Milano, 2 ottobre 2026 – “Rider” sì, ma soprattutto cavaliere. Storia ambientata a Milano, ma girata a Torino. Film di Roan Johnson e di Davide Pavanello e album di Dade e Roan. Dopo il debutto alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, l’opera prodotta da Movimenti Production, Red Joint, Emotion Network con Rai Cinema e con la partecipazione di HBO Max comincia a diffondersi in un disco e a fare capolino in anteprima nelle sale con il cast, che intreccia voci e volti della scena musicale e cinematografica, da Rosa Chemical e Levante a Claudio Santamaria, da Lorenzo Aloi, Kaze, Kyshan Wilson, Johnny Marsiglia a Ensi, Axos e Margherita Vicario (con la quale Pavanello, qui al suo esordio alla regia, aveva vinto il David di Donatello per ’Gloria!’).

Una scena del film "Rider" di Davide Pavanello e Roan Johnson
Dade, è un gioco di specchi?
“Sì. ’Rider’ è fatto da due persone, con esigenze diverse: Roan voleva scrivere canzoni e io volevo fare un film. Abbiamo creato un progetto unico che racchiude le due arti. E questo dualismo lo si trova nella storia d’amore, nella Milano delle periferie e del centro. Nella grafica e nei titoli di coda: bianco e nero. Un continuo alternarsi”.
Perché ’Rider’?
“Titolo che abbiamo difeso: questo film non parla di rider e della loro condizione. È una storia d’amore e lui fa il rider. Abbiamo combattuto per tenerlo perché se lo traduci ’rider’ vuol dire cavaliere. E Sami, il nostro protagonista, diventa cavaliere sotto tanti punti di vista: con Nia e ancora più con Anna, la ragazza che salva. Rider è un modo di essere, non solo il lavoro che fai”.
Un lavoro che permette di attraversare la città, due mondi.
“E situazioni di ogni tipo. Ho letto storie assurde. Abbiamo deciso di scrivere questo film in pandemia, quando vedevamo i rider dalla finestra, liberi di guidare le biciclette mentre noi eravamo chiusi in gabbia. Da lì l’immagine del rider sul cavallo bianco. La vita del rider ti porta a contatto con una serie di persone, dal facchino al manager, a essere sempre in movimento. A noi serviva quel movimento lì”.
Ambientazione dichiarata nelle canzoni: ’Milano Banlieue’.
“È una storia che puoi raccontare in Liguria, come a Francoforte, ma abbiamo scelto Milano per avere un sapore di metropoli in più: è l’unica metropoli europea alla stregua di Londra, Berlino, Amsterdam. La mia canzone preferita del film e del disco è Notte fonda, che abbiamo scritto con Ensi e Levante. Ho combattuto come un pazzo per non togliere quella scena: i nostri protagonisti iniziano a conoscersi ma la telecamera li molla, lasciandoli alla loro intimità e si rivolge a Ensi (nei panni di un tassista, ndr) per questo pezzo su Milano da pelle d’oca”.
C’è la Barona, c’è Brera. Ma poi scopri che sono corso Grosseto e il quartiere Crocetta. Perché Torino?
“È casa, la conosco perfettamente, sapevo cosa non dovevo filmare. Mi sono state proposte location bellissime, come il Parco Dora, ma lì capisci che sei a Torino. Abbiamo dovuto evitare i portici, la collina, cercare il piatto, abbiamo trovato Brera in Piazza C.L.N. Non è stato facile, ma in fondo le due città un po’ si somigliano. Sarebbe stato bellissimo girare a Milano, ma è più complicato a livello produttivo: il suo focus non è nel cinema”.

Una scena del film
Avrebbe le carte in regola per diventare la ’città dei film’?
“È una città che può fare quello che vuole, però, nel mio mondo, quando si pensa alla musica si pensa a Milano. Quando si pensa al cinema, si pensa a Roma e a Torino. Milano ha potenzialità pazzesche: speriamo di essere riusciti a mostrarle”.
In un film e in un album: vietato chiamarlo musical.
“È un prodotto sperimentale. Cercavamo un linguaggio nuovo che portasse al cinema la musica in un modo in cui non si era ancora visto. Vietato ballare, vietate le coreografie. Nei musical quando inizia la canzone la realtà spesso diventa surreale, sognante. Qui la musica deve essere come l’acqua: quando arriva e se ne va non te ne devi accorgere. Sami è in bicicletta, le parole diventano canzone, col fango che gli arriva addosso. Si rappa con gli archi, c’è l’elettronica. A volte la musica è voce narrante, con Claudio Santamaria che ha una base musicale su cui fare ’spoken word’. Ultimo step di follia: i dialoghi in rima”.
Un’impresa per chi scrive, ma soprattutto per gli attori...
“Sì, perché ti toglie un po’ di improvvisazione. Sul set ogni tanto dovevamo bloccare gli attori: wow, bellissimo, però non fa rima. Altre volte, improvvisando, hanno trovato rime nuove. Volevamo essere musicali anche nei dialoghi: sfida divertentissima”.
Come ribattezziamo la nuova formula?
“Per anni, nella nostra testa, volevamo chiamarlo ’Filbum’. Ma abbiamo deciso di presentarlo come un film di Roan e Dade e un album di Dade e Roan, per tornare al 50 e 50. Un album che si guarda e un film che si sente. L’idea è portare la gente al cinema e farle sentire un disco senza skippare da una canzone all’altra. È un disco (e un film) dall’A alla Z”.
>> Home