La destra è agitata, l’opposizione colpisce a testa bassa, le decisioni da prendere cambieranno il Paese. In ballo ci sono la legge elettorale, la durata del governo, il risiko delle alleanze… Per non parlare del Quirinale. Ecco le tante bufere cui si prepara Giorgia Meloni.
Memoria, tattica, sintonia. Si avvicina la tregua parlamentare. Giorgia Meloni anche quest’anno passerà le vacanze in Salento? Chissà. Di sicuro le sue giornate saranno scandite dalle carte. Non solo quelle del burraco, che da sempre è la sua passione agostana, ma dei sudati dossier che compulsa freneticamente a Palazzo Chigi. Serve fosforo, strategia, concordia. Come per il prosieguo della legislatura: le recenti sconfitte restano indelebili, occorre pianificazione, bisogna sedare gli alleati. Non sarà facile. E l’amato burraco insegna.
«Ha vinto la palude» si sfoga la premier dopo le preferenze impallinate alla Camera. Gli anfibi, all’ombra del voto segreto, hanno tradito. Sono mancati trentuno voti nella maggioranza. Piuttosto che cercare consensi, meglio le liste bloccate, zeppe di devotissimi. Meglio ancora con l’attuale legge elettorale, che favorisce limacciosi esecutivi. Nel decennio precedente, si sono succeduti sette governi. Accordi tecnici e balneari in nome delle responsabilità, bollinati dal Quirinale.
Niente di nuovo sotto il solleone. Il trasformismo venne inaugurato da Agostino Depretis nel lontanissimo 1882. Il moderno centrosinistra l’ha trasformato in ingegneria istituzionale.
I dossier di Palazzo Chigi e la trappola del voto segreto
Solo che ora a Palazzo Chigi c’è l’ospite indesiderata: prima donna presidente del Consiglio, orgogliosamente di destra. Peggio: il suo governo si appresta a diventare il più longevo di sempre. Non un’evenienza, ma un miracolo. In mezza Europa continuano ad avvicendarsi premier: Francia, Germania, Inghilterra. A Londra, per esempio, s’è appena insediato il laburista Andy Burnham. Nel discorso d’insediamento ha detto: «La Gran Bretagna deve mostrare al mondo che può ritrovare la sua stabilità». Quella che l’Italia ha imboccato l’ottobre del 2022, con la vittoria del centro destra, tra impedimenti e resistenze.
Come nel burraco, Giorgia pescherà l’agognato pozzetto il prossimo 4 settembre. Alla fine della legislatura, a quel punto, mancherà più di un anno. La prosecuzione non sembra agevole. Sarà l’ennesimo autunno caldo di Giorgia. I palustri sono in agguato, assieme alle funeste contingenze internazionali, le piazze incandescenti e l’ostilità della magistratura. Giorgia sperava di potersi giocare alle prossime elezioni due pinelle. La riforma della giustizia, però, l’hanno bocciata al referendum. E le preferenze sono state fiocinate in aula. Il voto contrario dell’opposizione era previsto. Le contorsioni della maggioranza invece no. Chi ha tradito? Boh. La delizia dei franchi tiratori è questa: non li beccano mai. Romano Prodi sta ancora cercando i centouno che nel 2013 infilzarono la sua candidatura al Quirinale. Radio Montecitorio, con fondati sospetti, accusa soprattutto la turbolenta pattuglia dei deputati di Forza Italia. In particolare, a tradire sarebbero stati i fedelissimi di Marina Berlusconi. Non proprio degli acchiappavoti, ecco. E con i chiari di luna vannacciani, chi assicura la rielezione nella nefasta ipotesi di cercare i consensi? Ma anche la primogenita del Cavaliere, in assenza dei plebisciti paterni, preferirebbe affidarsi a gente di fiducia.
Quella che in maggioranza è ipotesi, nell’opposizione però diventa teorema. Elly Schlein non vede l’ora di sostituire i molti disallineati con i pochi pretoriani. Le ultime amministrative, per la segretaria piddina, sono state uno strazio. A Salerno ed Enna hanno eletto gli odiati cacicchi, Vincenzo De Luca e Mirello Crisafulli, nuovi sindaci senza simbolo di partito. Ovviamente pure a Giuseppe Conte l’attuale sistema va benissimo così com’è. È un uomo solo al comando. Non tollera il minimo dissenso, vedi le critiche alla scombinata alleanza reiterate da Chiara Appendino, vicepresidente dei Cinque stelle. Anche per lui: meglio liste bloccatissime. Alla larga ex grillini e nostalgici ortodossi. Guinzaglio corto: chi sgarra, paga.
La sfida della legge elettorale e l’incognita del Senato
Insomma: a parole tutti lamentano astensionismo popolare e dirigismo politico. Ma poi tifano per il fangoso pantano: voti per interposto partito e larghissime intese. Cosa fare allora della legge elettorale? Alla Camera il provvedimento è passato. Ma la premier medita di riproporre al Senato le preferenze, assieme alla parità di genere che potrebbe rabbonire le indomite. Il voto palese, a settembre, non dovrebbe indurre i pavidi in tentazione. Ma poi il testo tornerà a Montecitorio, per la fiducia. O la va o la spacca. I rischi non mancano, ma la tentazione è forte. Intanto, occorre dare un segnale agli alleati. Poi, tornando al burraco, sarebbe anche pura strategia. Saranno mesi complicati. I rapporti con gli Stati Uniti, guidati dal controverso e rissoso Donald Trump. Le guerre in Ucraina e Medio Oriente. Una crisi economia epocale. La stabilità è un indiscutibile merito. Però non basta. Serve una riforma per puntellare il primato. Restituire potere agli elettori diventerebbe un’altra medaglia da lucidare con orgoglio. Senza considerare un decisivo dettaglio. La Consulta ha già eccepito: le preferenze vanno reintrodotte. E se il nuovo sistema venisse bocciato dalla Corte costituzionale? Lo smacco sarebbe insostenibile. Meglio una riforma di cui vantarsi che una riforma dimezzata.
Giorgia riguarda le carte. Osserva il volto scuro dei compagni di gioco. I vicepremier sono pensierosi. Matteo Salvini, il segretario leghista, fa l’occhiolino. Antonio Tajani, leader azzurro, guarda altrove. La premier rilancia: «Se l’emendamento non passa, si va al voto». Il messaggio per i 252 naviganti alla prima legislatura è chiaro: se cade il governo, salta pure l’agognato vitalizio. Matureranno i requisiti per la pensione solo il prossimo 14 aprile. E nessun tacchino si candida per il pranzo di Natale.
Un’abile giocatrice, però, prevede il rovescio. Se la situazione dovesse precipitare, Meloni è pronta a una campagna elettorale contro chi brama l’immobilità: pusillanimi, ignavi, gattopardi. Ma un voto imminente, evocato da ultrà dei governissimi come Matteo Renzi, cela insidie. Il potere di sciogliere le Camere, per esempio, spetta al capo dello Stato. Sergio Mattarella potrebbe incaricare l’ennesimo tecnico al comando. E poi si voterebbe a ridosso della finanziaria. A meno che non si cerchi di approvarla entro ottobre. Non proprio un’ideona, comunque. La premier spera ancora in una generosa manovra elettorale, puntando su meno tasse per il ceto medio.
L’avanzata nei sondaggi e gli equilibri del centrodestra
Se invece le cose filassero lisce? A quel punto sarebbe possibile tirare avanti fino al termine della legislatura, nell’autunno 2027. Un’era geologica. Nel frattempo, potrebbe capitare di tutto. A partire dall’impetuosa avanzata di Futuro Nazionale. In pochi mesi ha già superato il sei per cento nei sondaggi. E ora punta al dieci. Brutalmente tradotto: senza il partito di Roberto Vannacci, al momento, si perde. I meloniani speravano che un eventuale appello al voto utile l’avrebbe disarmato. Ma il generale sembra ormai in cima alla collina. L’assillo è inevitabile. Potrebbe essere intruppato nel centrodestra? Intanto, è cominciata la messa in prova. La sua «sporca dozzina» ha votato per le preferenze, ricevendo uguale cortesia dai meloniani su un simile emendamento. La prossima mossa toccherà all’ex incursore della Folgore: il voto di fiducia settembrino alla Camera. Al di là delle baldanzose e militaresche metafore, le invalicabili linee rosse che aveva tracciato cominciano a sbiadirsi. Ora Vannacci propone un accordo «pubblico, scritto e verificabile». Cominciando, ovviamente, dall’identitaria remigrazione. Un efficace slogan, che potrebbe genericamente tradursi in un’aspra lotta all’immigrazione clandestina. Magistrati permettendo s’intende, visto che hanno già tentato di osteggiare i centri in Albania. E poi: revisione del Green deal, ritorno al nucleare, riduzione delle tasse. Il programma del governo, in definitiva. «Futuro nazionale appartiene all’area della destra, ma non farà la ruota di scorta» annuncia il generale. L’ostacolo più difficile da rimuovere non sembra tanto l’avversione dei leghisti, abbandonati tra accuse e veleni, ma piuttosto degli azzurri, che l’europarlamentare continua ad attaccare a Bruxelles per il supposto tartufismo. E Marina non può certo dimenticare lo sprezzante commento sul suo ruolo: «Non mi risulta sia capo di un partito. Oppure stiamo dicendo che Forza Italia è eterodiretta dal potere dei soldi e dell’editoria?».
Anche per frenare la cavalcata del generale, si ragiona quindi su un election day nella primavera 2027. Le politiche sarebbero accorpate alle amministrative. Si voterà a Roma, Milano, Torino, Napoli e Bologna: tutte guidate dal centrosinistra. Potrebbe essere un vantaggio per il Campo Largo, che però non ha ancora un leader e nemmeno il programma. Già, Conte o Schlein? Entrambi nutrono grandi speranze. Ma le divisioni tra elettori piddini e pentastellati sembrano insanabili. Se Elly dovesse vincere le primarie, i seguaci di Giuseppi la voterebbero? Improbabile. La nuova legge elettorale, però, impone di individuare un candidato premier. Sul nuovo Ulivo potrebbe grandinare. Per questo i vecchi volponi, da Dario Franceschini al solito Renzi, ragionano su un terzo candidato: il «traghettatore». Nonostante vivaci smentite, sarebbe ancora la sindaca di Genova: Silvia Salis. In autunno uscirà la sua biografia, proprio mentre i due pretendenti cominceranno a baruffare. Buona parte dell’opposizione tifa comunque per il pareggio. Anche con la nuova legge, i vincenti dovrebbero superare il 42 per cento per avere il generoso premio di maggioranza.
La limaccia, dunque. Tutti dentro. Un altro governissimo. Visti i precedenti, potrebbe anche partecipare Forza Italia. Il nome perfetto, nelle segrete stanze, circola già: Paolo Gentiloni, non a caso soprannominato «Er moviola», già premier e commissario europeo. A quel punto, nel 2029, la scelta del prossimo presidente della Repubblica sarebbe inevitabile. Nessun nome di centro destra, come sperato da Meloni. Piuttosto, un simil Mattarella. I candidati sono già innumerevoli. E tutti di provata fede cattoprogressista. Perché i governi passano, ma il Quirinale resta.
Sono gli anfibi capitolini. Davanti a un’amatriciana e del vino buono, preparano tranelli e sognano ribaltoni. Sono quelli del «Piano Garofani» contro la premier, teorizzato dal consigliere quirinalizio Saverio durante una cena alla Terrazza Borromini e rivelato dal quotidiano La Verità. Tra destra e sinistra, a Roma vince sempre il centrotavola. Un accordo, alla fine, si trova. Per loro è nobile istinto di sopravvivenza. Invece Meloni la chiama palude. Continua a rimuginare. Calare o aspettare un giro? E la matta? Meglio usarla o tenerla in mano?
Le carte sono l’unico spunto di litigio con la simbiotica sorella, come ha raccontato a Panorama la stessa Arianna Meloni: «Non mi voleva far giocare: diceva che non ero abbastanza brava, mi prendeva in giro. Le ho risposto male». Ma l’aneddotica si spreca. «Giorgia è una faina». «Odia perdere». «È secchiona pure lì». C’è poco da scherzare. Il burraco applicato alla politica. La mano decisiva è appena cominciata.
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