L’intervista ad Anna Maria Musti: «Mio marito Georg, Nobel con il cuore napoletano»

2026/10/07

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Un Premio Nobel a un tedesco con il cuore napoletano. Georg Nagel, che ha condiviso con Karl Deisseroth e Peter Hegemann il prestigioso riconoscimento dell’Accademia di Stoccolma per la Medicina, è sposato da trent’anni con una napoletana verace, con cui vive da oltre un decennio a Napoli «ma soltanto in autunno e inverno, perché il clima è più mite». Lei è Anna Maria Musti, biologa che ha costruito gran parte della sua carriera all’estero. Nata e cresciuta nel cuore di Napoli, a 25 anni è partita per gli Stati Uniti con una fellowship di tre anni al National Institutes of Health. Poi è rientrata in Italia, ha vinto un concorso al CNR, dove ha lavorato anche alla clonazione di diversi geni, tra cui quello della tireoglobulina. In seguito è ritornata negli Stati Uniti per una collaborazione con la Columbia University, e poco dopo è diventata anche professoressa all’Università della Calabria. La sua storia scientifica si è intrecciata con quella del marito Georg Nagel a New York, e dopo un paio di anni di amore vissuto a distanza, tra Napoli e Würzburg, si sono sposati e hanno avuto una bambina, Nina, che sabato scorso ha compiuto 30 anni.

Professoressa Musti, dove si trova adesso?

«A Napoli, la mia città dove dal 2015 vivo sei mesi l’anno. Sono nata e cresciuta nel centro storico, a Santa Chiara per la precisione, figlia di un artigiano litografo, ultima di sette figli. E con me ci sono anche mio marito Georg e mia figlia Nina».

Invece la comunicazione dell’assegnazione del Nobel l’avete ricevuta mentre eravate in campagna...

«Sì lunedì eravamo a Tora e Piccilli, in provincia di Caserta, ma per puro caso. Nina ha compiuto trent'anni e sabato scorso abbiamo fatto festa a Baia, in un locale sulla spiaggia, con gli amici arrivati anche da Londra e Bruxelles. L'ultimo giorno però il b&b dove pernottavano non aveva disponibilità, e li abbiamo ospitati a casa nostra, così io e Georg siamo andati a dormire da mia nipote, in questo luogo magnifico sotto Roccamonfina. È la casa di famiglia di mia sorella, che non c’è più, e mio cognato, originario di quella zona, con un panorama bellissimo. E le dico di più: qui abbiamo tenuto la nostra festa di nozze. Per noi è un luogo molto importante e amato».

Ci racconti come avete ricevuto l’annuncio.

«Lui era fuori, davanti a quella vista splendida tra gli ulivi, io in cucina a prendere il caffè con mia nipote. Dalla Germania ci fanno sapere che da Stoccolma l’avrebbero contattato a breve. Lui pensava volessero scusarsi per aver dato il premio all'optogenetica ad altri colleghi. Io l’ho guardato stranita e gli ho detto: “Smettila! Te l'hanno dato: hai vinto il Premio Nobel!”».

Non pensava di ottenere un tale riconoscimento?

«Lui no, io sì. Pensava che gli altri colleghi fossero più mediatici, competitivi perché nella ricerca serve anche quello, mentre io gli ripetevo: “se l’Accademia di Stoccolma deciderà un giorno di assegnare il premio all'optogenetica, tu non puoi non esserci, perché sei il primo ad aver dimostrato la funzione di quel gene”. Che fosse nella rosa dei vincitori, lo avevamo capito oltre dieci anni fa: insieme ad altri colleghi era stato invitato a Stoccolma e ognuno ha tenuto un talk sui propri studi. Il fatto che volessero capire meglio l’optogenetica già da dieci anni, mi ha fatto credere che prima o poi sarebbe arrivato il Nobel. Inoltre, Georg ha ricevuto molti premi, dal Brain Prize di Copenaghen allo Shaw Prize in Cina, definito il Nobel d’Oriente. Sono contentissima che sia stata riconosciuta la sua genialità. Si merita tutto».

Che cosa avete provato quando avete ricevuto la telefonata da Stoccolma?

«Siamo rimaste lì, io e mia nipote, commosse, senza dire una parola. Poi siamo esplose di gioia. Appena la notizia è diventata ufficiale, ho scritto nei gruppi dei nostri amici, e sono cominciate le telefonate soprattutto dalla Baviera. Poi mi hanno detto che Il Mattino aveva riportato la notizia della moglie di Napoli: sono orgogliosa che questo Nobel sia un po’ anche napoletano».

Napoli è importante per suo marito?

«Viviamo qui da dieci anni: abbiamo un appartamento a Salvator Rosa. Ci stiamo d'inverno, d'estate andiamo via per il caldo, e viviamo nella casa con il giardino a Würzburg. A Napoli poi siamo molto sociali, ci piace stare con gli amici: Nina riparte giovedì, quindi domani sera (oggi, per chi legge) ne approfittiamo per brindare ancora per il Nobel, con i consueti amici».

Com’è la vostra vita a Napoli?

«Andiamo molto in bicicletta. È una passione che mi ha fatto conoscere lui: quando ci innamorammo, viaggiammo in bici da San Diego fino a La Paz, in Baja California. Io adoro il mare, e andiamo spesso anche in kayak o facciamo lunghe passeggiate sul lungomare. Abbiamo ammirato l’America’s Cup da Pizzofalcone: che meraviglia».

Immagino che ami anche la cucina napoletana.

«Io cucino piatti napoletani: almeno una volta a settimana in tavola c’è la parmigiana di melanzane. Mi piace anche creare piatti fusion, con qualche ingrediente tipico della cucina cinese. Ma il piatto che gli piace moltissimo è pasta, patate e provola. Georg comunque è sempre stato molto autonomo, e ancora oggi i piatti tedeschi li cucina lui, quelli italiani io, poi ognuno inventa qualcosa per l'altro».

Qual è il segreto di una coppia di scienziati così longeva?

«Mantenere i propri spazi. Anche quando non siamo nella stessa città non ci sentiamo ogni giorno, ci scriviamo qualche messaggio. Non siamo azzeccusi. Lui ha messo ordine nella mia vita e io nella sua: ci siamo completati a vicenda. Però litighiamo eh...».

In che lingua?

«Io in inglese, perché voglio che capisca bene, e il tedesco, sebbene lo parli, non lo domino. E sa come mi risponde? In inglese ma ci infila sempre qualche parola in napoletano».

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