L’estate 2026 della musica italiana dimostra che serve tempo. Serve tempo, cioè, per permettersi un tour negli stadi, un privilegio che nonostante il gioco al rialzo dei concerti – location ogni volta più capienti, biglietti costosi, un numero d’appuntamenti che per il solo stadio di San Siro arriva quasi ai venti live in due mesi – e ciò che si dice sui finti sold out, ecco, resta affare di pochi eletti, spesso con grandi carriere alle spalle. Altro che mode del momento.
Ora che la stagione delle arene si è conclusa, infatti, è chiaro che agli altri – e non sono pochi, eh – restano in mano gli show-evento, una data e via, a volte fortunati e a volte no, anche negli stadi stessi, ma che sono soprattutto gli artisti con percorsi decennali e canzoni con un rapporto endemico con la cultura del nostro Paese a godersi i pienoni (e non è detto che, con la balcanizzazione del mercato di oggi, con bolle più o meno grandi, i loro eredi riescano a ottenere lo stesso risultato).
Dominano i grandi classici
I tour più seguiti – con date in tutta Italia – sono stati quelli di Vasco Rossi, Max Pezzali, Cesare Cremonini e Tiziano Ferro, a cui va aggiunto La favola per sempre di Ultimo, il live dei record, con il cantautore romano che ha già dato appuntamento alla prossima estate e che comunque è abituato a bagni di folla negli stadi.
Ci torniamo, anche perché a suo modo è un’eccezione, sia con i coetanei e sia con i maestri. Rossi, Pezzali, Cremonini e Ferro, invece, sono quattro evergreen, di certo non di moda, sia per lo storico alle spalle e sia per come si sono presentati alle porte dell’estate: solo Ferro aveva un disco d’inediti da promuovere, il neanche fortunato Sono un grande (2025), eppure è bastato tirare fuori le varie Sere nere e Non me lo so spiegare per riempire gli stadi, allo stesso modo con cui il Blasco – che gioca un campionato a sé – e Cremonini hanno reso il loro repertorio un pozzo di petrolio da cui pescare e Pezzali ha trasformato la nostalgia per gli 883 e gli anni Novanta in un impero. Il merito è di canzoni, di nuovo, ormai parte della nostra identità condivisa, tormentoni in un’epoca in cui i tormentoni stessi non erano tanti e inflazionati, e in cui soprattutto non c’era lo streaming. Dei classici.
È questo, infatti, il vero segnale di quest’estate: le classifiche di Spotify e soci, i follower e il resto rimangono un indicatore importante della forza di un artista online, ma una volta offline – quando, cioè, si chiede agli spettatori di spendere dei soldi veri, uscire di casa, fare la fila e stare a un live – il gioco è diverso e tutto questo fatica a tradursi in grandi tour negli stadi.
Per ora, tanti della nuova generazione sono fermi al singolo evento, che siano Sfera Ebbasta, Irama, Tedua o nel 2027 Annalisa. Non è per sminuirli, anzi. Ma è che il mondo dei concerti e quello dello streaming, delle radio e dei vari tormentoni viaggiano su binari diversi e, spesso, a riempire gli stadi sono proprio spettacoli di nomi non di moda, ma con le spalle larghe e un repertorio vasto e metabolizzato dal pubblico (e in questo senso, seppur in misura minore, parlano i tour di Ligabue ed Eros Ramazzotti, mentre Jovanotti è più restio a fare il maestro se ne inventa sempre una nuova).
Così Ultimo insegna come farcela oggi
Ultimo, dicevamo, è una piccola eccezione, ma che dimostra – pur con tutti i paletti del caso, perché è anche diverso dai suoi coetanei – come si può riuscire, oggi, a raccogliere numeri da campione. È chiaro, dicevamo, che nell’infinita serie di bolle in cui si trovano i consumi culturali è impossibile o quasi che oggi un’artista sia di tutti come prima, per cui Ultimo sarà sempre più vicino a uno Sfera Ebbasta – pur raccogliendo numeri migliori, ma sempre con la zavorra di trovare qualcuno che ostenterà di non conoscerlo, di non sapere chi è, pure a fronte di dieci anni di onorata militanza – che a un Tiziano Ferro, ormai padre della patria.
E allora? E allora entra in ballo il secondo fattore, quello che in minima parte sta già facendo – e che, si spera, farà – la differenza: la capacità di auto-narrazione, di costruire una storia intorno al personaggio e di dare, insomma, un motivo al pubblico per pagarsi un biglietto. I fan, ecco, più che le canzoni – che ora più che mai passano, vanno e vengono – sono in cerca di un insieme di valori, d’identità, di una storia in cui rivedersi.
È ciò che, in vari casi e comunque diversi, sta già segnando i tour negli stadi di Pinguini Tattici Nucleari e Achille Lauro, tutti attesi nel 2027, insieme allo stesso Geolier (che pure tiene e terrà il baricentro a Napoli). Non è ancora tantissimo, ma non è neanche poco: nell’impossibilità strutturale di diventare un vero grande classica, come i vari Vasco e Pezzali, figli di un’altra epoca, è questa la carta da giocare.
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