di cura e di ascolto di uno studente, la natura artificiale di quel processo ne invalida necessariamente il valore educativo?». A porre la domanda è il professor Francesco Peluso Cassese, ordinario di Didattica speciale e Ricerca educativa dell’Università Pegaso e presidente della Ren Conference, l’evento che raccoglie i maggiori esponenti della ricerca educativa in Italia e che, nell’edizione 2026, avrà come tema “Battiti algoritmici: l’educazione all’affettività ai tempi della quarta rivoluzione”.

Professore, a che punto è il dibattito sull’invadenza dell’intelligenza artificiale nelle nostre vite?

«Ci troviamo ad assistere ad una contrapposizione tra coloro che sono pronti a denunciare un nuovo “complesso di Frankenstein” in ogni algoritmo, e i bad boys della D-Generation, ovvero coloro che abbracciano con entusiasmo la totale automazione dei processi di conoscenza e apprendimento. Oggi la tecnologia ha raggiunto un livello di sofisticazione tale da poter saziare il bisogno di rispecchiamento emotivo. L’intelligenza artificiale, infatti, non si limita più a rispondere a interrogativi logici; mette in scena narrazioni affettive, modula il tono e offre una disponibilità illimitata che le figure umane, spesso sovraccariche di contingenze burocratiche e sociali, faticano a sostenere. Il rischio non è che le macchine diventino umane, ma che l’umanità si assuefaccia a una forma di affettività sintetica, priva del peso del corpo e della responsabilità inerente alla relazione».

Questo pone un problema anche sul piano delle metodologie educative: di cosa parlerete nell’edizione di quest’anno della Ren Conference?

«L’IA sta trasformando le dinamiche relazionali nei contesti educativi, quindi discuteremo di come è possibile integrarla in questi contesti salvaguardando il valore umano, con particolare riferimento alla tematica dell’educazione all’affettività che ha animato il dibattito scientifico e politico nell’ultimo anno».

Qual è la soluzione?

«Dobbiamo imparare ad abitare il progresso. Affinché gli esseri umani possano sopravvivere e prosperare all’interno della cosiddetta quarta rivoluzione industriale, l’adattamento deve avvenire attraverso il contributo di nuove forme di produzione di senso. L’integrazione dell’IA nei contesti educativi sta trasformando radicalmente le dinamiche relazionali: non si tratta più solo di alfabetizzazione digitale, ma di “digital affective literacy”, cioè alfabetizzazione affettiva digitale, ossia la capacità di navigare in modo critico ed emotivo le interazioni affettive mediate dai sistemi digitali».

Quindi, dobbiamo abituarci ad un nuovo tipo di affettività e confronto con gli altri?

«Dobbiamo riflettere su come coltivare relazioni autentiche all’interno di ambienti ibridi. Se gli algoritmi supportano o sostituiscono determinate funzioni, come ad esempio la valutazione, la spiegazione, persino il primo supporto psicologico tramite chatbot, quale spazio rimane per gli educatori? Quello spazio è fatto di consapevolezza emotiva incarnata, di gestione di conflitti irriducibili al codice e di narrazione dei limiti dell’esperienza umana. Questo affinché l’educazione affettiva non rimanga soltanto una lezione isolata, ma diventi il cuore pulsante di una scuola tecnologicamente avanzata».

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